RSS

Archivio dell'autore: depaolifabrizio

Legal ashtray

Quando uno statalista ed un liberale si incontrano e dibattono, il liberale sostiene che lo stato non è necessario, o al limite necessario in misura minima, mentre lo statalista sostiene  l’opposto.

L’obiezione tipica dello statalista sarà che una società ha bisogno di regole. Lo statalista darà per scontato che ovviamente sarà lo stato a doverle dettare. Lo statalista è affetto da un complesso d’inferiorità permanente che lo porta a desiderare un “qualcuno” a lui superiore” il quale decida le regole per tutti, ma contemporaneamente è anche contagiato da un complesso di furbizia che lo porta a pensare uno stato indispensabile per alleviargli la fatica di dover lavorare per vivere. Lo statalista è una figura contraddittoria e schizofrenica. Lo statalista pensa che lo stato rappresenti la società, che la interpreti, che sia la coscienza della società e quindi abbia il potere di dettare le sue regole che fa diventare legge. A quel punto chiunque trasgredisca la legge dello stato diventa sanzionabile. Quella sanzione la incasserà e avvantaggerà lo stato, quindi secondo lo statalista, la società. Resta da capire come un individuo di quella società possa godere di un vantaggio dall’essere sanzionato. Anche secondo il liberale la società ha bisogno di regole, secondo lui però il procedimento per determinare quelle regole lo adotta naturalmente la società. Secondo il liberale non esiste “superiorità” o “inferiorità” di qualcuno nell’imporre o subire una regola. Se una regola serve, nascerà da sola. Se non serve non nascerà mai. Un liberale davanti ad un negozio troverà un portacenere, lo troverà anche davanti al bar, davanti al tabaccaio e così via, non si interrogherà sull’esistenza di un politico così intelligente da aver imposto una regola per il portacenere. No. Ogni volta che il liberale ne vedrà uno apprezzerà la sensibilità e l’iniziativa del singolo gestore che ha risolto individualmente un’esigenza. Tanti negozianti che condividono lo stesso pensiero e la stessa attenzione per il prossimo agiscono SPONTANEAMENTE e liberamente nello stesso modo mettendo a disposizione il portacenere. Quella moltitudine di azioni diventano nel tempo una regola non scritta della società. In quel caso a nessuno viene ordinato o impedito nulla, succede che quella regola esiste perché nasce dalla società. Ma a questo punto cosa potrebbe fare lo statalista nel constatare l’inutilità dello stato nel dettare regole alla società? Nulla di nulla, se non prenderne atto e preoccuparsi. Una regola libera non scritta non prevede obblighi, non prevede sanzioni monetarie, non prevede che uno debba sborsare forzatamente denaro per comprare un portacenere a “norma di legge” e nemmeno che lo debba cambiare magari dopo cinque anni perché è cambiata la norma. Niente giro di soldi per lo stato e niente soldi per lo statalista. Una regola libera prevede solo che persone libere, individualmente ed in silenzio giudichino e scelgano. Diventa legittima la preoccupazione del mantenuto (lo statalista). Non ci sarebbe da stupirsi se a questo punto lo stato rendesse obbligatori i portacenere, che già ci sono, magari regolamentandone le dimensioni, le forme, il colore, i materiali, le posizioni per la loro allocazione, che rendesse obbligatoria la certificazione degli stessi e che autorizzasse solo qualche azienda a lui vicino a produrli e commercializzarli. Sarebbe un bel giro di denaro, lo statalista potrebbe porre fine al suo stato d’ansia da mancanza d’ossigeno e procedere nell’automantenimento a mezzo legge statale.

Annunci
 
1 Commento

Pubblicato da su 23 novembre 2015 in Uncategorized

 

CINEMATOGRAFIA AUSTRIACA

Le etichette a volte sono devastanti ed improprie. Prendiamo il caso della definizione “spaghetti western”, evoca qualcosa di divertente, leggero, basico, tarocco, superficiale.
Un indiscusso capolavoro di Sergio Leone -Il Buono il Brutto e il Cattivo- , a volte, non si capisce bene il perché e da chi, viene etichettato in quel modo.
Non ripeto la definizione perché provo vergogna anche solo ad associarla a quello che è uno dei migliori film mai prodotti dalla civiltà umana, fino ad ora.
Le meravigliose musiche, la fotografia, la regia, e la recitazione dei protagonisti sono la parte più evidente e spettacolare che hanno contribuito al successo di quel film.
Quel film però è molto di più, è di una profondità grandiosa che probabilmente sfugge ai più, ma di sicuro non ad un anarco-capitalista.
La trama di quel film è solo un pretesto, un contenitore, per poter inserire innumerevoli mondi, concetti e meccanismi che sono la vera profonda essenza del film.
Ci sono racchiusi tutti gli argomenti degni di nobiltà come il rispetto degli accordi, la giustizia, lo scambio, la soggettività del valore, la scarsità, la libertà, l’indipendenza, l’ordine spontaneo e sono in contrapposizione, spesso in un modo palesemente critico, spietato e cinico con il potere politico statuale, la debolezza umana, l’incoerenza, la stupidità e la meschinità.
In quel film tutto ruota intorno ai soldi (in quel caso d’oro e scarsi) in modo scontato, giusto e naturale: è naturale che il Biondo e Tuco Pacifico Benedicto Juan Maria Ramirez si associno per trarre profitto dalla condizione di ricercato di quest’ultimo, è naturale che Sentenza paghi un bicchiere di Whiskey per un informazione al “mezzo soldato” ed è naturale che Bill Carson paghi 200 mila dollari d’oro per un sorso d’acqua.
Ci sono battute che, lette in chiave statalista o antistatalista, riescono comunque a far riflettere, come quando Tuco ammanettato alla stazione ed accompagnato dal sergente nello spiegare orgogliosamente ad un soldato senza un braccio che sulla sua testa pende una taglia di 3 mila dollari gli chiede: “…e a te per questo braccio quanto ti hanno dato?”.
Oppure l’ammissione stessa di quel capitano incaricato di proteggere un inutile ponte “una cacca di mosca sulle carte dell’alto comando” spendendo quotidianamente ed inutilmente le vite dei suoi soldati.
Quel capitano dice anche un’altra frase particolarmente interessante: “chi ha più Whiskey per ubriacare i suoi soldati vince” e prosegue mostrando una bottiglia “perché questa è l’arma più potente…”. Eh beh.., diventa impossibile non notare in quella metafora le analogie con le attuali droghe di stato come per esempio l’informazione o la moneta fiat, ed è deprimente constatare come il meccanismo descritto da quel capitano rimanga tutt’ora invariato.
Quel capitano in punto di morte è rassicurato dalla promessa del Biondo: “..facciamo un po’ di rumore”: è un tacito accordo tra due persone che si trovano formalmente su sponde opposte ma si comprendono alla perfezione e si scambiano fiducia. Aspetterà quel “po’ di rumore” come una notizia.
Quella notizia sarà per lui liberatoria: lo riscatterà dall’essere schiavo dello stato, dall’essere fallito come uomo -consapevolmente- e debole moralmente.
La sua liberazione arriverà da un’azione che va contro la legge dello stato ma a favore del principio.
Quel brano del film è emozionante e commovente.

Dal lato degli statalisti, il personaggio più squallido e rappresentativo è Sentenza.
Sentenza si avvale di un potere di derivazione statuale e, semplicemente per suo tornaconto (come è normale che sia) se lo vende. Tutta la sua sicurezza ed arroganza deriva da quel potere, Sentenza è un politico raffinato dei più disonesti.
La strafottenza e la sicumera di Sentenza emerge forse nel modo più evidente quando durante un confronto con un militare idealista, utopista ed onesto, che vorrebbe far processare Sentenza per le sue porcherie, gli risponde con tono oltreché strafottente anche formale “le auguro di riuscirci…”.
Sentenza è il prodotto vincente dello stato. Vincente significa che tra i prodotti dello stato si affermano solo i più schifosi. È tristemente così.

Tuco è il prodotto dell’umanità, è una “bestia”, è apparentemente contraddittorio ma coerente nell’affermare il suo interesse, lo fa individualmente senza che gli venga regalato o rubi alcun potere, il potere politico individuale di Tuco è ridicolo, diventa persin comico quando, per esempio, cerca di convincere il Biondo disidratato a farsi dire il nome della tomba, non ce la farà mai perché Tuco si ritrova sempre in una posizione di debolezza economica: non capisce il valore delle carte che ha in mano e di solito le spreca, è lo stesso motivo per cui Tuco ha preso le botte da Sentenza mentre il Biondo no.
Tuco rispetta il principio solo per convenienza, è ignorante ed è solo, la forma non fa per lui, lui è solo sostanza.
Ma in tutto questo suo essere “bestia” ha il senso della giustizia (ovviamente sempre interessata): “vado, l’ammazzo e torno”.

Il Biondo è l’austriaco per eccellenza: rispetta i contratti: nella scena finale del film abbiamo la dimostrazione di come il Biondo, organizzatosi le dovute precauzioni del caso, rispetti l’accordo di spartizione dei dollari con Tuco. Il Biondo tiene alla vita, è intelligente, è pragmatico, rivendica la sua indipendenza: “ho deciso di sciogliere la società, perché un ladro di polli come te non varrà mai più di 3 mila $”, sfugge (come anche Tuco) alla guerra -con le distruzioni di vite e materiali che questa comporta-, sfugge alle regole dello stato ma non al principio, è coerente ed è umano. La sua umanità è in buona parte conseguenza dell’interesse ed è a tratti anche irrazionale, come quando fa fumare un soldato in punto di morte e gli lascia il poncho come coperta anche dopo morto.
Insomma il Biondo è buono perché è umano e mette la sua intelligenza al servizio del proprio interesse tenendo sempre ben presente il principio, in quel modo costruisce ricchezza di cui anche gli altri potranno avvantaggiarsi, ma solo se anch’essi rispetteranno il principio.

“Il Buono, il Brutto e il Cattivo” è un film che periodicamente andrebbe rivisto, possibilmente usando occhiali con lenti austriache, ci sono infiniti dettagli che visti in quell’ottica sono chiarissimi, io lo considero un capolavoro sopratutto per questo motivo: perché ci sono cose che anche se non son del tutto evidenti sono potentissime. Ci sono.

P.s. Alla fine del film Sentenza viene eliminato…

 
3 commenti

Pubblicato da su 27 ottobre 2015 in Uncategorized

 

Egoista! Certo! Perché no…?

Vasco proseguiva: “quando c’ho il mal di stomaco, ce l’ho io mica tu, o no?”
Un concetto tanto ovvio quanto scontato.
È male essere egoisti? Pare di sì.
Tutta l’architettura cattocomu si basa sul promuovere un’ideologia che esalta l’altruismo e condanna l’egoismo.
Naturalmente poi nei fatti non funziona poiché l’essere umano è contemporaneamente sia egoista che altruista, come in economia è al tempo stesso sia produttore che consumatore.
Tornando all’egoismo, uno dei miei esempi preferiti che dimostrano la sua necessità prioritaria è di derivazione aeronautica.
L’esempio dimostra anche che l’egoismo è indispensabile e precedente all’altruismo.
Molti di voi avranno sicuramente sentito, nei momenti precedenti al decollo di un aereo di linea, dei consigli che riguardano la sicurezza.
Uno di questi dice che “nel caso di de-pressurizzazione della cabina si renderanno disponibili (grazie ad un sistema automatico) le maschere per l’ossigeno”, prosegue poi dicendo che “è necessario indossare la maschera e respirare PRIMA di aiutare gli altri”.
Sacrilegio! Egoismo puro! La compagnia aerea mi sta invitando prima di tutto ad essere egoista, roba da far impallidire qualsiasi radical-chic o prete.
Ma persino loro, se smettessero per un istante i panni dei predicatori casti e puri comprenderebbero il senso logico di quel comportamento egoista, difatti se dovessi morire per mancanza di ossigeno sarebbe matematicamente impossibile qualsiasi mia azione altruista volta ad aiutare il prossimo.
L’egoismo è quindi, non solo precedente all’altruismo, ma anche positivo poiché è grazie alla sua spinta che posso successivamente diventare altruista. Mentre non può avvenire il contrario.
Proviamo ad immaginare due poveri che siano SOLO altruisti, quei due poveri non hanno nulla da mangiare se non un bellissimo pesce, grosso e fresco. Quei due poveri però sono così altruisti da continuare a regalarselo a vicenda finché quel pesce diventa marcio.
I due altruisti muoiono entrambi di fame.
Se uno dei due poveri fosse stato anche un pochino egoista avrebbe potuto tenersi il pesce, venderlo e comperarsi una canna da pesca, dopo quindi avrebbe avuto la possibilità di disporre di più pesci, e quindi avrebbe potuto essere anche altruista.
Se invece uno dei due poveri fosse stato SOLO egoista l’altro sarebbe morto di fame lo stesso.
Bilancio comunque positivo ed a favore dell’egoismo, poiché nella situazione precedente avevamo due morti per fame mentre ora solo più uno.
Se tutti e due fossero stati egoisti avrebbero potuto scambiarsi lavoro (pescare) e capitale (canna da pesca e pesci) mangiando entrambi. Bilancio nettamente positivo a favore dell’egoismo: nessun morto di fame.

 
2 commenti

Pubblicato da su 14 maggio 2015 in Uncategorized

 

L’evasione prioritaria

Ci sono infinite buone ragioni per non farsi estorcere denaro dallo stato, la più ovvia e naturale è che una persona degna di questo nome non potendo disporre di soldi a sufficienza provvede prima di tutto a comprare il pane per sé e per i propri cari.
Oppure perché non si è disposti a rendersi complici nel finanziare aggressioni ai propri simili, come per esempio le guerre, anche quando vengono definite strumentalmente “missioni di pace”.
O per la consapevolezza del danno provocato all’economia dal dirigismo statale.
O magari perché semplicemente non si necessita o desidera i servizi che lo stato impone.
O ancora, perché la propria coscienza ecologica vede nelle politiche economiche statali keynesiane un ingiusto ladrocinio e relativo spreco di risorse che produrranno inevitabilmente un inquinamento per nulla necessario al nostro benessere.
Di ragioni sacrosante e nobili per non dare soldi allo stato ce ne saranno infinite, ed ognuno di noi può avere le proprie, tutte assolutamente degne di considerazione e rispetto.
Volendo semplificare si può dire semplicemente: “perché ogni soldo dato allo stato mi si ritorcerà contro”.
In quest’ottica vale poi la pena sviscerare ed approfondire i distinti percorsi che prenderanno quei denari rubati e stilare una classifica a più ampio raggio sulla dannosità di quei soldi relativamente a cosa andranno a finanziare.
Stiamo parlando di un danno non immediatamente percepibile, che in certi casi non andrà ad interessarci direttamente ma potrà riguardare le generazioni future, quelle dei nostri figli, nipoti, pronipoti ecc., in pratica si tratta del danno che procura nel tempo l’informazione di stato.
Mi rendo conto che “informazione” sia una parola grossa, e che molti di voi la tradurranno a ragione in PROPAGANDA.
La propaganda è inesorabile, è subdola, colpisce maggiormente le persone passive e superficiali, nemmeno le persone più critiche ne sono completamente immuni, e nel medio/lungo periodo può dare i suoi velenosissimi frutti.
Troviamo la sua presenza sin dalla nostra più tenera età nella scuola di stato, nell’editoria sovvenzionata, e nella tv di stato.
E adesso arriviamo al dunque di tutto il discorso:
quale che sia la nostra personale classifica in fatto di priorità evasive abbiamo il problema della non tracciabilita’ dei soldi che ci vengono estorti; essi finiscono infatti in quell’unica cesta bucata che va poi a finanziare i vari organi propagandistici non permettendoci di distinguere con esattezza “quanto” andrà a “chi”.
Ma c’è una eccezione: il canone Rai. Sappiamo esattamente che quel canone andrà a foraggiare direttamente la tv e la radio, e sappiamo che chi paga quel canone va ad ingrassare direttamente quella macchina efficientissima preposta al lavaggio del cervello. Io pago per farmi lavare il cervello, è l’equivalente di buttare cianuro nell’acqua che bevo e che farò bere ai miei figli.
In quel caso non pagare è forse più che mai una questione di amor proprio e logica, oltreché di principio.

 
2 commenti

Pubblicato da su 30 marzo 2015 in Uncategorized

 

Il buonsenso non ha limiti

Il miglior sistema che è riuscito ad elaborare la razza umana per vivere in pace e prosperare è l’istituzione di due princìpi: la proprietà e la non aggressione.
Prosperare è il fine di qualsiasi essere vivente, non si vede quindi il motivo per cui la razza umana dovrebbe esserne esclusa, ma la razza umana va oltre: ha l’ambizione di prosperare in pace.
Se un branco di sciacalli prospera aggredendo, e quindi raggiunge solo il fine di prosperare senza curarsi di farlo in pace, la razza umana presume di poter raggiungere entrambi i fini grazie allo scambio volontario e pacifico tra individui.
Si può definire quel sistema “il migliore” sulla base di due elementi: il primo è logico: se il fine è prosperare e farlo in pace, e siccome queste due cose potrebbero essere in conflitto tra loro allora si adotta un limite, si stabilisce un principio: la proprietà privata.
Quel principio è l’unico in grado di garantire all’individuo la disponibilità totale di se stesso e dei beni a lui necessari
Lo si può definire il migliore, lo si applica e si constata che funziona.
L’altro elemento è la condivisione sociale spontanea di quei princìpi (da non confondere assolutamente con la democrazia cui siamo abituati): la maggior parte degli uomini, grazie ad un’intelligenza differente rispetto agli sciacalli comprende il meccanismo, la necessità di quei princìpi, li accetta e li condivide.
Tanto basta per vivere in pace.
Ma non succede.
Il motivo è curioso: alcuni uomini vogliono imporsi su altri comportandosi come gli sciacalli.
Sebbene essi abbiano le capacità per comprendere la bontà del meccanismo elaborato dall’uomo pacifico, rifiutano di accettare i princìpi, o li accettano a seconda dei casi, oppure li impongono in modo incoerente per trarne un vantaggio personale.
Potrebbe sembrare difficile che quegli uomini riescano ad imporsi, poiché gli altri uomini nel condividere e difendere i princìpi saranno ben determinati a difenderli e difendersi, e sarebbe la normale conseguenza ma…
…Ecco che allora gli sciacalli si inventano uno stato che, secondo loro, può violare i princìpi.
Si inventano anche la democrazia che, sempre secondo loro, ha il potere di legittimare quello stato.
Questo nuovo sistema inizia pian pianino ad insinuarsi ed a corrompere lentamente ma inesorabilmente i principi originali e, se da una parte quel sistema sembra autoalimentarsi all’infinito, dall’altra trova un ostacolo insormontabile proprio negli uomini onesti e di buonsenso.
Questi ultimi, in presenza di uno stato del genere, iniziano a rilevare una serie di contraddizioni proprio in loro stessi, nelle loro personali elaborazioni e comportamenti: quando iniziano a vivere rispettando le regole dello stato e seguendo le sue “logiche”, noteranno che molte volte sono in conflitto con i princìpi in cui si riconoscono.
Finché quel conflitto sarà poco frequente verrà in qualche modo accettato o tollerato dall’individuo perché intaccherà solo marginalmente la sua coerenza e la sua autostima, coerenza ed autostima necessaria ad ognuno di noi per riconoscersi e distinguersi dagli sciacalli.
Quando invece quel conflitto sarà molto più frequente e diventa abituale allora iniziano i problemi: in cosa mi riconosco? Nel principio e nella coerenza, oppure nella legge dello stato e nell’incoerenza?
Grossolanamente si potrebbe sintetizzare: mi riconosco nella razza umana o negli sciacalli?
La persona di buonsenso che arriva a questo dilemma a questo punto può intraprendere un percorso inverso.
Torna, grazie alla sua naturale necessità di distinguersi dagli sciacalli, a rielaborare il proprio pensiero cercando di essere coerente con i principi iniziali.
Credo che nel momento in cui decida di fare quella scelta non potrà più tornare indietro e sarà sempre meno incline, nel nome dei princìpi e della propria coerenza, ad accettare compromessi.
Il libertario che inizia a ragionare da libertario, ad analizzare da libertario e ad agire da libertario, si renderà conto ben presto che quasi nulla -specialmente nel modo- di ciò che lo stato ha elaborato ed imposto potrà essere utile e quindi salvato; non solo, vedrà proprio in quell’architettura demoniaca il principale ostacolo nel riconoscere sé stesso come individuo appartenente alla razza umana, e non a quella degli sciacalli.
Quando scopri che il buonsenso non ha limiti ti si apre un universo, e non è un universo nuovo, c’è sempre stato, era lì, seppellito da strati sempre più numerosi e spessi di statalismo che incrostano il nostro pensiero.
Un uomo appartenente alla razza umana non può sopportare il peso di quegli strati e deve liberarsene.
In quel modo scoprirà anche di essere vivo.

 
2 commenti

Pubblicato da su 19 marzo 2015 in Uncategorized

 

Come combattere l’isis

Accetto l’offerta di Libertyfighter. Nel ringraziarlo approfitto subito per scrivere.

Il titolo è fuorviante, ha il solo scopo di attirare l’attenzione con parole chiave ed un soggetto che nel mainstream sta diventando molto di moda: L’ISIS.

La parola “come”, presuppone che chi andrà a leggere l’articolo abbia in qualche modo necessità di istruzioni, il che può significare essere in presenza di un lettore con uno spiccato atteggiamento passivo e remissivo, un soldato disposto ad accettare con fiducia degli ordini esterni anziché elaborare pensieri originali propri.
Questa prima lettura della parola “come”, però è solo un’opzione.
Potremmo anche trovarci in presenza di un soggetto attivo ed indipendente, il quale va a leggere l’articolo mosso da una sana curiosità, per capire per esempio come potrebbe venire influenzato un soggetto passivo alla lettura di un articolo strumentale. In fondo vale la pena conoscere il nemico, e per una persona attiva ed indipendente il nemico è rappresentato da una moltitudine di soggetti passivi e remissivi. Questo almeno in democrazia.

La parola “combattere”, è più grave. Se io devo combattere significa che il conflitto o l’attacco sono già iniziati: orde di tagliagole si riversano quotidianamente nei paesini della provincia di Cuneo spingendosi fin nel cuore delle Langhe per saccheggiare, violentare le donne e naturalmente convertire gli infedeli.
Sì è vero, si vede ogni tanto qualche musulmano sfaccendato che magari aspetta di parcheggiarti il carrello all’uscita del supermercato, ma non mi è ancora mai capitato di vederli con un AK 47 a tracolla o brandire una scimitarra al grido di “Allah è grande”, quelli li vedo piuttosto in televisione, ritratti in ottimi video ben curati ed in posti che non somigliano neanche lontanamente agli ambienti urbani o agricoli della pianura padana.
Se proprio devo spendere energie per combattere, e sarei disposto a farlo per difendermi, vorrei almeno avere il piacere e l’onore di vedere con i miei occhi il nemico, evitando così di farmi venire paranoie ed ansie da procurato allarme.
Anche per la parola “combattere” avremo due atteggiamenti diversi: il soggetto passivo combatte a prescindere, perché dicono che bisogna combattere, perché si fa così, perché sì, più precisamente perché lo ha detto la tv.
Il soggetto attivo invece si interroga: contro chi devo combattere? Perché? L’ansia che dovrò farmi venire, da quali fatti concreti è giustificata?
Lo dice la tv, ok, ma se ci lasciassimo prendere dal panico ogni volta che la tv per esempio riporta una notizia di un incidente stradale non avremo nemmeno più il coraggio di usare l’auto, o nel lontano non so più quando, non avrei dovuto mangiare una buona bistecca perché il morbo di “mucca pazza” stava mietendo milioni di vittime. O forse erano meno.
Fatto sta che continuiamo a preferire l’auto, specialmente quando fa freddo e nevica, le bistecche le abbiamo mangiate lo stesso e continuiamo a mangiarle perché ci piacciono, e siamo ancora qui, lo dimostra il fatto che io stia scrivendo e che voi stiate leggendo.

La parola “isis”, fino a qualche tempo fa non esisteva, adesso c’è.
Fin qui niente di strano, le cose cambiano e velocissime.
Infatti sono finite le stragi compiute dagli studenti nelle scuole Usa, son cessate le aggressioni da cani feroci, la gente non butta più i sassi dai cavalcavia, i tonni del Giappone non son più radioattivi e i talebani sono scomparsi o hanno cambiato nome, tutte ottime notizie ovviamente, ma se mi lasciate improvvisamente senza ansie o indignazioni potrei addirittura pensare che il mondo sia tutto sommato un posto vivibile, e che in fondo potrei cavarmela da solo senza aver la necessità di un qualcuno o qualcosa molto più potente, grosso ed importante di me che mi protegga e mi istruisca a dovere, soprattutto su cosa “devo” vedere e su “come” devo pensare.
E allora cosa c’è di meglio dell’isis come costruzione mediatica?
Non vorrei essere frainteso, l’isis sicuramente è reale ed esiste, ma le dimensioni? l’importanza? Quante probabilità ho di venire ucciso da un tagliagole? Queste cose come vengono misurate? Ma soprattutto, da chi? E a che scopo?
La percezione e valutazione di una cosa varia quindi a seconda di chi la osserva, di quanto crede a ciò che gli viene mostrato e di quanta fiducia ripone in chi glielo mostra, questo vale per tutto ciò che non possiamo percepire in modo diretto e personale ma che ci raggiunge per interposto mezzo.
L’individuo attivo tutte queste cose le sa benissimo. E l’individuo attivo e razionale è anche in grado di fare le dovute tare.
Ma il passivo no, e men che meno il passivo emotivo.
Il passivo emotivo, nel venire a conoscenza dell’isis ha come riflesso automatico quello di girarsi verso lo stato per cercare rassicurazioni, persino pretendendole. Ovviamente non le avrà mai, se non virtuali, come virtuale è per un buon 90% il problema costruito.

Dovendo decidere contro cosa, o contro chi combattere, devo essere disposto prima di tutto a combattere contro le mie valutazioni passionali ed emotive.
Se il mio intento è quello di essere in contatto con la realtà, quel tipo di valutazioni non mi saranno di nessuna utilità, ne consegue che se riuscirò a distaccarmi potrò meglio comprendere se qualcosa o qualcuno sta facendo leva sull’emotività per tenermi il più possibile lontano dalla realtà.
Un po’ come quando la moglie che ha bruciato la cena ti fa sentire in colpa perché sei arrivato in ritardo, magari sostenendo che la bruciatura della cena è diretta conseguenza del tuo ritardo (nonsenso), e che sei arrivato in ritardo perché non la ami più (leva emotiva).
La realtà invece è che lei ha bruciato la cena perché era al telefono con le sue amiche di shopping.
A quel punto il passivo mangia a testa bassa e mortificato la cena bruciacchiata.
L’attivo invece chiede alla moglie di identificare il nesso tra il suo ritardo e cena la bruciata, se la ama, oppure la invita ad andare a mangiare con lui al ristorante, sempre se la ama, o non fa una piega e va a mangiare da solo al ristorante perché non ha voglia di sentirsi raccontare delle assurdità, se invece non la ama.

Tornando all’isis, diventa un’occasione e strumento formidabile per giustificare la necessità di uno stato, o più stati, o persino un consorzio di stati, o addirittura un super mega stato.
È un meccanismo consolidato e collaudato: ti creo un problema e ti offro la soluzione. Ovviamente tu devi pagare, ed ovviamente io devo guadagnare.

Parecchi anni fa, nella mia ingenuità adolescenziale, parlando con un caro amico che lavorava per una multinazionale di pesticidi gli esposi un’idea che, al netto della inesistente moralità, mi sembrava geniale, gli chiesi: perché queste aziende non preparano una malattia per le piante, in parallelo un fitofarmaco adeguato per combatterla e buttano tutto sul mercato?
Lui mi rispose: lo fanno già.

Rispondi

 
2 commenti

Pubblicato da su 13 marzo 2015 in Uncategorized