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Capire l’economia per capire la realtà. Il Capitale

24 Apr

Nel precedente post sull’argomento, ho spiegato alcuni elementari concetti di economia che servono a capire la realtà che ci circonda e non farci sodomizzare dai gestori del potere.

Abbiamo imparato che il valore di una merce è un qualcosa di soggettivo che non ha nulla a che vedere con il costo della stessa; adesso sappiamo che vengono prodotte solo le merci di cui si stima un valore maggiore del costo di produzione. Infine abbiamo imparato, cosa fondamentale, che in uno scambio volontario, entrambi gli attori traggono vantaggi. Che lo scambio volontario, in sostanza, è un gioco a somma positiva. Viceversa uno scambio forzato, quali possono essere tasse, rapine, servizi obbligatori e quant’altro, sono giochi a somma nulla o negativa, in cui qualcuno guadagna e qualcuno perde.

Partendo dalla definizione di valore e scambio, adesso vi parlerò del concetto di Capitale.

Questo concetto è proprio della economia austriaca. A differenza infatti della teoria marginalista del valore, scoperta dagli Austriaci (Menger), e ormai accettata da tutti (tranne i marxisti)  causa Realtà, il capitale viene ancora visto in maniera differente. Sarebbe meglio dire che solo la scuola economica austriaca ha una teoria del capitale, che viceversa manca completamente a tutte le altre scuole. Queste si limitano a considerare il capitale come una cifra omogenea espressa in moneta corrente. Inoltre, nessuna delle teorie economiche in voga attualmente, tiene nella giusta considerazione il fattore tempo, essenziale nella vita degli uomini, ma incredibilmente ignorato nelle teorie che cercano di spiegare l’interazione tra gli stessi.

Considerate  Piero: un uomo appena entrato nell’età lavorativa. Facciamo finta che sia solo al mondo e senza alcuna proprietà. Egli dispone comunque di capitale. Il suo capitale è la sua vita. La sua capacità di agire, unita a tutte le sue conoscenze, il tempo che realisticamente ha da vivere.

Costui cercherà di impiegare il SUO TEMPO, le SUE CONOSCENZE e la sua capacità di AGIRE, per migliorare la propria condizione. Per cercare di raggiungere gli scopi che si prefigge. Sta usando il suo PROPRIO CAPITALE, investendolo per cercare di raggiungere uno scopo.

In sostanza sta facendo l’imprenditore. Imprenditore con un capitale bassissimo sia chiaro, ma pur sempre un imprenditore. Che si metta sotto padrone od in proprio, ha comunque agito compiendo scelte azzardate e investendo il suo capitale di tempo e conoscenza.

Piero decide di mettersi a lavorare per Gianni e, se è in grado di fare il suo lavoro, se investe bene il suo capitale originario, ottiene un proficuo e continuativo scambio volontario con Gianni che, essendo come visto un gioco a somma positiva, produce un aumento di valore, quindi di capitale, per entrambi gli attori.

Piero in sostanza baratta il suo tempo vitale con la retribuzione ricevuta da Gianni. La retribuzione percepita, al netto delle “spese di sopravvivenza” va ad aggiungersi al capitale posseduto da Piero, capitale che nel frattempo  è diminuito del tempo perso. In totale però, in condizioni normali, il capitale di Piero è aumentato, in quanto lo scambio volontario di tempo per denaro lo ha portato in una condizione che lui ha reputato di maggior valore rispetto a quella precedente. Ovvero, per Piero il suo tempo vale meno della retribuzione fissata.

Da questo semplice esempio possiamo cominciare a capire cosa sia il capitale.

Il capitale è tutto ciò che un attore possiede e che abbia un valore come mezzo per raggiungere uno scopo.

Quindi il tempo è un capitale. La conoscenza è un capitale. Il denaro è, ovviamente un capitale. Ma è un capitale anche un’automobile, è un capitale un PC, è un capitale un cellulare. Può essere un capitale una strada, una stalla, gli animali al suo interno. Qualunque “mezzo” che ci permetta di raggiungere uno scopo, da solo o assieme ad altri mezzi, è un capitale.

Solitamente si fa differenza tra “beni capitali” e “beni di consumo”, intendendo quindi con capitale solo la quota parte dei mezzi che non vengono impiegati per la normale sopravvivenza. In questo modo, il panino comprato per sfamarsi non è un bene capitale ma un bene di consumo. La definizione così data è piuttosto vaga, o se vogliamo naif. Le due categorie sono inscindibili, in primo luogo perché la definizione è dipendente dall’uso che se ne fa. Un panino è un bene di consumo per me, ma un bene capitale per il paninaro. Inoltre perché anche per me, fino a che non lo consumo, rimane un bene capitale. Potrei trovare un tizio molto più affamato di me, disposto a pagarmi il panino il doppio di quanto l’ho pagato io, ed ecco che starei utilizzandolo come una normale merce di scambio. Quindi come un bene capitale. Senza contare che la stessa soddisfazione del bisogno primario “fame”, è sostanzialmente un investimento per poter raggiungere scopi temporalmente più lontani nella propria scala di valori.

Se Piero vuole comprarsi un’auto, è chiaro che deve comunque mangiare fino a che non sarà in grado di comprarsela. Ragion per cui è necessario che abbia il capitale per sostentarsi fino a che non ne avrà accumulato un surplus sufficiente a comprarsi l’auto. In questo senso è ovvio che perfino il cosiddetto bene di consumo è un bene capitale che è necessario possedere per raggiungere i propri obbiettivi.

Il capitale ha tre caratteristiche fondamentali.

  1. Il capitale è un insieme variegato di cose. Come tutti i beni economici si può misurare in moneta, fornendone una stima. Ma non è moneta. Dare una stima monetaria di tutti i propri beni capitali può certamente essere utile. Ma dire che uno che ha una casa, un’auto e dieci mucche, ha un capitale di 500.000 euro è una vaccata. A maggior ragione se poi qualcuno in ragione di ciò decide di chiederti una “patrimoniale” da 50000 euro.
  2. Il capitale, se bene utilizzato, facilita e amplifica gli scambi volontari, aumentando la ricchezza di ambo i partecipanti allo scambio. Quindi il capitale, utilizzato con cognizione di causa, produce altro capitale. Notate il “se utilizzato bene”. A prima vista può sembrare un’inutile precisazione ma, per scopi che è meglio non indagare, nella società attuale è passata la panzana per cui il capitale si moltiplicherebbe da solo, automaticamente.  Questo non è vero. E’ l’utilizzo oculato che lo aumenta, mentre l’utilizzo sbagliato lo distrugge. Altra leggenda metropolitana da sfatare in tal senso, è che il capitale “accentrerebbe la ricchezza”. Si sente sempre dire che “i soldi vanno dove ce ne sono altri” e che il “capitale chiama altro capitale”. Questo è vero , con l’assunto per cui il capitale sia investito in maniera efficace, solo precisando che il capitale non “rastrella” capitale altrui, non drena altro capitale da coloro che ne hanno poco, per aumentare la sua massa. Il capitale, se investito bene, produce, crea, altro capitale. Capitale che prima non c’era. Quindi non c’è un travaso di ricchezza da chi ha meno capitale a chi ne ha di più, ma c’è un aumento generale dello stesso, in misura proporzionale al capitale impiegato e all’oculatezza dell’investimento.
  3. Il capitale si consuma. Il tempo e l’usura tendono a diminuire il valore complessivo dello stesso. Le apparecchiature, gli attrezzi agricoli, le case, le automobili, invecchiano e vanno riparate e sostituite, gli animali invecchiano e vanno comunque mantenuti in vita dandogli cibo e acqua. La vita umana, “capitale originale”  di ognuno di noi, non è eterna e comporta spese per poterla mantenere. L’uomo al pari degli animali, deve nutrirsi, ripararsi dal freddo e quant’altro. Inoltre, il tempo implacabilmente consuma il nostro capitale residuo accorciando la nostra vita futura.  Solo il capitale non investito, e sotto forma di moneta, ha costi di manutenzione quasi nulli. Però, se non è investito, non produce altro capitale e quindi rimane solo potenzialmente utile. Per fortuna però, lo Stato ha pensato bene di rendere deperibile anche il capitale monetario, grazie all’inflazione. Con il paradosso che il capitale mantenuto sotto forma di moneta e non investito, o in attesa di essere investito in qualcosa di redditizio, perde valore rapidissimamente, forzando quindi le scelte imprenditoriali delle persone.

Fissiamo dunque quanto abbiamo appreso finora. Il capitale è un insieme eterogeneo di beni materiali ed immateriali, che fungono da mezzi per la realizzazione degli scopi personali delle persone. Tramite scambi a somma positiva (quelli volontari), il capitale si alloca in maniera efficiente nelle mani delle persone e tramite investimenti oculati cresce e si moltiplica, causando un aumento di benessere per tutti gli individui coinvolti negli scambi economici.

Se gli scambi sono imposti e non volontari, come abbiamo già visto, il capitale non aumenta, ma nel migliore dei casi, si trasferisce soltanto. Nella vita reale in realtà, diminuisce. Quello obbligato a pagare registra una perdita netta di valore (e quindi di capitale) e quello che riceve per obbligo, registra un guadagno netto.

La diminuzione complessiva del capitale è dovuta alla differente modalità di acquisizione del capitale da parte di colui che ottiene un vantaggio. Il fatto che il suo aumento di capitale sia un “diritto acquisito ex lege” deresponsabilizza l’attore che avrà meno attenzione nell’investimento dello stesso. Per lui il capitale si moltiplica comunque. A prescindere da COME venga investito. Si moltiplica se ne spende meno di quanto ne ottiene. Senza neppure doverlo investire.

Il famoso proverbio “sono tutti froci col culo degli altri”.

Chiediamoci ora COSA comporta tutto questo.

Tutto questo comporta che la CIVILIZZAZIONE è solo ed esclusivamente un paziente ed indefesso accumulo di capitale. Veramente non c’è altro. Ed è per questo che certe teorie “anticapitalistiche”, oltre a far ridere, devono far riflettere per la loro pericolosità sociale.

La differenza tra noi e un uomo preistorico è solo nel capitale che noi abbiamo a disposizione e lui no.

Capitale di conoscenza certo. Noi sappiamo tante cose sulla natura che lui non sa. Ma anche capitale fisico.

Noi possiamo mangiare bene perché abbbiamo inventato ad esempio le barche e le reti a strascico e le possediamo. Abbiamo un capitale da investire nella pesca che permette di accumulare altro capitale in maniera maggiore di quanto ne consumiamo. In sostanza di pescare di più di quanto il nostro sostentamento base richieda. Noi possediamo pale meccaniche, ruspe e impalcature per costruire case. Possiamo riscaldarci col petrolio perché abbiamo investito capitali enormi nella sua estrazione, raffinazione, trasporto etc. Possediamo strade, aereoporti, navi ed aerei e possiamo sfruttare molte più occasioni dell’uomo preistorico.

Ma se siamo arrivati fin dove siamo arrivati, non lo abbiamo fatto per volere di Dio, o per volere dell’ “anima collettiva della Società”.

Lo abbiamo fatto perché, pazientemente, nel corso dei secoli, abbiamo accumulato capitale. Il capitale accumulato precedentemente ci ha permesso di inventare la canna da pesca, la zappa, l’aratro, il martello. E’ il capitale accumulato che ci ha permesso di scoprire come fondere i metalli e anche di costruire fonderie. Anche il miglior ingegnere metallurgico, se si trovasse da solo su una isola deserta, non riuscirebbe a costruirsi una fonderia, nonostante tutte le sue conoscenze. Perché non avrebbe abbastanza capitale da utilizzare per costruirla. E neppure DUE ingegneri metallurgici. Perché si arrivi ad avere le fonderie, la società deve avere accumulato molto molto capitale. Mattoni, cemento, utensili, tempo, cibo, minerali di ferro, altiforni, è tutto capitale necessario alla costruzione di una fonderia ed è tutto capitale che i nostri due ingegneri metallurgici dovrebbero reperire da soli in un’isola incontaminata. Impossibile.

Potete immaginare il progresso come un enorme “albero della cuccagna”. Ai piani bassi, dove si può sempre arrivare ci sono le cose che richiedono poca conoscenza. Qualche tipo di cibo immediatamente utilizzabile, pietre, legno. Andando più in alto troviamo le cose che richiedono una sempre maggiore conoscenza. La scoperta del fuoco, la lavorazione degli utensili, sempre più su, fino per adesso a Internet, fissione nucleare controllata, astronavi.

E potete immaginare la civiltà umana come una persona che lo voglia scalare, ma l’unico modo per farlo è costruire un bastione che gli permetta di innalzarsi sempre di più e scalare quindi l’albero della cuccagna. Il problema è che la civiltà si nutre della stessa sabbia. L’unico modo di scalare l’albero diventa quello di produrre più sabbia di quella che consuma. Mentre imperativo è quello di produrre almeno la stessa sabbia che si consuma. Pena l’estinzione. Più persone fanno parte della civiltà, maggiore è il consumo di sabbia, ma anche maggiore è la produzione di sabbia. Più la civiltà scala l’albero della cuccagna, più è in grado di trovare conoscenze che le permettono di produrne di più e consumarla  in maniera più intelligente. Più si va in alto e più diventa favorevole, grazie alle conoscenze acquisite, il rapporto produzione/consumo per ogni uomo. Diventa sempre più vantaggioso quindi aumentare il numero di persone che compongono la società.

La sabbia in questione, è il “capitale“.

Che cosa succede in una società consumistica e non capitalistica come la nostra? Succede che causa di teorie economiche a dir poco bizzarre, qualcuno  ha sentenziato alla civiltà: “smettetela di produrre sabbia, guardate quanta ne abbiamo già! e poi sono più che sicuro che più ne mangiamo più questa si moltiplicherà”. Tralascio che questo qualcuno poi decida addirittura chi ha diritto di mangiare la sabbia prodotta da chi.

Peccato che la sabbia si consumi senza moltiplicarsi. E che l’altezza della collinetta scenda. E quando si scende, si perdono certi doni dell’albero. Si perdono certe conoscenze, diventano impraticabili alcune strade per produrre sabbia e la produzione si abbassa. Certo, di sabbia ce ne sta veramente tanta, ma mangiandosela, si ritorna ai calessi. Dai calessi si ritorna alle fabbriche alimentate a vapore. Dalle fabbriche alimentate a vapore, alle botteghe artigiane. All’economia di borgo.  Parallelamente, la gente muore, perché non c’è più sufficiente produzione per mantenerla tutta in vita. Chi muore? Non certo chi decide. Ma i tanti sfigati a cui non arriva la sabbia depredata dalla collinetta.

In una società che rispetti la proprietà privata, nessuno ha interesse a consumare più sabbia di quella che produce, perché non può fisicamente accedere alla sabbia degli altri. Consumare la propria, farebbe abbassare solo la terra sotto i suoi piedi.Rendendo facendo scendere lui prima di tutti gli altri.

Viceversa la nostra società non rispettando la proprietà privata incentiva il consumo della sabbia degli altri. I due risultati principali sono :

L’altezza della collinetta diminuisce perché tutti sono incentivati a consumare la sabbia altrui, piuttosto che produrre la propria. Inoltre, la collinetta si sbilancia. Coloro che hanno diretto accesso alla “sabbia degli altri”, costruiscono torri sempre più alte, non producendo più sabbia, ma sottraendola ad altri. E’ come se qualcuno scavasse enormi tunnel all’interno della collina, confidando che nessuno si accorga dell’ammanco. Ma la solidità della stessa collina è messa in discussione da questi scavi nelle fondamenta e prima o poi, la struttura cede e si riassesta ad un livello più basso. Quando la struttura cede, il boato è repentino e fragoroso. E coinvolge tutti, anche coloro che si sono sempre sforzati di produrre più sabbia di quanta ne consumino.

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13 commenti

Pubblicato da su 24 aprile 2012 in articoli economici, economia austriaca

 

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13 risposte a “Capire l’economia per capire la realtà. Il Capitale

  1. LightQuantum

    25 aprile 2012 at 13:07

    Come si suol dire, “Standing on the shoulders of giants”.

     
  2. pierino60

    25 aprile 2012 at 20:36

    La mia idea è che, perlomeno se si osserva la storia economica ANCHE le istituzioni abbiano un influenza tuttaltro che trascurabile, senza andare troppo lontano tutto quanto riguarda la certezza dei contratti e della proprietà privata, e tutto ciò che riguarda la circolazione della moneta necessita di un insieme di regole condivise, chiare e sopratutto funzionanti, sia dal punto di vista della coercizione utile ad asicurarne il rispetto , sia dal punto di vista delle conseguenze sull’attività privata.
    Come faceva notare Buchanan se devi passare il tempo a protegere la tua proprietà dagli attacchi di chi cerca di portartela via è ben difficile che tu possa farla fruttare, e l’idea che spontaneamente senza una aggregazione in forma di società con delle leggi possa miracolosamente esistere una anrachia organizzata e funzionante mi sembra utopia.

     
  3. libertyfighter

    25 aprile 2012 at 23:49

    Pierino. Un sistema proprietaristico non è un sistema anarchico. Un sistema proprietaristico reputa utile e necessario un corpo di polizia e un sistema giudiziario per impedire l’aggressione della proprietà privata. E SOLO per questo. Che poi il corpo di polizia debba per forza di cose essere in monopolio e pubblico è tutto da dimostrare. Stessa cosa dicasi per il sistema giudiziario.

     
  4. libertyfighter

    25 aprile 2012 at 23:51

    L’aggregazione in forma di società è una conseguenza naturale della maggiore produttività procapite dovuta alla divisione del lavoro. E’ bilateralmente connessa al libero mercato. La società ESISTE perché esiste il libero mercato che rende proficuo aggregarsi.

     
  5. FP

    27 aprile 2012 at 17:47

    Sul capitale sono perfettamente d’accordo con Liberty. Vorrei sottolineare alcuni concetti:
    – il capitale è qualcosa di molto vasto
    – il valore del capitale non è contabilizzabile, o meglio non è facilmente valutabile in moneta, perchè i “cespiti” sono molto spesso extracontabili, perchè non esiste, a prescindere, la possibilità di assegnare un valore certo a un bene (il valore è soggettivo), e perchè il valore del capitale dipende dalle capacità di chi lo usa.
    – il valore del capitale non può essere un valore di mercato dello stesso, neanche quando è rappresentanto da titoli azionari che lo rappresentano, perchè l’andamento di mercato di un titolo attiene al titolo stesso come bene indipendente, non necessariamente dal capitale che rappresenta
    – semmai fosse possibile quantificare il capitale in un’impresa, questo dovrebbe avvenire a prescindere da ogni valutazione di ordine contabile, ma riferendosi alle previsioni di cash flow attese, non certo a valutazioni di ordine “economico” cioè a valutazioni inerenti la quantificazione monetaria delle voci di bilancio. Ovviamente questo genere di valutazione è estremamante soggettiva e dipende dalla valutazione positiva o negativa dell’imprenditore cioè dalle qualità di un soggetto umano.
    – Da ciò deriva che è assolutamente illegittimo e illogico un prelievo fiscale basato sull’utile d’impresa, cioè basato sull’incremento del valore del capitale, semplicemente perchè tale valore non è dato.

    Da ciò si capisce bene quanto assurda sia la pretesa ideologica di assoggettare tutto e tutti al giudizio fiscale dello stato.

     
  6. libertyfighter

    27 aprile 2012 at 18:26

    @FP
    Perfetto.

     
  7. FP

    27 aprile 2012 at 18:39

    Grazie. Tutti dovrebbero riscoprire la logica e la semplicità delle cose ovvie.

     
  8. pierino60

    27 aprile 2012 at 19:34

    Io non dico che sia dimostrata la necessità “teorica” di una società organizzata in forma di stato, ma che questa non è nata per caso o per imposizione di un entità superiore, si è formata spontaneamente tanto quanto il libero mercato.
    Dire che il libero mercato e la proprietà privata sono “nautrali” mentre lo stato non lo è mi sembra “ideologia “pura.
    Lo stato è solo una forma ampliata del “branco” animale, resa più efficente dal fatto che le regole invece di morire con l’individuo si tramandano.
    In tutte le società a partire dal neolitico è sempre esistito un monopolio della coercizione da parte di sinngoli o gruppi di individui.
    E che non è mai esistita in nessun luogo e in nessun tempo una forma di libero mercato in assenza di un diritto commerciale unificato, il diritto civile ha una lunga storia ed è assolutamente indispensabile a quella forma di divisione del lavoro che si chiama finanza.
    Senza la “finanza” non esiste la possibilità per l’individuo che abbia un idea originale di procurarsi i mezzi per metterla in pratica, la finanza è il germe dello sviluppo che c’è stato nella società ocidentale, infatti società tecnologicamente molto avanzate rispetto all’occidente si sono fermate o sono decadute in assenza di quel sistema di valorizzazione condivisa dei beni capitali che è la tanto disprezzata valorizzazione contabile monetaria.
    Se non posso sapere con ragionevole certezza quanto VALE un impresa che si trova anche solo al di fuori delle mie conoscenze dirette non potrò MAI impegnare i miei beni in quell’impresa.
    Se non ci sono leggi condivise che regolamentino i contratti e la circolazione della moneta non esiste libero mercato e non esiste possibilità di scambio esternamente alle enclave legislative.
    Insomma dato che nella sua imperfezione il sistema attuale che comporta nel 100% dei casi l’ esistenza di stati e sistemi legislativi complessi aperti all’integrazione è l’unico che nella realtà dei fatti ha portato alla rivoluzione industriale, chi ritiene che sia possibile in pratica un sistema diverso ha l’onere della prova.
    Ragionare in astratto è gradevole , ma quando si tratta di quello che ti da da mangiare è assolutamente irragionevole.

     
  9. libertyfighter

    28 aprile 2012 at 00:43

    Pierino. Ti ripeto ancora una volta. Qui si parla di società proprietaristiche e non anarchiche.
    Il rispetto della proprietà privata E’ la legge. Non c’è assenza di leggi. Il rispetto di un contratto privato fa parte del rispetto della proprietà privata, di entrambi i contraenti il patto.

    Non ho poi capito lo sproloquio sulla finanza. Qua nessuno è contro il concetto di finanza. Dici bene è allocazione di capitale, è divisione del lavoro.
    Per inciso, la finanza non ha bisogno di uno stato per esistere.
    Casomai, da queste parti si è contro il sistema bancario. Ma non perché faccia finanza. Ma perché agisce in riserva frazionaria e in fiat money. E né la riserva frazionaria, né il fiat money rispettano la proprietà privata.
    Poi si è contro i titoli di debito pubblico, perché anche essi sono una violazione della proprietà privata: chi ti dà il diritto di indebitare me e la mia famiglia?

    La moneta, lo scambio volontario, quindi il mercato e tutte le forme più complesse di mercato che puoi immaginare, sono tutte cose che nascono spontaneamente. Nella più completa assenza di stato. Tutte le persone hanno ben chiaro il concetto di possesso. Non appena si realizza che porta ricchezza scambiarsi le proprietà con gli altri nasce il baratto che si evolve presto in mercato non appena nasce sempre spontaneamente, la moneta. Moneta che pure non ha bisogno di stato. Prova a pagare qualcuno da Upsala a Timbuctu e da Lima a Shangai in oro. Vediamo chi ti dice di no. Pensa poi che la cartaccia statale invece è a “corso FORZOSO”.
    Moneta, mercato, baratto, esattamente come il linguaggio, nascono spontaneamente dal bisogno di divisione del lavoro. MA HANNO UN DIFETTO.
    Producono tanta ricchezza. Il che fa si che arrivi sempre un branco di briganti che trova più comodo depredarla che commerciare come gli altri. Che trovano più comodo rimanere stanziali piuttosto che nomadi. Allora si appropriano dei mercati, della moneta e
    spesso anche del linguaggio.
    Nel corso della storia le giustificazioni addotte sono state miriadi. All’inizio era solo clava. Poi è diventata la stirpe divina di qualche stronzo. Poi la raccomandazione di Dio.
    Adesso raccontano che senza di loro non esisterebbe nulla perché loro sono la fonte stessa dell’ordine delle cose. Si sono autodenominati “società”, “collettività”, “volontà generale”, “bene comune” ma sono sempre quel branco di briganti.

    Che ci sono sempre stati non è una giustificazione per averceli sempre. La tua teoria sulla “evoluzione spontanea” come il processo di mercato è in conflitto con ciò che dico io, perché io non ho mai detto di ammettere qualsiasi “evoluzione spontanea”. Le evoluzioni spontanee che violano la proprietà privata DEVONO ESSERE IDENTIFICATE COME MALE E PROIBITE.

    Tu dici “Ecco che a proibirle serve lo Stato”.
    Io ti rispondo che quello che deve proibirle NON PUO’ essere una entità che trova la sua ragion d’essere nel violare ciò che cerca di proibire agli altri.
    Quindi SE lo Stato fa questo SENZA violare la proprietà privata dei cittadini, allora è legittimato a farlo. Viceversa no.

    E’ come un poliziotto cocainomane che arresta drogati. Come se un poliziotto sorprendesse un ladro nel tuo appartamento, lo arrestasse e poi ti rubasse il televisore e i gioielli di famiglia.

    Come estinguere un incendio con un lanciafiamme.

     
  10. pierino60

    29 aprile 2012 at 09:19

    Non hai capito cosa intendo dire, che non do per scontato lo stato o qualsiasi istituzione, ma che discutere solo della sua teoria eliminazione in base ad una ipotetica e utopistica società proprietaristica è semplicemente inutile, presuppone che sia facile oppue anche semplicemente possibile separare la comunità umana in organismi separati, lo stato e società non sono la fonte di niente, ma sono inestricabilmente legati con tutti gli altri aspetti, nel mondo reale è utopia la tua, dato che la pura e semplice eliminazione dello stato comporta la caduta del suo sistema di leggi e quindi l’impossibilità , in assenza di altri sistemi immediatamente funzionanti e rodati, di garantire il rispetto dei contratti e della proprietà privata.
    Insomma parlare di eliminare lo stato e poi non esser in grado di costruire niente di funzionante in alternativa è pura chiacchera da bar….

     
  11. libertyfighter

    29 aprile 2012 at 21:40

    Ah. Ecco che intendi dire. Io non intendo eliminare lo stato tout court. Intendo ridurre progressivamente e in maniera irreversibile tutti i suoi poteri per restituirli alla libera cooperazione umana. Ad esempio: Mettiamo in costituzione il limite del 20% TOTALE del prelievo fiscale possibile su qualsiasi essere umano. E ovviamente togliamo la possibilità ai politici di modificare questa legge.
    Appena possibile vedrò di ripostare “Il programma di LibertyFighter”, che scrissi a suo tempo.

     

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