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A proposito di IVA: Rothbard

06 Set

Il brano che segue appartiene al libro forse più devastante di Murray Newton Rothbard: Power and Market. Il libro ovviamente non è mai uscito in Italia, mai tradotto per ovvi motivi di opportunità. In questo libro Rothbard si limita a dimostrare in maniera puntuale che qualsiasi tipo di intervento governativo ad ostare la libera collaborazione tra persone ha effetti dannosi. La traduzione del brano in questione è mia, chiedo scusa per eventuali “libertà” o imprecisioni nella traduzione

Uno dei più antichi problemi connessi con la tassazione è: Chi paga la tassa?

Sembrerebbe che la risposta sia chiara, dal momento che il governo conosce la categoria che va a tassare. Il problema però non è chi paga la tassa immediatamente, ma  chi lo fa nel lungo periodo: il problema è cioè se la tassa possa o meno essere spostata dal pagatore immediato a qualcun altro. Lo spostamento avviene se l’immediato pagatore è in grado di alzare il suo prezzo di vendita per coprire la tassa,in modo da spostarne il carico sull’acquirente, o se viceversa è in grado di abbassare il prezzo di acquisto di qualcosa che compra, così spostandone il carico su un altro venditore.

In aggiunta al problema dell’incidenza della tassazione, vi è il problema di analizzare gli altri effetti economici di vari tipi e vari livelli di tassazione.

La prima legge dell’incidenza può essere introdotta immediatamente ed è una legge piuttosto radicale: nessuna tassa può essere spostata in avanti. In altre parole, nessuna tassa può essere spostata da un venditore ad un acquirente e via fino all’ultimo consumatore. Più avanti vedremo come questa legge si applica specificatamente ad accise e tasse sulle vendite, che si pensa comunemente vengano traslate agli acquirenti. E’ generalmente accettato che ogni  tassa sulla produzione o sulle vendite, aumenta il costo di produzione e quindi viene spiegata come un aumento dei prezzi al consumatore. I prezzi però, non sono mai determinati dai costi di produzione, ma piuttosto è vero il contrario. Il prezzo di un bene è determinato dal suo stock totale esistente e dalla sua domanda sul mercato. Ma la domanda non è influenzata per nulla dalla tassa. Il prezzo di vendita è scelto da qualunque azienda al punto di massimo guadagno netto e qualunque prezzo più alto, rimanendo fissa la domanda, farà semplicemente decrescere il guadagno netto. Una tassa quindi, non può essere scaricata sul consumatore.

E’ vero che una tassa può essere scaricata in avanti, in un caso: se la tassa causa la diminuzione delle scorte del bene in questione e quindi un aumento del prezzo sul mercato. Questo però difficilmente può essere chiamato “spostamento” di per sé:  uno spostamento implica che la tassa è passata senza , o con pochi problemi da parte del produttore. Se qualche produttore deve andare in fallimento, affinché la tassa sia “spostata”, questo difficilmente è uno spostamento nel vero senso della parola, ma dovrebbe essere definito nella categoria degli ulteriori effetti della tassazione.

Una tassa generale sulle vendite è il classico esempio di una tassa sui produttori che si crede essere spostata in avanti. Immaginiamo che il governo imponga una tassa del 20% su tutte le vendite al dettaglio.

Nel nostro esempio assumeremo  che questa tassa possa essere imposta con uguale efficienza in tutte le categorie di negozi.  Per molta gente, sembra ovvio che le aziende semplicemente aggiungeranno il 20% ai loro prezzi di vendita limitandosi ad agire come mero esattore per il governo.

Il problema però non è così semplice. Nei fatti, come abbiamo visto, non c’è alcuna ragione di credere che i prezzi possano essere alzati.

I prezzi sono già al punto di massimo guadagno netto, lo stock non è decresciuto e la domanda non è cambiata. Quindi i prezzi non possono venire aumentati. Inoltre, se guardiamo all’insieme generale dei prezzi, questi sono determinati dall’offerta e dalla domanda di moneta. Affinché il livello generale dei prezzi si alzi, deve esserci un aumento dell’offerta di moneta o una diminuzione della domanda di moneta o entrambi.     Nessuna di queste alternative si è verificata tramite questa tassa. La domanda di moneta non è diminuita, l’offerta di beni disponibili contro moneta non è diminuita e l’offerta di moneta è rimasta costante.

In queste condizioni  non c’è alcuna possibilità di ottenere un aumento generale dei prezzi.

Dovrebbe essere evidente che se i commercianti fossero stati in grado di passare l’aumento di tassazione sulle spalle dei consumatori sotto  forma di prezzi più alti, avrebbero aumentato questi prezzi da soli, senza attendere l’impulso di un aumento di tassazione. I commercianti non si adagiano deliberatamente al minor prezzo di vendita che essi riescono a trovare. Se lo stato della domanda avesse permesso prezzi più alti, le aziende si sarebbero avvantaggiate di questo fatto molto tempo prima. Si potrebbe obbiettare che un aumento di tassazione sulle vendite è generale e quindi che tutte le imprese insieme possano ancora spostare la tassa. Ma ogni impresa segue la curva di domanda per il proprio prodotto e nessuna di queste curve di domanda è cambiata.

Un aumento di tassazione non fa nulla per rendere più conveniente aumentare i prezzi.

Il mito che una tassa sulle vendite possa essere spostata in avanti è comparabile al mito che un aumento salariale imposto dai sindaati possa essere spostato sui consumatori tramite prezzi più alti, quindi causando inflazione.

Non c’è modo che il livello generale dei prezzi possa essere alzato e l’unico risultato di questo aumento salariale sarà sempre e solo una disoccupazione di massa

Molte persone vengono fuorviate  dal fatto che il prezzo che i consumatori pagano deve necessariamente includere la tassa. Quando qualcuno va  al cinema e legge preventivamente che il costo di $1 di biglietto copre un prezzo di 85 centesimi e una tassa di 15 centesimi, egli tende a concludere che la tassa è stata semplicemente aggiunta al  prezzo. Ma $1 è il prezzo, non 85 centesimi. Quest’ultima somma è il reddito appartenente all’impresa dopo la tassazione. Questo reddito è stato ridotto per permettere il pagamento delle tasse.

In effetti questo è precisamente l’effetto di una  tassa generale sui consumi. Il suo impatto immediato è di abbassare il reddito lordo delle imprese dell’ammontare della tassa. Nel lungo termine ovviamente, le imprese non pagano la tassa perché la loro perdita di reddito lordo è propagata all’indietro verso il reddito da interesse dei capitalisti, sugli stipendi e sulla redditività dei fattori originali di produzione: lavoro e terra. Una diminuzione nel reddito lordo delle imprese al dettaglio è propagato all’indietro da una diminuzione della domanda per i prodotti di tutte le aziende di ordine più alto. Tutte le imprese comunque, tenderanno, nel lungo termine, ad un ritorno in interessi uniforme.

Qui sorge una differenza tra una tassa generale sulle vendite e una tassa sui redditi aziendali. Non c’è stato alcun cambiamento nelle preferenze temporali o nelle altre componenti del tasso di interesse.

Mentre una tassa sui redditi provoca una abbassamento percentuale dei ritorni da interessi, una tassa sulle vendite può e sarà scaricata completamente dagli investimenti indietro fino ai fattori originali di produzione. Il risultato di una tassa generale sulle vendite è una riduzione generale nel reddito netto prodotto dai fattori originali: di tutti i salari e delle rendite dei terreni.

La tassa sulle vendite è stata scaricata all’indietro fino ai redditi dei fattori originali. Ogni fattore originario di produzione non guadagna più il valore marginale del prodotto: adesso i fattori di produzione guadagnano meno del  loro DMVPs (discounted marginal value products n.d.T), la riduzione consiste nella tassa sulle vendite pagata al governo.

E’ necessario adesso integrare questa analisi dell’incidenza di una tassa generale sulle vendite con la nostra precedente e generale analisi dei benefici e degli oneri della tassazione. Questo può essere fatto ricordando che i ricavi della tassazione sono, di volta in volta, spesi dal governo. Sia che il governo spenda i soldi per risorse per la sua propria attività o che semplicemente trasferisca i soldi a gente che sussidia, il risultato è quello di spostare la domanda di consumi e investimenti da mani private a quelle del governo, o a quelle di individui supportati dal governo, dell’ammontare  della tassa.  In questo caso, la tassa è stata in via definitiva applicata ai redditi dei fattori originali e la moneta trasferita dalle loro mani a quelle del governo.

Il reddito del governo e/o di coloro che sussidia è stato aumentato alle spese di coloro che son stati tassati e quindi consumo e investimenti nel mercato sono stati spostati dai primi ai secondi dell’ammontare della tassa. Come conseguenza, il valore dell’unità monetaria rimane inalterato ( escludendo una differenza tra la domanda di moneta dei taxpayers e quella dei taxconsumers), ma il set dei prezzi sarà spostato in accordo con lo spostamento nelle domande.

Quindi, se il mercato stava spendendo in maniera pesante nell’abbigliamento e il governo usa i proventi per la maggior parte nell’acquisto di armi, ci sarà una caduta nel prezzo dei vestiti,  un aumento nel prezzo delle armi e una tendenza,  per i fattori di produzione non specifici a spostarsi dal settore dell’abbigliamento a quello della produzione degli armamenti.

Come risultato, non ci sarà, come potrebbe credersi, un caduta proporzionale del 20% sulla redditività di tutti i fattori di produzione come risultato di una tassa del 20% sulle vendite.  I fattori specifici in industrie che hanno perso mercato dal risultato dello spostamento della domanda dal privato al pubblico, perderanno proporzionalmente più reddito. I fattori specifici nelle industrie che hanno guadagnato mercato grazie alla scelta pubblica, perderanno di meno, qualcuno può guadagnare abbastanza da ritrovarsi con un guadagno assoluto come risultato dell’intromissione governativa.

I fattori di produzione non specifici non saranno influenzati così proporzionalmente, ma anche essi perderanno e guadagneranno in accordo con le differenze che i cambiamenti della domanda provocano nella loro produttività marginale.

La conoscenza che le tasse non possono essere scaricate in avanti è conseguenza dell’adesione alla analisi del valore “Austriaca”:  che i prezzi sono determinati dalla domanda  ultima per gli stock e non in alcun modo dal “costo di produzione”. Sfortunatamente, tutte le precedenti discussioni  sull’incidenza della tassazione sono stati guastati da sbornie di teoria classica del “costo di produzione” e dall’incapacità di adottare un approccio “Austriaco” consistente. Gli economisti  austriaci stessi non hanno mai applicato realmente le loro dottrine alla teoria dell’incidenza delle tasse, quindi questa discussione apre nuovi orizzonti.

La dottrina dello spostamento in avanti è stata adesso  portata alle sue logiche e assurde conclusioni : i produttori scaricano le tasse sui consumatori e i consumatori a sua volta possono spostarla ai loro impiegati e così via all’infinito con nessuno che realmente paghi alcuna tassa.

Bisogna attentamente notare che una tassa generale sulle vendite è un fulgido esempio di fallimento di una tassa sul consumo. Si crede comunemente che una tassa sulle vendite penalizzi il consumo più che il reddito o il capitale. Ma abbiamo visto che la tassa sulle vendite riduce non soltanto il consumo, ma la produttività, il reddito dei fattori originali.  La tassa generale sulle vendite è una tassa sul reddito, sia pure di tipo piuttosto casuale, poiché non c’è modo di rendere uniforme il suo impatto sulle classi di reddito. Molti economisti “di destra” hanno sostenuto una tassazione sulle vendite come opposta ad una tassazione sui redditi, sulla base che la prima tassasse il consumo ma non i risparmi e gli investimenti; molti economisti di sinistra si sono invece opposti alla tassa sulle vendite per le stesse ragioni.

Entrambi sbagliano, la tassa sulle vendite è una tassa sul reddito, seppure molto casuale e di impatto incerto. L’effetto principale della tassa sarà quella di una tassa sul reddito: la riduzione del consumo E dei  risparmi/investimenti  dei contribuenti.

Siccome, come vedremo, la tassa sui redditi  per sua natura si abbatte in maniera più pesante sui risparmi/investimenti che sul consumo , raggiungiamo la conclusione paradossale e importante che una tassa sui “consumi” si abbatterà ugualmente in maniera pesante sui consumi e gli investimenti.

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17 commenti

Pubblicato da su 6 settembre 2013 in articoli economici, economia austriaca, tasse

 

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17 risposte a “A proposito di IVA: Rothbard

  1. pierino60

    6 settembre 2013 at 20:55

    non mi convince molto, mi sembra dia per scontato senza nessuna argomentazione concreta che a tassazione totrale invaraiata non ci sia nessun effetto dallo spostamento della tassazione dai redditi ai consumi.
    Forse in un economia astratta che sia chiusa al commercio su lunghe distanze, in cui non ci siano costi di transzione che spostino sempre in un futuro mai realizzato il raggiungimento degli equilibri teorizzati dagli “austriaci”, potrebbe anche esere vera l’equivalenza teorizzata dall’articolo, ma in un mostro burocratico inefficente come l’Italia è assolutamente inapplicabile.
    Per fare un esempio, favorire la proprietà delle abitazioni rende più conveniente l’aqcuisto della casa rispetto all’ affitto, ma cosi facendo rende più difficile lo spstamento della manodopera e quindi più diffcoltoso l’incontro tra offerta e domanda di lavoro, aumentando così la disoccupazione frizionale, il risultato teorico sarà lo stesso, ma quello pratico è un impoverimento complessivo.
    Da come scrive sembra supporre che esista un unico equilibrio possibile, mentre per fare un paragone con la fisica è intrinsecamente assurdo parlare di equilibrio in economia, si tratta di stati stazionari continuamente variabili, in cui l’effetto sulla situazione dell’istante reale è diverso da quello teorizzabile di equilibrio.
    E dato che la realtà è un continuo di istanti reali, l’equilbrio teorico non si raggiunge mai.
    Purtroppo la battuta spesso malintesa di keynes sul lungo periodo che non vedremo mai era meno stupida di quanto pensino molti.
    Questo non significa che ci siano tasse “buone” ma che l’effetto non può essere valutato astrattamente come fa Rothbard, nel mondo reale le economia in cui si tassano molto più i redditi dei consumi come l’Italia sono meno SANE e competitive di quelle che fanno esattamente l’opposto.
    Come diceva il Bardo, ci sono molte più cose tra cielo e terra di quante ne veda la tua filosofia.

     
    • libertyfighter

      7 settembre 2013 at 10:51

      “non mi convince molto, mi sembra dia per scontato senza nessuna argomentazione concreta che a tassazione totrale invaraiata non ci sia nessun effetto dallo spostamento della tassazione dai redditi ai consumi.”

      Veramente non dice che non ci sia nessun effetto spostando la tassazione dai redditi ai consumi. Dice che è IMPOSSIBILE tassare i consumi, perché quando lo fai in realtà la tassa viene scaricata sui redditi dei possessori dei fattori originari. In pratica, non esiste la tassa che colpisca i consumi. Ed è piuttosto ovvio, con un pò di basi austriache, perché una tassa sui consumi prevederebbe che al prezzo che sono disposto a pagare (quindi al valore che assegno ad una merce) venga aggiunta la tassa, senza per ciò provocare in me una variazione nella scala di valori.
      Viceversa, siccome la mia valutazione per il bene in questione non è cambiata la tassa la paga chi produce il bene che non può aumentarne il prezzo.

      Per quanto riguarda l’altra tua obiezione, ovvero che nazioni che tassano i redditi in maniera diretta sono meno sane di quelle che tassano i redditi in maniera caotica tramite IVA, l’effetto va ricercato prima di tutto nel peso della tassazione. Se paragoni uno stato col 40% di tasse con uno che ha il 70% non c’è nulla da fare.
      Poi c’è il fatto che la tassazione sui redditi generata dall’IVA è diversa da una generata da una tassa sui redditi, quindi colpisce (in maniera piuttosto caotica) diverse persone e provoca distorsioni differenti. Magari a volte le puoi considerare meno gravi, ma sono solo diverse.

      Sull’esempio abitativo stendo un velo pietoso.
      Perché la distorsione provocata dal sovvenzionamento degli acquisti di casa dovrebbe avere il “risultato teorico” analogo del distorcere l’economia sovvenzionando gli affitti? Sono entrambe distorsioni. Entrambe impoveriscono, ma ognuna colpisce diverse categorie più di altre. Chi ha mai argomentato che sul piano teorico il risultato sia lo stesso?????

       
  2. pierino60

    7 settembre 2013 at 16:51

    Sul sistema abitativo: ho detto che se tassi sempre di più redditi i profitti e quindi gli affitti e non tassi la prima casa ci sarà una grossa convenienza a comperare l’abitazione, questo porta a grossi costi di transizione se devi cambiare casa, che non avresti se tu fossi in affitto.
    Questo riduce la mobilità delle persone e quindi introduce uno ostacolo all’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
    Insomma l’economia, è anche la risposta delle persone agli incentivi
    Dire che le distorsioni “puoi considerarle meno gravi, ma sono solo diverse” è irreale, gli effetti sono diversi e in alcuni casi sono molto peggio di altri, incentivare la pigrizia e disincentivare l’iniziativa è senza alcun dubbio molto peggio del suo contrario, anche se FILOSOFICAMENTE si possono equiparare.
    Dato che SE NON RIDUCI LA SPESA qualche tassa la devi mettere per forza, lasciare una aliquota marginale sui profitti del 70% per portare a ZERO la tassazione della prima casa è da imbecilli,
    L’esempio di stati SANi con una diversa struttura della tassazione, che tassano MOLTO MENO i profitti delle imprese che intendevo io era di stati con una pressione fiscale complessiva più alta di quella italiana : Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia.
    Io dicevo che in Italia la tassazione è talmente sbilanciata a sfavore della produzione e a favore del consumo che l’effetto soggettivo di disincentivo all’investimento e all’iniziativa imprenditoriale.
    Ho alcune centinaia di migliaia di euro di risparmi, ma INDIVIDUALMENTE quando penso a cosa farne vedo che in Italia è meglio non lasciarli , che mettersi a iniziare un attività produttiva è suicida e anche comperare una casa da affittare è antieconomico.
    In Italia ti costringono a vivere di rendita e se questo vale per me e vale per gran parte delle persone che negli anni buoni hanno accumulato un po di risparmi è inutile fare masturbazioni mentali teoriche, il fatto è che alla fine ci sono un po di persone che se i politici italiani fossero meno coglioni avrebbero un datore di lavoro ( ME ).

     
    • libertyfighter

      9 settembre 2013 at 11:28

      Io condivido quel che dici sulla spesa pubblica, meno quello sulla tassa di proprietà (casa), condivido soprattutto le tue riflessioni da imprenditore: NON investire in italia, NON aprire attività “produttive” perché non sono produttive. E condivido pure l’ultima frase sul certo numero di persone che avrebbero datori di lavoro. Non saresti solo tu.

      MA quel che non condivido è la riflessione economica secondo la quale in Italia la tassazione è sbilanciata contro la produzione e “a favore del consumo”.

      Vado a spiegare. Rothbard ci dimostra che è impossibile MATERIALMENTE tassare il consumo. Qualunque invenzione di tassa sul consumo diventa automaticamente, immersa nel mercato, una tassa sui redditi. Di qualcuno. Non paga di più chi consuma, ma guadagna di meno chi inizia a vendere i fattori originari destinati al prodotto tassato “al consumo”. Chi consuma fissa un valore per il bene finale e quello è disposto a spendere. Se il prezzo è maggiore o ne diminuisce la quantità acquistata o vira su beni meno costosi.
      Il che significa che la catena produttiva deve vendere agli stessi prezzi di mercato ma facendoci rientrare anche l’IVA. Quindi TASSA SUI REDDITI.

      Ragion per cui l’affermazione dello sbilanciamento è sbagliata. In Italia non c’è uno sbilanciamento a favore del consumo e contro la produzione. C’è solo ed esclusivamente troppa troppa tassazione contro la produzione (IVA E IRPEF), che incidono su redditi diversi, ma entrambe incidono sui redditi.

      L’osservazione che in altri stati le cose vadano meglio è dovuta a tutt’altro. Precisamente, visto e considerato che Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca NON HANNO UNA TASSAZIONE TOTALE MAGGIORE DELL’ITALIA ma una ventina di punti inferiore, tutto incluso.

      Questa storia della tassazione maggiore era vera 20-25 anni fa. Solo che nel frattempo loro hanno ridotto e noi abbiamo continuato ad aumentare invocando la Svezia, la Norvegia e la Finlandia (mai che si invocasse la Svizzera, New Zealand, Australia, hong Kong o Singapore).

      Il ragionamento è analogo a quello che dice che l’inflazione è una bella roba perché in Italia quando era a due cifre si stava meglio di adesso.

      La storia economica è il risultato applicato sul campo di miliardi di fattori. Può essere interpretata e spiegata grazie alla conoscenza preesistente di regole economiche prasseologiche. Ma dalla sua osservazione, se non utilizzi regole certe, puoi dedurre tutto e il contrario di tutto.

      Lo studio prasseologico ci dice che l’Italia stava meglio NONOSTANTE l’inflazione, perché l’inflazione distrugge il capitale e la distruzione del capitale non è mai un progresso.
      Alla stessa maniera lo studio prasseologico ci dice che l’IVA è comunque una tassa sui redditi e che quindi, la differenza di situazione tra Italia e Svezia dipende da un milione di fattori meno uno: lo squilibrio tra tassazione sui consumi e tassazione sui redditi. Questo perché nessun paese al mondo potrà mai tassare i consumi.

       
  3. Gil

    9 settembre 2013 at 10:17

    Se non ho capito male il brano fissa un unico caposaldo, del tutto condivisibile, in cui se in un tempo t=0 si introduce una tassa è impossibile ribaltarne gli effetti a valle ma solo a monte, pochè (condivisibilissimo) il mercato ha già regolato il miglior prezzo possibile per quel determinato bene.

    Da qui Rotband deduce che l’intervento dello stato è sempre distorcente, concetto in astratto meno condivisibile, poichè nella realtà (IMHO) lo stato interagisce con gli altri attori nel porcesso economico.
    Dove mi perde completamente è nell’esempio degli armamenti dove la domanda (generata da un player più grande e ricco, indirizza il mercato verso il privilegio di un bene (armi), a discapito di quello che assorbiva fino a quel momento i fattori originari di produzione. A me sembra più che una distorsione una dinamica del processo.
    Liberty, puoi aiutarmi a capire?

     
  4. Gil

    9 settembre 2013 at 10:23

    Naturalmente Rothbard non Rothband.:-(

     
  5. pierino60

    9 settembre 2013 at 12:52

    L’errore secoindo me sta ne conofndere il fatto che una tassa sui consumi diventi automaticamente una tassa sui redditi con l’ipotesi che abbia gli stessi effetti sul comportamento delle persone.
    Parla di un mondo in cui non esistono costi di transazione.
    Di un mondo in cui l’effetto agregato sull’economia conta di più dell’effetto sul singolo.
    Mi sembra inutile dire che alla fine il risultato complessivo non cambia se si trascura il fatto che a parità di condizioni il risultato di un prelievo sulle merci invece che sui profitti comporta un trasferimento di potere d’ acquisto dalle attività improduttive verso quelle produttive.
    Per fare un esempio se gli stessi consumi costano 100 euro in più ma lo stipendio del parassita raccomandato con tessera di partito rimane invariato, mentre i profitti dell’imprenditore aumentano di 200 euro l’effetto sui consumi totali sui prezzi e sui costi di produzione è invariato, ma quello sugli incentivi a produrre assolutamente no.
    Rothbard da questo punto mi sembra moltio un segaiolo da biblioteca.
    Le notizie sui paesi del Nord le ho trovate qui:
    http://archeo-finanza.blogspot.it/2013/09/sui-paesi-socialdemocratici-nordici.html

     
  6. libertyfighter

    9 settembre 2013 at 13:06

    Per fare un esempio se gli stessi consumi costano 100 euro in più ma lo stipendio del parassita raccomandato con tessera di partito rimane invariato, mentre i profitti dell’imprenditore aumentano di 200 euro l’effetto sui consumi totali sui prezzi e sui costi di produzione è invariato, ma quello sugli incentivi a produrre assolutamente no.

    I costi di transazione non c’entrano nulla con lo “spostamento” di una tassa. Non c’è bisogno di nessuno che a pagamento sposti la tassa. La tassa viene spostata automaticamente per il semplice fatto che il VALORE di un bene NON DIPENDE dai costi. Non è un “errore” è la tesi dell’articolo in questione. Siccome il valore di un bene non dipende dai costi, questo IMPLICA che i PREZZI non dipendono dai costi ma dal VALORE soggettivo. Siccome la tassa non aumenta in alcun modo la percezione del valore dell’oggetto, i prezzi non possono variare per effetto della tassa e questa da sola va quindi ad incidere sui redditi delle attività produttive. Ergo, imposta sul reddito. Senza costi di transazione.

    Se i consumi costano 100 euro in più, non sono gli stessi consumi. Sono diversi e inferiori.
    Se i consumi costano 100 euro di più i profitti dell’imprenditore sono 100 euro di meno, perché dal profitto precedente l’instaurazione della tassa deve scalare i 100 euro con i quali deve coprire la tassa.
    Tu presupponi sempre e in maniera errata che se per legge inserisco una IVA, se prima la gente spendeva 100, adesso spende 120.
    Invece, quel che accade è che la gente tende a continuare a spendere 100. Se la gente spende 100 ma c’è un’IVA del 20%, ecco che da quel profitto lordo, invariato perché invariati i desideri, invariata la preferenza temporale, invariata la massa monetaria e invariate le scorte di magazzino, diventa 80 netto.

    Quindi si è ridotto il profitto netto del produttore. Ergo, tassa sul reddito. Può una tassa sul reddito essere assimilata ad un “incentivo a produrre” ? NO.

     
  7. libertyfighter

    9 settembre 2013 at 14:15

    @Gil
    Si hai capito abbastanza bene. Almeno i due paragrafi che condividi. Il governo è CERTAMENTE un attore che entra nel processo economico. Ma vi entra senza le caratteristiche degli altri attori e quindi i suoi interventi sono distorcenti.
    Il mercato non è indirizzato verso le armi da una libera scelta dei cittadini, ma da un esproprio e una successiva decisione politica.
    Anche un rapinatore, una volta effettuata la rapina utilizza i soldi e partecipa al processo di mercato.
    Cionondimeno, il suo agire non porta ALCUN beneficio al mercato in generale, ma lo distorce solamente. Vediamo il perché

    1) I soldi che ha rubato erano “di più” in tasca al proprietario che se li era sudati, in quanto la valutazione che si da AI PROPRI soldi è sempre maggiore di quella che si da AI SOLDI ALTRUI. In special modo se, come nel caso di un governo, il costo di arraffarli è nullo.
    Il Capitale totale, a seguito di un furto diminuisce a causa della distribuzione subottimale dello stesso.

    “https://libertyfighter.wordpress.com/2012/04/24/capire-leconomia-per-capire-la-realta-il-capitale/”

    2) Il capitale (già inferiore) viene investito in maniera differente dal ladro in questione rispetto a come lo avrebbe investito il rapinato. Ad esempio in tute nere da furto di appartamento. Ma questo investimento impedisce che gli stessi soldi siano investiti dove avrebbe voluto colui che li ha prodotti. Quindi la produzione si sposta da che so, produzione PC, perché il titolare avrebbe acquistato pc con quei soldi, alla produzione di tute nere da furto. Ora, il problema è che le tute nere da furto non le vuole la gente che produce ricchezza. Le vuole solo chi si appropria della ricchezza altrui e le compra tramite ricchezza altrui.

    Il player ricco di cui tu parli è un player speciale, perché non produce ricchezza, la toglie agli altri e la investe dove decide lui. Non investe mai la SUA ricchezza, ma sempre quella DEGLI ALTRI, con ciò creato un disallineamento tra chi crea e chi utilizza che distrugge la retroazione del mercato.

    Una persona lavora PER DEI FINI suoi personali. Tramite il frutto del suo lavoro raggiunge (o meno) i propri fini.
    La spesa pubblica invece si avvale di ricchezza creata per fini personali dei singoli individui e viene impiegata per i fini personali del GOVERNO, nella persona di chi decide.
    Le società diventano ricche se e solo se chi si sforza di produrre poi può utlizzare i proventi del suo sforzo. Se la ricchezza prodotta dagli uni è disposta da altri questo non provoca ricchezza, provoca instabilità politica, impoverimento dei produttori di ricchezza, disincentivo a produrre,

    La migliore allocazione possibile della ricchezza è quella decisa da ciascun produttore. Supponi per un momento che lo stato impieghi il 99% del PIL in armamenti. Equivale a dire che la gente mangia a livello subsussistenza, o anche meno, ma in compenso lo Stato ha tonnellate e tonnellate di armi. Anche in questo caso, secondo la tua idea, il player sta stimolando l’economia: è ricco e spinge per gli armamenti.

    Già ma il riccone non fa un cazzo, compra solo armi, mentre quelli che fanno, vorrebbero investire in patate, cicoria, carote e farro, ma non possono perché gli rimane solo l’ 1%.
    Volendo credere ad un sistema di prezzi da mercato libero, sembrerebbe che l’economia sia florida e che si voglia tutti investire in armi, perché di cibo ce ne sta anche troppo.
    MA QUESTO è un ragionamento che PRESUPPONE che i cittadini siano liberi di usare i soldi come meglio credono. Solo in questo caso vale il: “se volevi più cibo compravi riso invece che armi”.

    In realtà l’economia è allo schifo: i produttori lavorano 100 per ottenere 1. Dal loro punto di vista, gli altri 99 sono SOLDI BUTTATI. Chiaro che dal punto di vista governativo invece va tutto bene, ma converrai con me che questo non è vero. D’altra parte, supponi che ad un certo punto il governo volesse rientrare di un pò di soldi e decidesse di vendere le armi. Le armi hanno un prezzo, che è il prezzo che egli ha pagato. Se fosse un prezzo di mercato, il governo venderebbe queste armi nel mercato (interno per semplicità) e rientrerebbe della spesa. Ma il prezzo è finto, perché quello è solo il valore al quale è disposto a comprarle il governo. I cittadini valutano zero quelle armi, soprattutto perché sono impegnati a cercare riso e cicoria. E’ chiaro pure che coloro che lavorano nelle molte aziende di armi sono pagati e quindi si può anche raccontare che lo Stato permette a costoro di lavorare. Ma lavorano non nella produzione di cibo, come vorrebbe la gente ma nella produzione di armi.

    Insomma, tutto questo giro di parole per dirti che quando separi la produzione della ricchezza dall’ uso, il risultato è sempre una perdita netta di ricchezza e che qualunque cosa ci fai con quei soldi, il risultato è sempre inferiore a quello che si avrebbe se la destinazione degli stessi fosse stata decisa dai rispettivi produttori.

    Ecco perché il governo non è un player economico come gli altri: come non lo è un rapinatore, non lo è un falsario, né lo è quello che sfascia un vetro per incentivare il lavoro dei vetrai.

     
  8. Gil

    9 settembre 2013 at 14:35

    Liberty, ti ringrazio per l’esaustiva spiegazione, In effetti se avessi fatto un pò meglio la mia “due diligence” riguardo allo studio del movimento anarco capitalista, avrei compreso immediatamente chè non è il ruolo che si contestava allo stato nell’esempio delle armi ma la finalità.

    Per il resto ottime, secondo me,queste due perle di saggezza:
    “La migliore allocazione possibile della ricchezza è quella decisa da ciascun produttore”
    “quando separi la produzione della ricchezza dall’ uso, il risultato è sempre una perdita netta di ricchezza”
    Grazie ancora per la risposta

     
    • libertyfighter

      9 settembre 2013 at 14:38

      Non c’è di che, sempre a disposizione.

       
  9. Nicola Scipione

    22 settembre 2013 at 17:24

    Ho letto più volte con attenzione la pagina di Murray Rothbard e i relativi commenti. Non sono facili da capire per i non addetti alla produzione e al commercio, e forse anche per i commercialisti. Dopo aver letto con apposita ricerca chi era e cosa pensava M.R ho dedotto che lo scopo che si proponeva col suo libro era valido in America quando lo ha scritto , ora non è valido in Italia a proposito della NOSTRA IVA. Per questo credo che debba essere meglio tradotto in italiano ( l’iva non è una tassa ma un’mposta quindi funziona diversamente). La cosa chiara che si capisce è che la sua teoria si applica alla “libera impresa e al libero mercato” per i quali in teoria, appunto, potrebbe funzionare, ma in pratica no. Ed è ciò che si deduce anche dai commenti.
    I commentatori, infatti, parlando come Ciceroni “pro domo propria”, non si accorgono , che la normativa italiana che ha inventato l’ imposta è una truffa legalizzata da cui traggono profitto , legittimo o non, sia lo Stato che i produttori e i rivenditori di merce.. I truffati sono i consumatori. Spiego perché.

    L’ IVA è un’ Imposta sul Valore Aggiunto , si dovrebbe applicare, cioè, sull’ utile che produttore, grossista, e commerciante aggiungono a quello speso per la produzione, l’acquisto e la rivendita della merce Esempio: il negozio di alimentari che vende anche il pane paga al forno €100, IVA compresa di € 21 a carico del fornaio, lo rivende ai consumatori ricaricando il costo del suo utile di € 40 . Sul totale di 140 ai consumatori viene imposto di pagare il 21% , di IVA appunto, pari a 140+28 = 168 €. . I 28 €, però, il negoziante , incaricato di fare l’ esattore, li deve versare allo Stato utilizzando una manovra di scorporo che gli consente di recuperare l’ Iva da lui pagata all’ origine, con un evidente guadagno di € 7. Ho fatto, appare evidente,. una semplificazione della filiera creata dal DPR 633/72 che con l’ art. 1 non rispetta il Valore Aggiunto ma indica il totale del fatturato compresa l’ imposta. . Così l’ utile del venditore scompare, quindi nessuno sa quanto ha guadagnato. Chi sono i beneficiati? Per chiarire meglio la filiera sarebbe necessaria una esposizione più articolata , impossibile in questa sede. Fra qualche giorno lo farò sul mio giornale on line http://www.interventi-abruzzo.com.

     
    • libertyfighter

      23 settembre 2013 at 13:35

      Nicola. Iniziamo col semplice. “tassa” o “imposta” funzionano diversamente non so in quale campo: per quanto riguarda un discorso economico, tassa o imposta sono entrambi uno scambio coatto dove un ente impone ad un altro ente di pagare dei soldi in cambio o meno di un servizio non liberamente scelto. Sono uno scambio forzato. E vanno trattati e analizzati come uno scambio forzato. Poi le puoi chiamare tasse, imposte, gelati, cornini o tavole di legno. Sempre scambi forzati sono e provocano sempre gli effetti che gli scambi forzati provocano. Vedi in proposito il mio post: Capire l’Economia per Capire la Realtà: Il Valore.

      Andiamo al seguito. Il tuo discorso sulla filiera, i rincari e i prezzi, è viziato dal SOLITO E BANALE errore del credere che PREZZO DI MERCATO sia correlato al COSTO di produzione. E che quindi la tassa venga “caricata” sui consumatori.
      MA I CONSUMATORI dimostra Rothbard, NON PAGANO LA TASSA, in quanto il PREZZO DI MERCATO deriva dallo STOCK prodotto e dalla DOMANDA. La DOMANDA non aumenta perché hai aggiunto una IMPOSTA. Lo Stock neppure.
      In pratica, con o senza la tassa, il VALORE (e correlativamente) il prezzo di mercato del bene in questione, NON CAMBIA. Quello che cambia è solo la DIFFERENZA tra il VALORE DI MERCATO (quello scelto dai consumatori) e il COSTO DI PRODUZIONE (artificialmente aumentato dalla imposta o tassa. SE UN COMMERCIANTE colpito dall’IVA avesse potuto ricaricarla sui consumatori senza perdere clienti, come tu affermi accadere in caso di IVA, avrebbe semplicemente alzato i prezzi del 21% senza attendere alcun suggerimento governativo ed avrebbe incassato il 21% in più. SE NON LO FA è perché sa che un aumento di prezzo provocherebbe una caduta della domanda e quindi incassi inferiori.
      Adesso non è che se invece che la sua brama di guadagno è lo Stato ad imporgli l’aumento, la domanda si comporta in maniera diversa.

      In pratica: Il prezzo di mercato NON VARIA, perché deriva da giudizi SOGGETTIVI dei clienti, i quali giudizi NON CONTEMPLANO l’IVA.
      SE io voglio spendere al massimo 100 euro per un telefonino, questo NON CAMBIA se lo Stato mi mette una tassa o imposta o tavolo di legno, del 21%. Se il mio valore stimato è 100 euro, non ne pago 121 perché me lo ha detto lo Stato. Compro un cellulare da 80 euro che con l’IVA diventano 100. Per tale motivo quel che accade nella realtà, e non nel mondo delle fiabe di chi non ha mai letto nulla di “Azione Umana” è che tutta la “filiera” è costretta a limare i guadagni, in particolare l’imposta viene trasferita a ritroso fino ai detentori di fattori di produzione specifici che non possono essere traslati a produzioni più efficienti.

      Non hai detto nulla di assurdo, sei solo allineato con gli errori classici dell’economia letta alla carlona e raccontata da ciarlatani statali. E’ un pò come se nel 1300 mi stessi dicendo che la terra è piatta. E’ sbagliato, ma non è nulla di nuovo. Lo dicevano tutti all’epoca. Come adesso ti dicono che il prezzo lo fanno i venditori. Cazzate, ma le dicono tutti.

       
      • Nicola Scipione

        23 settembre 2013 at 22:53

        Caro Liberty, ti comunico di aver risposto qualche minuto fa alla tua richiesta di conferma dello scambio di messaggi.
        Con questo messaggio, però, devo dirti che la tua risposta non convince, e mi dispiace , ma il tuo ragionamento non spiega che cos’è l’ IVA , su cosa si paga, e da chi. Non spieghi neanche come si svolge la filiera che fa arrivare i soldi allo Stato tramite i commercianti “esattori”, i quali dopo aver pagato l’imposta sulla fattura dei loro acquisti , recuperano la stessa imposta perché all’ importo totale a loro fatturato , cioè compreso l’ IVA , aggiungono il loro utile, nella misura che ritengono opportuno, e su questo totale fanno pagare l’ IVA ai consumatori, per poi versarla allo Stato dopo averla trattenuta e magari investita nelle banche o in altre attività. La tua, dunque, è una sofisticata teoria difficile da capire ma che potrebbe apparire un modo strano di difendere i commercianti di ogni livello dalle decisioni di acquisti dei consumatori senza spiegare se è possibile farli risparmiare. Torno alla differenza fra Tassa e Imposta. La tassa viene richiesta come contropartita di un servizio , vedi la ex TARSU la quale potrebbe essere evitata non partecipando al servizio di raccolta. L’ Imposta, invece, non ha contropartita, vedi l’ IVA che dovrebbe gravare , appunto , solo sull’ utile ricaricato dal venditore come valore aggiunto a quello iniziale. Non volermene se ti chiedo l’ ultima cosa : mi sai dire se ,oltre allo Stato che molto spesso incassa in ritardo, c’è qualcuno che nella filiera trova il modo di lucrarci?
        Con simpatia. Nicola

         
  10. libertyfighter

    23 settembre 2013 at 23:39

    L’IVA è la solita, stantia imposta del cazzo sul “valore aggiunto”. Il valore aggiunto si basa sulla teoria sbagliata che il valore di un bene sia oggettivo, valutabile da terzi e definibile. Si basa inoltre sulla successiva teoria sbagliata secondo cui tale tassa verrebbe a cadere sui CONSUMI invece che sui REDDITI. Tale seconda idiozia è dovuta semplicemente alla malsana e sbagliata idea che il prezzo di mercato derivi dai costi di produzione. Cosa che affermi pure tu in questa frase (sbagliata)

    “Non spieghi neanche come si svolge la filiera che fa arrivare i soldi allo Stato tramite i commercianti “esattori”, i quali dopo aver pagato l’imposta sulla fattura dei loro acquisti , recuperano la stessa imposta perché all’ importo totale a loro fatturato , cioè compreso l’ IVA , aggiungono il loro utile, nella misura che ritengono opportuno, e su questo totale fanno pagare l’ IVA ai consumatori, per poi versarla allo Stato dopo averla trattenuta e magari investita nelle banche o in altre attività.”

    Non ti posso spiegare roba simile, perché nessun commerciante, e si vede che tu NON SEI UN COMMERCIANTE, può “aggiungere il proprio utile nella misura che ritiene opportuna”.
    Quello che ho cercato di spiegarti e ho suggerito di andarti a studiare col mio post, è che il PREZZO DI MERCATO arriva PRIMA dei costi e NON DIPENDE DAI COSTI. E’ l’affrontabilità del costo che deriva dal prezzo di mercato.

    Il commerciante e l’imprenditore non fanno il ragionamento “Per produrre il bene X ho speso 5 euro di costi vivi, il mio utile desiderato è 1 euro a pezzo e quindi pongo il prezzo a 6 euro.
    Non è così e non sarà mai così. Anche perché se fosse valido un ragionamento del genere, il passo successivo sarebbe “il mio utile desiderato è 100000 euro a pezzo e quindi pongo il prezzo a 100005 euro”.

    Il commerciante fa un ragionamento diverso:
    “La gente è disposta “in media” a comprarmi questo bene X a 6 euro. Io riesco a produrlo a 5 euro e quindi stanti così le cose ho un utile di un euro a pezzo.

    This is the market. The other one is bullshit.

    In questa situazione, che rappresenta la realtà. la VAT (o IVA) agisce così:
    “La gente è disposta “in media” a comprarmi questo bene X a 6 euro. Io riesco a produrlo a 5 euro. Stanti così le cose, vendendo il bene a 6 euro ho un utile di (1 euro -21%) a pezzo.
    Nelle elucubrazioni sulla VAT devi sempre pensare che il prezzo rimane fisso, perché nn può far altro. Per far diversamente devi restringere la produzione, ma se non hai un monopolio, questo non funziona.

    Quindi ecco le risposte:
    1) L’IVA è una stupidissima imposta tacciata per essere imposta sui consumi, ma agente sui redditi dei fattori specifici di produzione. E’ in sostanza una TASSA SUI REDDITI.
    2) L’IVA colpisce i produttori che utilizzano specifici fattori di produzione.
    3) Il tuo ragionamento successivo è viziato dalla non conoscenza della teoria del valore, del significato di prezzo di mercato e della interrelazione tra costi e produzione.

    Differenza tra tassa e imposta:
    Tale differenza è artificiosa e inutile giacché MAI un servizio viene gestito totalmente e soltanto coi soldi della tassa in questione. Se cala l’importo della TARSU (emigrazione), il servizio monnezza non prende meno soldi. Li caccia lo stato da qualche altra parte. Inoltre, “corrispettivo di un servizio” è un concetto valido in ambito “scambio volontario” ovvero mercato. In una situazione in cui l’acquisto del medesimo servizio è obbligatorio e in monopolio, l’accezione perde completamente di senso.

    Ultima domanda
    No. Non ci guadagna NESSUNO, ci perdono tutti tranne lo Stato. Ci perdono i lavoratori, che diminuiscono perché si abbassa la produttività marginale in virtù dei maggiori costi, ci perde il commerciante o l’imprenditore per lo stesso motivo. Ci guadagnano i politici che intascano, gli ammanicati che ci si fanno finanziare o sussidiare and so on.

     
  11. francesco spirito

    26 settembre 2013 at 19:47

    mmm.
    interessantissimo e molto convincente. e pensare che io, da austriaco, son sempre stato proprio un sostenitore della “traslazione in avanti”. quanto c’è da imparare.

    però ho comunque dei dubbi:

    1) il monopolio, appunto. funziona? se, diciamo, i notai hanno una domanda completamente inelastica di 1000 pratiche l’anno, massimizzano il prezzo di ogni pratica a 100 euro. se arriva lo stato a dire, ehi, +21%, questi non fanno altro che aumentare il prezzo del 21% e buonanotte.

    2) il giro che torna indietro. immagina l’aumento della tassa. i produttori si trovano a guadagnare di meno e cercano di spostare la tassa all’indietro. ma questo opera selezione, infatti il grossista potrebbe cercare di macinare un po’ di guadagno aumentando i suoi prezzi: questo fa fuori i commercianti più inefficienti. e il discorso vale sempre quanto più indietro vai. alla fine del gioco ottieni lo stesso risultato del punto 1), cioè meno aziende sul mercato quindi produzione ridotta quindi prezzzi più alti quindi i consumatori pagano.

    alla fine, il punto è che chi ha “più monopolio” ci guadagna, quindi chiaramente è lo stato a guadagnarci di più, ma non PER FORZA solo lui.

     
  12. libertyfighter

    26 settembre 2013 at 20:20

    Il monopolio si che funziona. Se puoi diminuire arbitrariamente la produzione senza perdere clienti, riesci, fino ad un certo limite a traslare la tassa sul consumatore. Non è per esempio il caso di alimentari, prodotti per la casa, prodotti industriali, carpenteria, elettronica, elettrodomestici and so on. In pratica, di quasi nulla.
    Inoltre, potrei dirti, riguardo al punto uno, che non c’è ALCUNA RAGIONE per cui i notai non avrebbero dovuto aumentare il prezzo a 200 euro (e perché solo 21 euri) senza aspettare nessuna tassa governativa. Ovvero, la scelta di avere una “domanda completamente inelastica” fa si che qualunque prezzo sia accettabile. Se la domanda è inelastica, fanno 1000 pratiche a 100 euro, come ne fanno sempre 1000 a 1M di euro a pratica. Che gli frega? La domanda è “perfettamente anelastica”.
    Questo però nella realtà converrai con me, non accade. Perfino i notai non possono evitare il collasso delle compravendite di TUTTO con prezzi simili.
    In realtà l’UNICO esempio in cui questo può accadere è con la TASSAZIONE, nel senso che la TARSU ad esempio puoi alzarla quanto vuoi che la domanda (che non c’è, perché é un OBBLIGO) ti seguirà sempre.

    Punto 2

    Qui compi un errore. Il commerciante ultimo è “consumatore” per il grossista, il quale esattamente come il commerciante ultimo, non può “aumentare i suoi prezzi” a seguito della tassa, salvo provocare una diminuzione del numero di ordinativi a scapito di chi invece non aumenta i prezzi e riduce il proprio reddito. Andando all’indietro, ad uscire dal mercato è sempre chi alza i propri prezzi di vendita, rispetto a tutti gli altri competitors. Il che significa che andando sempre più all’indietro arriviamo ai fattori di produzione. Ovvero: tu lavoratore se vuoi lavorare in questo campo devi prendere di meno e tu, produttore di fattori specifici utili solo al campo tassato, devi guadagnare di meno se vuoi vendere i tuoi fattori specifici.
    Capisci, nel tornare indietro mi sembra tu abbia invertito la relazione prezzo domanda.
    Quel che hai correttamente fatto nel primo passaggio, poi lo hai invertito nei successivi a ritroso.

     

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