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Perché la deflazione è sempre un bene.

29 Mag

Era da un pò che pensavo di scrivere un post sulla deflazione dei prezzi. Poi capita che girovagando per freedonia, leggo un articolo del premio no-bel Paul Krugman che ci spiega perché la deflazione  sarebbe dannosa.

Prima di farci due risate commentando le risibili idee dei minorati economici a cui danno pure i nobel, vi invito a ragionare insieme a me sul significato intrinseco di DEFLAZIONE.

La deflazione, lo sappiamo in  tanti, è la diminuzione del prezzo dei beni. Il prezzo di un bene è, in un libero mercato, strettamente legato al valore dello stesso bene in una data area. Valore che ricordiamo è soggettivo e il prezzo è in qualche modo una media dei valori che i soggetti attribuiscono al bene in un dato momento storico e in una data area. Quindi la deflazione è legata, in una economia libera, alla perdita di valore dei beni.

La domanda da porci quindi è: è giusto che col passare del tempo i beni perdano di valore? Per rispondere a questa domanda, è necessario ricorrere al concetto di valore, che abbiamo già precedentemente studiato. Un bene ha tanto più valore quanto più è scarso e poco accessibile. Un bene ha tanto meno valore quanto più è accessibile e comune.

Consideriamo una comunità di 100 persone nel bel mezzo di un deserto sconfinato, il cui unico bene sia una palma da cocco al centro dello stesso. E’ ovvio che per queste persone, la palma ha un valore altissimo. In gergo “costa” tantissimo. Se il deserto però fosse ricoperto da un migliaio di palme, il valore della palma da cocco crollerebbe. E’ questo un male? Ovvio che no. Il basso valore dei beni indica una loro disponibilità maggiore. Più i beni vengono considerati di poco valore dal libero mercato, più significa che la società è ricca di tali beni. Ecco perciò che prezzi in discesa, deflazione, in un libero mercato indicano che la società è vieppiù opulenta. Viceversa l’inflazione indica sì un aumento del valore del bene in questione, ma altresì indica una società vieppiù povera. Nel precedente esempio è sufficiente tagliare 999 palme a far schizzare il valore della palma residua a livelli enormi.

Ma la società di 100 uomini si è impoverita, nonostante il proprietario dell’unica palma rimasta sia in possesso di un bene di un valore molto più elevato di quanto possedesse in precedenza, quando le palme erano mille.

L’abbattimento dei prezzi in una società di libero mercato deriva essenzialmente dall’effetto della concorrenza unito all’effetto della allocazione efficiente di capitale. Produrre un dato bene, grazie alle innovazioni tecnologiche (aumento di Capitale Austriaco), richiede meno tempo, meno lavoro, meno “mezzi economici”. Chi lo produce quindi, per effetto della concorrenza degli altri produttori, è stimolato ad abbassare quindi il prezzo di vendita per evitare che altri gli rubino fette di mercato.

L’aumento della produttività procapite, unito alla concorrenza di libero mercato, genera deflazione dei prezzi. Se ci si mette un giorno di lavoro ad arare un campo a mano, il costo dell’aratura ha un valore (il valore soggettivo del tempo dell’uomo che ara). Se ci si mette mezz’ora grazie alla tecnologia, il valore dell’aratura del campo è inferiore. E questo è  e sarà sempre un bene. A nulla valgono le stolte osservazioni per cui si sta distruggendo la professionalità dell’aratore. Ricordiamo che il modo migliore per tutelare il valore del lavoro dell’aratore in questione, sarebbe di lasciare a lui solo il diritto di arare tutti i campi del mondo.

E’ sempre il solito discorso. Il valore del bene in questione lievita quando c’è scarsità. Quando c’è POVERTA’.

Il miglior modo per far aumentare di valore i beni è renderli scarsi e inaccessibili ai più. Nel caso odierno, accessibili solo alla classe politica.

La deflazione quindi è quel fenomeno che ci dice che una società sta diventando più ricca e più opulenta in termini di capitale austriaco. Più scendono i prezzi, più siamo ricchi: il mercato ci dice che c’è abbondanza di beni ai quali poter accedere.

Ovviamente però stiamo parlando di deflazione dei beni. Diversa è la deflazione della moneta, ovvero dello strumento di misura del valore e del capitale. La deflazione della moneta è il corrispettivo dell’inflazione dei prezzi. Infatti la moneta è la misura del valore di un bene. Se lei perde di valore, il prezzo del bene sale. Perché anche nel 2012, una compravendita è uno scambio tra due beni. Se uno dei due, nella fattispecie la moneta è stampabile a piacimento a costo nullo, vuol dire che è molto più comune e accessibile del bene che vuole comprare. Ragion per cui a parità di bene oggetto, il prezzo di scambio con la moneta, sale. Inoltre la deflazione della moneta è una truffa, come sono truffe tutte quelle attività che coinvolgono la manipolazione degli strumenti di misura. Se andate a comprare 2 Kg di Mele e il fruttivendolo ha la bilancia truccata, per cui al posto di due Kg ve ne da uno solo, dicendovi però che sono due, sta truffandovi.

Lo stesso vale per un sarto che vi vende mezzo metro di stoffa al prezzo di un metro, solo perché si è tarato ad hoc lo strumento di misura.

Con semplici ragionamenti deduttivi abbiamo quindi capito tre cose:

  1. La deflazione dei prezzi indica abbondanza di beni: ricchezza e opulenza.
  2. L’inflazione dei prezzi indica al contrario scarsità di beni: povertà e miseria.
  3. La deflazione degli strumenti di misura, l’inflazione monetaria, indica una truffa.

Pensate adesso al vostro bisnonno. Supponiamo che ad un dato istante nella sua vita si sia ritrovato con 40 lire e supponiamo che sia stato indeciso se comprarci un armadio a muro, che il falegname a suo tempo gli avrebbe costruito proprio al prezzo di 40 lire. Con il capitale austriaco a disposizione a suo tempo, il falegname avrebbe dovuto spendere tre settimane di lavoro suo, più 2 giorni di lavoro del boscaiolo, più una serie di spese accessorie che non vale la pena affrontare, per produrre l’armadio che avrebbe poi venduto a 40 lire.

Dovrebbe essere lampante, ma così purtroppo non sarà, che lo stesso falegname, con la strumentazione moderna avrebbe dovuto spendere molto meno tempo personale: adesso utilizza seghe a motore e non a mano, ha strumenti di precisione, il boscaiolo stesso usa una motosega invece della scure per abbattere gli alberi e un camion invece del mulo per portare il legname a destinazione. In generale, lo sforzo compiuto dalla società nel 2012 per produrre un armadio a muro è inferiore, di gran lunga inferiore allo sforzo compiuto dalla stessa società nel 1912 per lo stesso armadio a muro.

Ricordo ancora una volta, che non fa mai male, che il falegname sarebbe BEN CONTENTO di farti pagare per il valore dello sforzo compiuto nel 1912 , nel 2012. Non lo fa solo e soltanto perché esiste la concorrenza.

Appare chiaro quindi che in una società sana e che si evolve, un armadio a muro è più difficile da costruire cento anni prima che cento anni dopo. Che la disponibilità di armadi a muro cento anni prima è minore della disponibilità di armadi a muro cento anni dopo. Dovrebbe essere quindi altrettanto chiaro che se il vostro bisnonno poteva permettersi di comprare l’armadio a muro nel 1912, con una frazione della spesa richiesta allora, dovrebbe essere in grado di comprare l’armadio a muro oggi.

Posso essere ancora più chiaro? Al bisnonno servivano all’epoca due settimane di lavoro per mettere da parte 40 lire con cui comprare l’armadio. Il mercato ha quindi valutato a suo tempo il valore dell’armadio a muro paragonabile a due settimane del lavoro del bisnonno. Con il progresso della tecnologia e l’aumento del Capitale Austriaco, ecco che al bisnonno adesso dovrebbe servire molto meno tempo lavorativo per accedere al bene “armadio a muro”. Eppure se il nostro bisnonno avesse pensato ai nipoti e avesse detto: “adesso gli armadi a muro sono troppo costosi, ci rinuncio e metto da parte i soldi, così da permettere ai miei bisnipoti di comprare tre o quattro armadi a muro”, i bisnipoti oggi si troverebbero con 40 lire, con le quali, indipendentemente dall’Euro, non comprerebbero una penna biro. L’unico modo che avrebbe il bisnonno di far avere un armadio a muro ai pronipoti è comprarlo nel 1912, tenerselo in casa imballato e farlo consegnare cento anni dopo ai bisnipoti. Col fatto però che i bisnipoti avrebbero un armadio a muro vecchio di cento anni, invece di quello che avrebbero avuto in un normale regime di deflazione.

Cosa significa questo? Significa che due settimane di lavoro nel 1912 oggi sono valutate meno di una penna biro. Significa che il bisnonno per lasciare ai pronipoti i soldi necessari a comprare un armadio a muro, nel 1912 avrebbe dovuto lavorare 40 anni. Per un armadio a muro che per usarlo lui valeva due settimane di lavoro, per darlo ai bisnipoti tutta la vita lavorativa. Capite quanto sia perversa questa cosa? Più un bene sei disposto ad averlo nel lungo termine, più costa!!!

Questo significa, in accordo alla teoria Keynesiana, svilire il risparmio, svilire la programmazione e la progettazione del futuro. Significa dire al bisnonno che quello che deve fare è consumare tutto ciò che guadagna , perché ciò che risparmia viene perso. In tempi molto più brevi questo è evidente. Se pensate al regime di iperinflazione tedesco o dello zimbabwe, potete vedere gente comprare qualsiasi bene, perché il giorno successivo lo stesso bene avrebbe avuto più valore dei soldi con cui è stato acquistato.

Ecco quindi il bisnonno che passa il tempo a bere ed andare a donne, tanto qualunque sforzo possa produrre, per i nipoti sarà sempre inutile.

“Tesoro, ti ricordi il bisnonno? Una vita di sacrifici, 12 ore al giorno di lavoro per 365 anni per 40 anni, e mai un giorno di vacanza? Abbiamo aperto la cassaforte ed ha lasciato tutto a te. Tieni, sono 500 lire.”

“Tesoro, ti ricordi il bisnonno? Gran puttaniere, spendeva tutto ciò che guadagnava in vino e prostitute. Abbiamo aperto la cassapanca ed abbiamo trovato la sua pipa. Tieni. Varrà pure 20 euro.”

Che mondo ridicolo che siamo.

Certo, voi direte, se avesse depositato i soldi in banca, invece che nella cassaforte, non avrebbe perso tutto. Questo è vero, Ma accade perché le banche giocano ad essere Gesù Cristo e moltiplicano i depositi, mentre la cassaforte del bisnonno non aveva il potere della Creazione. In ogni caso, potete starne certi, il valore finale della somma in banca, rimane sempre inferiore a quello che avrebbero quelle 500 lire tenute in cassaforte in una sana società a moneta merce e riserva integrale.

Considerate ora la situazione da una prospettiva più ampia. E’ più importante, ha più peso nella società un chilo di grano macinato nel 2000 avanti Cristo, oppure nel 2012 dopo Cristo? Ovvio che quel bene, reso disponibile alla società 2000 anni prima ha più valore di quello odierno. Perché quel bene ha contribuito nel tempo a produrre altro capitale ed ha permesso a noi di ergerci sulle famose spalle dei giganti. Perché è meglio avere una cosa oggi che domani. Perché è meglio inventare l’antigravità oggi, piuttosto che tra cento anni e la cura contro il cancro oggi, piuttosto che tra tre secoli. I beni prodotti prima accumulano capitale nel tempo, grazie ai vantaggi che hanno prodotto in tutti coloro che ne hanno usufruito. La prima macchina che curasse il cancro ad esempio, permetterebbe a tutti coloro che si ammalano di cancro nei prossimi anni di sopravvivere, e di questo beneficerebbe tutta l’umanità, grazie al capitale umano rimasto su questa terra. Uno di quelli magari apre una fabbrica di scarpe e da lavoro a diverse persone, tra i quali uno che inventa la fusione fredda, uno che apre un ferramenta in un piccolo paese e così via. In 5000 anni di storia, di azioni umane volte naturalmente all’accumulo di Capitale Austriaco per soddisfare i propri fini, potete ben vedere quanto sia stato IMPORTANTE per la società QUEL lavoro, quel capitale.

A voler prendere in parola la Bibbia, avete idea di che Capitale rappresentano per noi Adamo ed Eva? Adamo cadeva in un burrone e fine della storia umana. Il dono che han fatto all’umanità i primi che hanno imparato ad impastare il cemento? Allora è chiaro che il VALORE di un bene, di un lavoro, di una azione, ceteris paribus è tanto maggiore quanto prima lo si ha, o lo si compie ?

Forse che imparare ad accendere il fuoco nel 20000 a.C. ha meno valore di uno che lo fa nel 2012 con un accendino? Ammessa una misura di valore non modificabile a piacere, è sbagliato ricoprire d’oro l’accendifuoco primitivo e invece pagare quasi nulla uno che lo accende oggi? Direi di no. E allora perché il capitale risparmiato dal primitivo dovrebbe essere svalutato? La cosa è tanto assurda che infatti questo paradosso avviene solo ed esclusivamente con gli strumenti di misura truccati che sono le valute fiat money. Se di converso l’accendi fuoco avesse risparmiato l’oro ricevuto in cambio del suo lavoro, probabilmente un suo discendente avrebbe avuto a disposizione un capitale enorme, come è giusto che sia.

Se adesso guadagniamo di più e possiamo permetterci più beni dei tempi passati è perché le nostre azioni producono di più GRAZIE AL CAPITALE accumulato da tutta la civiltà nei secoli. Perché con un nostro gesto di un minuto produciamo 1000 stuzzicadenti. Non perché il singolo stuzzicadenti oggi valga di più del primo stuzzicadenti prodotto.

Questo stato di cose deve ripercuotersi nella valutazione di capitale, che pertanto non può far altro che aumentare col passare del tempo, in accordo col concetto di preferenze temporali. Il dato di fatto è che un pagamento in oro rispetta questa regola, un pagamento in moneta fiat invece no.

Nella realtà vale l’assioma “meglio il bene A oggi che il bene A dopodomani“, e questo deve valere anche quando il meglio lo si valuta con un apposito strumento di misura: la Valuta.

Veniamo ora a divertirci con i motivi per i quali Krugman avversa la deflazione dei prezzi. Come potrete vedere sono motivazioni fondate e di alto livello culturale.

So first of all: when people expect falling prices, they become less willing to spend, and in particular less willing to borrow. After all, when prices are falling, just sitting on cash becomes an investment with a positive real yield

Qui ci dice che se la gente suppone che i prezzi cadano, non spende meno e in particolare ha meno voglia di chiedere soldi in prestito. Dice che dopotutto, quando i prezzi calano, anche solo sedersi sul cash diventa un investimento produttivo.   La sua società ideale è fatta di gente che spende tutto ciò che ha e poi chiede soldi in prestito. Fondamentale, chiedere soldi in prestito. Poi ci si trova in una crisi di debito, in cui tutti hanno speso a cazzo e contratto debiti a cazzo (in special modo le istituzioni), e ci si chiede come mai….

Non si capisce veramente perché si debba considerare chiedere soldi in prestito qualcosa di buono ed utile, rispetto a risparmiare (sedersi sul cash) e investire soldi propri. Forse perché i soldi degli altri sono più belli? Non si capisce neppure da chi questi dovrebbero prendere soldi in prestito, visto che i loro parigrado stanno di buona lena spendendo tutto quello che hanno e chiedendo a loro volta i soldi in prestito. In realtà si capisce chi dovrebbe, nella concezione keynesiana, prestare soldi.. Chi se li stampa dal nulla. Il discorso della minor spesa individuale inoltre, è una stupidaggine madornale. La spesa avviene per il soddisfacimento dei propri fini personali. Uno non spende (o non dovrebbe spendere) perché altrimenti domani i soldi valgono la metà, né rinuncia a venti anni di trasmissioni sportive perché se si compra la televisione tra venti anni risparmia. Preferisco un vestito oggi ad un vestito domani. E continuo a preferirlo pure se un domani, come è giusto costa di meno, se ho bisogno e voglia di soddisfare la mia bramosia di vestito. Ce li vedete voi un esercito di uomini coglioni  che campano al freddo e a pane ed acqua per 70 anni, così in punto di morte avranno più valore da lasciare ai posteri? Non succede nulla di tutto ciò, succede solo che la gente prende le sue decisioni utilizzando uno strumento di misura onesto e non truccato.

A second effect: even aside from expectations of future deflation, falling prices worsen the position of debtors, by increasing the real burden of their debts. Now, you might think this is a zero-sum affair, since creditors experience a corresponding gain. But as Irving Fisher pointed out long ago(pdf), debtors are likely to be forced to cut their spending when their debt burden rises, while creditors aren’t likely to increase their spending by the same amount. So deflation exerts a depressing effect on spending by raising debt burdens – which, as Fisher also points out, can lead to another kind of vicious circle, in which depressed spending because of rising real debt leads to further deflation.

Qui si argomenta che i prezzi che calano svantaggiano i debitori aumentando il valore reale dei loro debiti. Cioé proprio ciò che è naturale, perché più ti tieni i soldi degli altri, più è giusto che li ricompensi. Avvantaggiando quindi chi presta, rispetto a chi chiede in prestito. Vi sembra sbagliato? Avvantaggiare le formiche rispetto alle cicale?  Invece il nostro si rammarica che mentre i debitori tendono a diminuire le loro spese quando il valore del debito sale, invece i creditori non aumentano le loro spese della stessa quantità. Quindi la società risparmia di più, e siccome il risparmio è cattivo finiamo in un circolo vizioso in cui il poco consumo di capitale (e l’aumento di risparmio) conduce ad ulteriore deflazione.

In pratica dice: se tutti producono di più e meglio e a causa di ciò i beni sono più abbondanti e quindi i prezzi diminuiscono,   il consumo di capitale tende a non crescere alla stessa maniera e quindi la società tende ad avere sempre più beni sempre più abbondanti e quindi i prezzi a diminuire ancora.

Che più concisamente significa: la società che diventasse ricca e proteggesse il risparmio (deflazione) rischierebbe di diventare sempre più ricca e sempre più opulenta perché non riuscirebbe a consumare abbastanza.

Finally, in a deflationary economy, wages as well as prices often have to fall – and it’s a fact of life that it’s very hard to cut nominal wages — there’sdownward nominal wage rigidity. What this means is that in general economies don’t manage to have falling wages unless they also have mass unemployment, so that workers are desperate enough to accept those wage declines. See Estonia and Latvia, cases of.

Il nostro qui prova ad argomentare che in una economia in deflazione, gli stipendi, così come i prezzi, devono scendere, e che “è molto difficile tagliare gli stipendi nominali”. In particolare dice che non è possibile tagliare gli stipendi a meno di avere una disoccupazione di massa, di modo che i lavoratori siano abbastanza disperati da accettare che gli stipendi diminuiscano.

Questo punto finale è l’apice dell’apoteosi della demenza. Prima di tutto il nostro si lamenta degli stipendi nominali, che non significano nulla in quanto ciò che conta è il potere di acquisto. Chissenefrega che il valore nominale di uno stipendio sia lo stesso o addirittura diminuisca se nel frattempo il potere di acquisto sale a rate anche maggiore.Secondo poi, confonde causa ed effetto. Se il lavoratore non accetta un rinnovo di contratto con lo stipendio nominale diminuito, questi lascia il lavoro. A questo punto o trova un altro che gli garantisce lo stipendio nominale desiderato, oppure rimane disoccupato. Man mano che i lavoratori rimangono disoccupati, si crea quella disoccupazione di massa che servirebbe secondo Krugman a far accettare loro stipendi dal “valore nominale” inferiore. Quindi casomai, la disoccupazione di massa sarebbe una conseguenza del fatto che i lavoratori non accettano il taglio degli stipendi nominali. Ammesso e non concesso che una cosa del genere possa accadere. E non accadrebbe. Difatti Nobel Krugman compie il terzo errore  concettuale economico  in appena quattro righe. Gli stipendi, come i prezzi, diminuiscono a parità di produzione. Ma il presupposto per la deflazione di cui abbiamo parlato in tutto l’articolo, è che i prezzi scendono perché aumenta la produttività procapite. Come il naturale risultato del fatto che nel tempo e con la spesa con cui prima si facevano 8 camicie, oggi se ne fanno 800. Ma se il lavoratore permette la deflazione dei prezzi perché produce di più, è chiaro che il suo stipendio nominale può benissimo non diminuire perché la diminuzione del valore del singolo prezzo è compensata dall’aumento di produttività per pezzo. Nell’ipotesi di krugman invece evidentemente la deflazione compare non perché si produca meglio, di più e a costi inferiori, ma perché un barbagianni blu ha legiferato che, per legge, i prezzi devono diminuire di un tot annuo.

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18 risposte a “Perché la deflazione è sempre un bene.

  1. Zamax

    30 maggio 2012 at 12:47

    Da orecchiante in economia non ho mai avuto il coraggio di esternare un’idea che mi sembrava semplice e naturale, talmente semplice e naturale che avevo il sospetto che qualcosa mi sfuggisse e che fosse ancora il fesso che è in me a farla da padrone. L’idea era questa: non dovrebbe essere la deflazione, ossia la diminuzione dei prezzi, l’indice più immediato e naturale di un aumento reale di ricchezza?

     
  2. libertyfighter

    30 maggio 2012 at 19:18

    Esattamente.
    Il problema è che spesso ci ostiniamo a pensare che ALTRI sono meglio di noi e che la comprensione degli eventi a noi sfugge. Ed è su questo che si basa chi vuole mettercelo (e purtroppo lo fa da anni) nel didietro. Io sono STOCAZZO ed ho preso un nobel… anche se quello che dico ti sembra un nonsenso, sei tu che sbagli perché io sono STOCAZZO.

    Solo che non c’è verità controintuitiva che vada accettata per fede. E non c’è spiegazione troppo complessa per essere inaccessibile ai più.
    Specie in Economia, nonostante a lorsignori piaccia ammantare il tutto di formule e derivate parziali. Ma l’economia è l’Azione Umana. Una verità controintuitiva in economia è abbastanza sicuro che è falsa, perché se gli uomini la trovano controintuitiva, non agiscono così..

     
    • daouda

      31 maggio 2012 at 02:11

      Sacrosante parole

       
    • Borderline Keroro

      3 giugno 2012 at 16:55

      Tanto per dire che cosa vale il Nobèl al giorno d’oggi.
      Uno stocazzo.

       
  3. Ubaldo

    10 giugno 2012 at 09:49

    Forse si o forse no.
    A mio avviso parecchie cose sono da ripensare!
    Insomma in termini pratici attualmente la stabilità dei prezzi, tanto osannata dal nostro buon “Mario”, quello della Bce per intenderci, POTREBBE far tornare a crescere l’economia se:
    1) Lo stato abbassasse drasticamente le Tax alle aziende e ai consumatori. Vedi Tasse sul lavoro!!
    2) Un abbassamento dei tassi per incentivare Investimenti reali, produzione e acquisto case.
    3) Aumento della competitività, aumento di soggetti concorrenti sui mercati favorendo appunto la creazione di nuove aziende.

    In realtà invece:
    Le tasse sono elevatissime, questo stringe i consumi e di conseguenza mette in ginocchio le aziende che non riescono più a vendere, anzi chiudono. Il tessuto sociale del nostro paese lo stanno distruggendo, le pmi chiudono, la gente rimane per le strade e via di seguito.
    Prova a prendere un conto economico a costo del venduto, avrai una cosa del tipo:

    Ricavo unitario
    – Manodopera
    – Costi di produzione
    – altri costi

    Cosa manca alle grandi multinazionali per aumentare i loro margini di guadagno??

    Distruggere l’offerta di lavoro, distruggere i lavoratori, sfruttandoli e abbassando i loro stipendi oltre misura!!! abbassare dunque la manodopera, distruggendo il walfare, tu andrai a lavorare sottopagato, ci stanno livellando verso il basso non verso l’alto. Vedi Fiat, Segio è scappato in Polonia, perchè lì ai lavoratori do 300 euro mentre inn Italia ne voglio il quadruoplo per non pensare alla tassazione!!! E così via tutti in Polonia o Romania. Dobbiamo abbassarci ai livelli del terzo mondo!

    Le materie prime?? Bè, quelle le comprano a tassi da capogiro, visto che il nostro amato euro è attualmente la moneta più forte del mondo!! Lì non hanno problemi ad importare a prezzi vantaggiosi.

    Chi vuole l’euro? Le economie franco tedesche che soffrivano quando l’Italia con un tasso di cambio favorevole per la sua lira riusciva ad avere una bilancia commerciale sempre in avanzo, in pratica noi producevamo ed esportavamo nel mondo. Ora non è più così!! Ci hanno ingabbiato dentro un sistema che non ci permette di svalutare la nostra moneta e che non ci permette di essere competitivi a livello internazionale, se cona la lira gli americani invadevano il nostro belpaese in estate, favorendo l’incoming turistico, oggi vanno altrove, in quei stati dove il cambio e loro favorevole. L’italia non ha bisogno dell’euro, ha bisogno della sua bella svalutata lira, di riacquistare forza competitiva nel mondo.

    LA SVALUTAZIONE NON FA MALE!!!! IL NOSTRO PAESE E’ CRESCIUTO GRAZIE ALLA SVALUTAZIONE, LA SVALUTAZIONE E’ UN AUMENTO DEI PREZZI CHE NON FA PIU’ MALE NEL MOMENTO CHE ANCHE IL TUO SALARIO TORNA AUTOMATICAMENTE, CURVA DI PHILLIPS, DATEGLI UN’OCCHIATA. Ovviamente ho considerato l’esistenza dei sindacati e non la loro distruzione! Ogni paese civile ha sindacati che trattino il costo della manodopera, o sbaglio???
    IL SISTEMA COSI’ COME STA IN PIEDI E’ DESTINATO A CROLLARE COSI’ COME STA CROLLANDO IL NOSTRO PIL.

     
    • Carlo

      2 novembre 2013 at 10:20

      Scusate l’intrusione, mi premeva segnalare che le aziende scappano non solo in Polonia, Romania, Ungheria etcc ma si trasferiscono anche in Austria, Svizzera!!!Altri se ne vanno in Germania, Russia, e le motivazioni sono una minore tassazione ma soprattutto chiarezza in quello che devono pagare e quali servizi gli spetteranno!Complimenti per le vostre analisi molto interessanti. SAluti.

       
  4. libertyfighter

    11 giugno 2012 at 19:55

    Tutto questo come si incardina con l’assioma che l’uomo agisca per migliorare la sua condizione?
    Ovvero, hai sparato tante banalità, modi di dire, che non possono essere dimostrati dalla logica economica. E non lo possono essere, perché se lo fossero, contraddirebbero l’assioma iniziale. In pratica sono sballate. Vado a spiegarti il perché, anche se vivamente ti consiglio di studiare l’economia austriaca.
    La prima parte (fino a “via di seguito”) del tuo discorso è quasi esatta. Solo il punto 2 è sbagliato. Perché i tassi di interesse dovrebbero semplicemente non essere decisi centralmente. Abbassare i tassi produce ulteriori squilibri, ulteriore creazione di massa monetaria inutile che verrà automaticamente distrutta e con essa si sarà diluito ancor di più il potere di acquisto delle persone.

    Infatti l’economia non cresce semplicemente perché si hanno troppe tasse e troppi regolamenti ostativi. Se non puoi lavorare non cresci. Facile. E se lavori e i soldi se li prende un altro, allora è meglio che ti riposi. Ancora più Facile.
    La questione monetaria esiste solo perché FINO AD ADESSO si è cercato di nascondere il fatto che in Italia (e in Grecia, e in Spagna, e in Francia e…) non si può lavorare e se si lavora i soldi vanno ad altri. Per nascondere questo si è creato debito a iosa e moneta a iosa che è stata data in pasto alla REALTA’ che ti dice semplicemente che non puoi spendere più di quello che produci. Allora tu hai tirato FINTA PRODUZIONE nelle fauci della realtà sperando di ingannarla. Solo questo hai fatto.
    Peccato che la Realtà non sia una persona umana che può essere ingannata.

    Le multinazionali non c’entrano un fico secco. La multinazionale semplicemente, se ne sbatte il cazzo se in Italia non si può lavorare. Va a lavorare da un’altra parte. Apre in Polonia o Slovenia e, ben lungi da creare “sfruttamento”, in realtà AUMENTA il Capitale delle persone polacche e slovene, rendendole più ricche.
    CONTEMPORANEAMENTE, siccome spariscono le aziende dal territorio italiano, la RICCHEZZA, (che non è data, ma va prodotta e viene prodotta solo dalle imprese private), diminuisce, perché giornalmente consumata e non più rigenerata a sufficienza.
    Quindi i tuoi stipendi diminuiscono, il lavoro scompare. Più quelle aziende che accusi giornalmente di sfruttamento smettono di sfruttarti (perché falliscono o dislocano), più le rimanenti hanno gioco facile ad offrirti stipendi inferiori, perché AUMENTA l’offerta di lavoro (tanti disoccupati), mentre è diminuita la richiesta (POCHI SFRUTTATORI). Inoltre l’abbassamento degli standard è dovuto anche al fatto che quelle poche aziende che rimangono devono sopravvivere nell’ambiente che ha già ucciso le altre competitors.

    Nel frattempo i governanti, cercando di continuare a mantenere gli stessi regolamenti ostativi (se non aumentarli) e la stessa tassazione oppressiva (se non aumentarla), accelerano la distruzione del sistema e rapidamente ci spingono nel terzo mondo.

    In tutto questo “gli sfruttatori” hanno soltanto deciso di non sfruttare più il povero e sfruttato popolo italiano.

    Questa è la situazione. Che tu lo voglia o ci creda o no.
    Riguardo ora alla svalutazione. La moneta (e sei pregato di leggere “De Moneta repost” su questi schermi) è un mezzo di CONSERVAZIONE DEL VALORE. La gente accumula monete perché non vuole rendere vani i suoi sforzi passati. Se accumulasse pesce, ogni settimana, gli sforzi della settimana prima sarebbero vani, perché il pesce sarebbe marcito.

    Quindi PRIMO: far marcire la moneta è un controsenso economico.
    SECONDO: nel momento in cui togli la funzione di riserva di valore alla moneta, un altro bene diventa riserva di valore. SEMPLICEMENTE PERCHE’ LE PERSONE NECESSITANO DI SALVAGUARDARE I PROPRI SFORZI.
    Questo però va a discapito della “velocità di circolazione del denaro (valore)”, in quanto se mi serve “liquidità”, devo vendere la casa o il lingotto, o in generale il bene che ho scelto come rifugio. Se avessi lasciato alla moneta la sua naturale funzione, ovvero la riserva di valore, quel valore sarebbe stato subito disponibile.

    E perfino le teorie economiche sbagliate come quelle mainstream, concordano che la velocità di movimento del denaro sia importante.

    TERZO. Gli stipendi aumentano più lentamente dei prezzi in regime di inflazione. Non contemporaneamente. Ragion per cui la gente a stipendio lo prende sempre nel culo.

    QUARTO. Se pure aumentassero di pari passo, il valore del capitale accumulato (non le entrate correnti), diminuirebbe. Se 100000 euro in banca il giorno dopo valgono la metà, non ci sono storie. Ma ovviamente, data la tua formazione economica, l’importanza del Capitale accumulato ti è un pò oscura.

     
  5. Saul Giordani (@Saul_487)

    13 novembre 2013 at 14:41

    Una domanda:
    perché oggi sono tutti in allarme per il rischio deflazione? Parlano di problemi per i debitori, ma se i prezzi calano e con essi i salari nominali, non bisogna guardare al valore REALE del salario? Questo potrebbe anche aumentare in teoria, se la diminuzione del nominale è minore della diminuzione dei prezzi.
    Probabilmente mi sfugge qualcosa…

    Altra domanda: potresti indicarmi un buon articolo sugli anni di deflazione dei Giappone? Se la deflazione è positiva perché si parlava di crisi giapponese?

    Grazie

     
  6. libertyfighter

    14 novembre 2013 at 15:18

    In realtà Saul, ti sei quasi risposto da solo. Sono tutti in allarme perché una società in cui si passa il tempo a indebitarsi, sperando che l’inflazione ripaghi al posto nostro il debito, non può che essere terrorizzata da dei debiti che non spariscono da soli. Guarda sempre gli estremi. Se prendo in prestito 10000 uova al prezzo di mille euro e dopodomani l’inflazione mi portano mille euro al prezzo di un uovo, io ho guadagnato 9999 uova semplicemente indebitandomi.
    Questo è sicuramente un aspetto del tutto. Poi c’è la cazzata sparata ai quattro venti secondo cui per la popolazione non sarebbe “accettabile” un salario nominale decrescente. Ma è una cazzata.
    Ti dirò di più, è abbastanza banale che il salario REALE aumenti in regime di deflazione, semplicemente perché è normale che col passare del tempo, l’efficienza nel produrre un determinato bene migliori. Come è ovvio che una scoperta, un bene prodotto venti anni prima, deve valere di più dello stesso bene prodotto venti anni dopo. Pensala così, per l’umanità è stato meglio scoprire la penicillina cento anni fa, o sarebbe stato meglio scoprirla adesso?
    E’ chiaro che in un mercato libero, con monete non drogate, il fattore tempo si rifletterebbe pienamente nel prezzo. E’ invece ridicolo che,se chi ha fatto questa scoperta cento anni fa avesse cristallizzato la moneta (non mettendola in banca per esempio), adesso si troverebbe col valore di mezzo gelato.

    Buoni articoli sulla crisi giapponese, purtroppo non so aiutarti. Però posso dirti che la crisi giapponese è dovuta non alla deflazione (che poi è una conseguenza, mai una causa), ma alla politica di tassi nulli che hanno già adottato senza risultato per venti anni.
    Dopodiché bisogna anche capire da cosa è causata la “deflazione”. Ad esempio in Italia rischiamo di averla non per un miglioramento della produttività, ma semplicemente perché tutti i negozi stanno svendendo per poter chiudere con minori perdite possibili. Chiaro che se tutta una Nazione fa “Svendo e Chiudo”, ottieni una deflazione, ma sicuramente non è un qualcosa di positivo.

     
    • Luisa Farolfi

      11 dicembre 2013 at 12:47

      Io sono ignorante in materia e quindi potrei sbagliare completamente, ma credo che ci sia una differenza fra deflazione, quindi diminuzione dei prezzi dei beni, per abbondanza di offerta, oppure di deflazione per mancanza di richiesta. Mi sembra di capire che in questo secondo caso il calo dei prezzi sia determinato dalla necessità delle aziende di vendere in una fase di forte stallo. In questo caso il prezzo non diminuisce a causa della diminuzione dei costi di produzione (nuovi e più veloci processi produttivi, utilizzi di materie prime meno costose ecc.), ma dalla diminuzione dei margini di guadagno delle aziende stesse.

       
      • libertyfighter

        26 dicembre 2013 at 18:25

        scusa tanto il ritardo.. Certo che hai ragione. La seconda non è “deflazione” è recessione. E la recessione a causare, in un primo momento una deflazione dei prezzi. Pian piano però spariscono le aziende e i beni cominciano proprio a mancare. Magari ti ritrovi con un concessionario d’auto per tutta l’Italia, e se vuoi un’auto vai a comprartela a Milano. Ma poi a quel punto dipende da altri fattori quel che va ad accadere. Rivolte, rivoluzioni e quant’altro

         
  7. Lore

    19 agosto 2014 at 20:20

    Gentile Libertyfighter,
    Premetto che il post è molto bello e nella prima parte è sicuramente inconfutabile… Quando però critica ciò che Krugman dice mi è sorto un dubbio: lei scrive “Qui si argomenta che i prezzi che calano svantaggiano i debitori aumentando il valore reale dei loro debiti. Cioè proprio ciò che è naturale, perché più ti tieni i soldi degli altri, più è giusto che li ricompensi.” però secondo me ciò è sbagliato: se contraiamo un prestito ad un tasso x è quella la remunerazione che diamo ai prestatori di capitale… Se c’è deflazione e quindi il debito in termini reali aumenta dobbiamo tornare ulteriore capitale (o sbaglio?)
    Inoltre se al posto dell’esempio “famiglia” (che invece di indebitarsi può ridurre le spese) prendiamo un’impresa risulta difficile che riesca a finanziarsi semplicemente con l’autofinanziamento ed è molto più probabile che magari contragga dei debiti per fare fronte ai nuovi investimenti.
    Le chiedo chiarimenti su questo punto perchè cercavo da tempo una confutazione del fatto che la deflazione fosse negativa e perchè questa è la motivazione principale per cui si dice che la deflazione è dannosa ovvero che le imprese, se c’è deflazione, devono tornare più capitale e ciò le mette in crisi. La ringrazio in anticipo per la risposta!

     
    • libertyfighter

      8 novembre 2014 at 00:46

      Ti chiedo scusa per il ritardo nelle risposte. Ma apro ormai di rado questo blog per motivi di pessimismo cosmico riguardo l’Italia.

      La prima obiezione non ha molto senso: il prestatore di capitale ti propone un tasso X che già include la sua stima dell’inflazione o della deflazione prossima ventura. Tipicamente, ora che sanno che tu tendi a restituirgli meno valore, aumentano il tasso contabilizzando la perdita tra i costi. In una società con una tendenza deflazionistica, il tasso X sarebbe minore.Con un tasso costante( Y < X) avresti poche difficoltà all'inizio con rate "più basse" e soffriresti un pò di più in seguito, con rate "più pesanti", all'inverso di come succede ora, ma non è detto che non ci si possa accordare con tassi decrescenti o altro…

      Seconda obiezione, il ricorso al debito:
      L'Impresa, l'imprenditore, l'imprenditoria, sono agenti economici esposti a rischi. Rischiano SEMPRE di perdere parte del capitale per scelte sbagliate. In un certo senso, scommettono di continuo il loro capitale, perdendo quando scommettono sul cavallo sbagliato e vincendo quando scommettono sul cavallo giusto.

      E' buona pratica, in attività a rischio di capitale, farlo con il capitale proprio. Se mio figlio si gioca la paghetta a poker con gli amici sono cazzi suoi. Se si gioca il mio stipendio è peggio, se si gioca quello di tutta Capri, è ancora peggio.
      Ora è chiaro che giocandosi tutta Capri, se poi vince, vince bene. Ma non per questo gli abitanti di Capri devono essere obbligati a farlo giocare coi loro soldi.
      Capisci che se mio figlio si giocasse ogni mese al poker i soldi non suoi, ma quelli di tutta Capri, avremmo un paio di effetti negativi. Il primo è che i soldi dei Capresi vengono distolti da altre attività che loro ritengono più utili. Il secondo è il cosiddetto "moral hazard". Al terzo mese, mio figlio a giocare a poker ci va ubriaco, tanto che gli frega? I soldi non sono i suoi.

      Attenzione, non si sta dicendo che il debito non vada mai usato. Ma che il rischio del debito deve essere assunto TOTALMENTE dal debitore. In regime di inflazione tutta la popolazione contribuisce a pagare il tuo debito. In regime di deflazione te lo paghi da solo come è giusto che sia.
      Che una impresa trovi condizioni meno vantaggiose di adesso (del pre-crisi) nell'accesso al credito è possibile che avvenga. Ed è salutare che avvenga perché la crisi economica internazionale (secondariamente quella italiana) , è causata dalle distorsioni economiche (bolle) create dalla manipolazione monetaria, dall'inflazione e dalla redistribuzione governativa. In una economia a deflazione troverai meno debito, con aziende più capitalizzate, che useranno il debito solo quando i margini di guadagno siano sufficienti da coprire i più elevati rischi.

       
  8. Lore

    19 agosto 2014 at 20:55

    supponiamo questo esempio: un supermercato ha ricavi per 1000, costo merci 500 e salari 500… Se la deflazione è del 10% l’anno dopo i ricavi saranno 900 il costo delle merci sarà 450 però gli stipendi saranno sempre 500… Lei dice “chi se ne importa dei salari nominali se il potere d’acquisto aumenta” ma ciò è sbagliato: è il salario nominale che dobbiamo
    corrispondere ai dipendenti… In effetti è vero che il loro potere d’acquisto aumenta ma noi dobbiamo corrispondere loro il salario nominale… Anzi cercando su internet ho trovato che i salari “sono corretti” in base all’inflazione programmata quindi anche in caso di deflazione finirebbero per aumentare! Questo sarebbe negativo per l’impresa che magari potrebbe decidere di licenziare come la teoria economica prevalente suggerisce! Detto ciò non sto criticando il suo articolo, sto semplicemente chiedendo dei chiarimenti in quanto l’argomento mi interessa molto!

     
    • libertyfighter

      8 novembre 2014 at 01:10

      Guarda anche qui…. Se hai 1000 ricavi, fai costo merci 500 e salari 500 chiudi l’attività perché è inutile che la tieni aperta. Stai sprecando il tuo tempo facendo lavorare inutilmente gente in un progetto che si ripaga appena. L’anno dopo sconti il fatto che hai perso un anno di vita e un anno di tutti i tuoi dipendenti per non produrre nulla di utile ed ecco perché vai in difficoltà.
      Se sei una azienda fai UTILI.

      Allora facciamo così. 1000 di ricavi, costo merci 400 salari 400 GUADAGNI 200
      Secondo anno (defl 10%) 900 di ricavi, 360 costo merci 400 salari (nominali) GUADAGNI 140

      Ovviamente, supposto un numero costante di merci vendute (la parità di ricavi) , il guadagno diminuisce avendo fissato i salari nominali ad un certo livello per un certo numero di anni. Essendo fisso il nominale e in deflazione la società è chiaro come questo avvenga.E’ anche chiaro però che alla prossima turnata di definizione contratti, il salario nominale possa essere “adeguato alla deflazione”, o perfino automaticamente. Vincolato ad un bene. Tu sempre 8 ore lavori, io sempre l’equivalente di 8 grammi d’oro ti dò. E’ però altresì plausibile che il naturale aumento della produttività e dell’efficienza data dalla tecnologia faccia aumentare i ricavi e diminuire i costi delle merci, potendo quindi garantire una maggiore produttività marginale ai lavoratori che consenta loro di mantenere lo stesso salario o aumentarlo.

      Se poi contiamo la somma di GUADAGNI, vediamo come al terzo anno, la nostra azienda sia in grado di pagare tutte le merci in anticipo con il capitale accumulato (che adesso acquista più roba) . Dopo una decina di anni così, con i guadagni accumulati può addirittura far girare l’azienda due anni a sola beneficienza. O può utilizzare quel capitale RISPARMIATO per incrementare la produttività, aprire altre attività espandersi. Perfino prestarlo ad altri.

       
  9. Pippo

    2 dicembre 2014 at 10:00

    GRAZIE
    Grazie perché non sono il solo a pensarla così, evidentemente.
    Non ho tempo e quindi faccio solo un’osservazione su un dato di fatto:
    1. Le cose che compro mi costano sempre meno
    2. Il mutuo che ho mi costa sempre meno
    3. I BTP “investimento-del-poveruomo” acquistati a preezzi da saldo circa tre anni fa che rendono il 9% lordo mi valgono di fatto sempre di più
    4. Alcune aziende chiudono ma sono SOLO le aziende che da 10 anni mi chidevo “ma come fanno questi sfigati a restare aperti?”
    In breve: non riesco a vedere NESSUNO svantaggio nella deflazione o in questa crisi: molta gente imparerà a non vivere al di sopra dei propri mezzi, a indebitarsi di meno, a puntare su quanto non va mai in crisi: i neuroni.

     
  10. Roberto Curatolo

    11 agosto 2017 at 18:55

    Sono d’accordo e la recente crisi in Venezuela ne è la conferma.
    Sono convinto anche che non l’euro ma l’uso che se ne è fatto della sua conversione abbia raddoppiato i prezzi al consumo, lasciando invariati i parametri di riferimento degli stipendi, dimemezzando in tal modo il potere d’acquisto.

     
    • libertyfighter

      1 settembre 2017 at 19:51

      Mah… in realtà da quel che sapevo è che di euro ne hanno stampati il doppio di quel che avrebbero dovuto, all’epoca del cambio

       

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