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La società anarcocapitalista degli Stati Nazionali

Nel sempre appassionante dibattito tra libertari e liberali classici (o miniarchici) che dir si voglia, la domanda centrale, che alla fine divide i due schieramenti è sempre la stessa:

E’ possibile organizzare una società senza stato?

Dove per “società senza stato” si intende una società nella quale non ci sia un monopolio territoriale della violenza e della giustizia.

Infatti la visione dei libertari (o anarco-capitalisti, o proprietaristi come piace definirli a me) è che non solo sia possibile, ma sia anche auspicabile e prodromo di miglioramenti rispetto all’attuale.

La visione del liberale classico, o miniarchico invece, è che, benché sia risaputo che lo Stato è un male, è un male che deve essere ridotto all’osso, ma che non può essere mai eliminato del tutto e soprattutto che in alcuni campi, quali la difesa e la giustizia, non se ne possa proprio fare a meno.

A supporto di questa tesi, normalmente il liberale classico porta un paio di obiezioni che, se vogliamo, non sembrano peregrine.

  1. Senza Stato, lo Stato stesso si riformerebbe da solo, in quanto un gruppo organizzato di predoni, imporrebbe lo Stato stesso agli altri o, qualora venga fermato da altra gente bene armata, sarebbe quest’ultima a ricreare di fatto.. uno Stato.
  2. L’evidenza ci dice che in tutto il mondo, tutte le comunità vivono sotto padrone… ovvero sotto lo Stato. Questo dimostrerebbe che è “nella natura umana” dover essere governati per poter prosperare.

Ora, mentre il punto uno è sufficientemente ipotetico da non perderci tempo, è opportuno secondo me soffermarsi sul punto due. Una eventuale sconfessione del secondo punto, del resto, inficierebbe il primo per costruzione.

Veniamo quindi a esporre il mio pensiero e la mia dimostrazione che il punto due è sostanzialmente falso e che quindi, nell’annosa diatriba tra “miniarchici” e “anarco-capitalisti”, hanno ragione i secondi.

Avvicinandosi al pensiero libertario si compie un percorso che generalmente è: “variamente socialisti —>liberali classici–>anarcocapitalisti”.

E’ quindi plausibile che chi compie il secondo passo, lo fa a ragion veduta e non per innati sogni utopici. Generalmente non si entra libertari nell’età adulta. Lo si diventa. Solitamente nell’età adulta entri socialista, perché quello ti insegnano a scuola. Poi, se ti impegni e ti metti a studiare determinate cose, diventi miniarchico. Non libertario, perché il passo “socialista——–>libertario” è troppo ampio per farlo in un colpo solo. Quindi se continui a cercare, e a trarre tutte le conclusioni che devi trarre, anche quelle scomode, rischi di diventare libertario.

E’ quindi una evoluzione del pensiero e come tale è abbastanza improbabile che l’optimum stia a metà dell’evoluzione. Ma tutto può essere e questo mio pistolotto iniziale, non dimostra assolutamente NULLA.

Se osserviamo la Nostra Nazione (ma anche qualsiasi altra), noteremo che il monopolio della forza e della violenza, è riproposto ad ogni livello territoriale. Sul comune di pochi abitanti, governa il Comune. Sopra esso governa la Provincia, sopra la Provincia le Regioni. E sopra le Regioni, lo Stato Nazionale.

E’ un costrutto gerarchico, che parte dal locale, dal governare piccole comunità, ed arriva a comunità di milioni di abitanti e migliaia di km quadrati.

In ognuno di questi elementi gerarchici è sempre rispettata la teoria che quello più in alto comanda su quelli più in basso. Il cittadino prende ordini dal Comune che prende ordini dalla Provincia che prende ordini dalla Regione che prende ordini dallo Stato.

Ovviamente gli ordini possono anche saltare di livello, ma il concetto rimane quello. Del resto se la teoria è che l’indole umana necessita di essere governata, è chiaro che si formeranno livelli di potere per governare tutto il territorio ed impedire all’uomo di essere, per sua natura (presunta) homo homini lupus.

E tutto torna. Tutto torna, se ci si ferma arbitrariamente allo Stato Nazionale.

Perché non si va più su?

Se le persone hanno necessità di risolvere i diverbi tramite un ente che è giuridicamente loro superiore (il comune).

Se i comuni tra loro hanno bisogno di risolvere i loro diverbi tramite un ente che è giuridicamente superiore (la Provincia).

Se le province tra loro hanno bisogno di risolvere i loro diverbi tramite un ente che è loro giuridicamente superiore (la Regione).

Se una ventina di regioni (nel caso italiano) hanno bisogno di risolvere i loro diverbi tramite un ente che è loro giuridicamente superiore (lo Stato).

Come mai, ben DUECENTO Stati Nazionali NON HANNO BISOGNO di un ente che sia giuridicamente superiore a loro per risolvere i loro diverbi?

Attenzione, questo non vuol dire che non si possa pensare “E invece ne avrebbero bisogno”, anche se tale frase, come dimostrerò in seguito è comunque errata.

Questo vuol dire che avete già la vostra comunità anarco-capitalista esistente, che prospera e continua a vivere NONOSTANTE non ci sia nessun monopolio della violenza a livello mondiale né monopoli della giustizia a livello mondiale.

Ora, se l’indole umana fosse quella di essere governati, si sarebbe dovuto formare “naturalmente” un unico capo. Ma non da oggi che ci conosciamo a livello mondiale. Quando già solo in Europa si avevano rapporti tra 20-40 Stati, doveva PER FORZA emergere un monopolio della violenza nel territorio di quei 20-40 Stati.

Perché se così non fosse stato, tornando all’obiezione 1, qualunque Stato si fosse messo in testa di aggredire gli altri, sarebbe diventato  il super-stato che comandava sul territorio degli altri, e parimenti se non ci fosse riuscito, sarebbe colui il quale si è organizzato per sconfiggerlo ad imporre di fatto la propria supremazia.

La Storia però ci mostra tutt’altro. Seppure ci abbiano provato varie volte ad annettersi mezzo mondo, alla fine. hanno sempre fallito. Quando Napoleone però è stato sconfitto a Waterloo, l’Inghilterra non è diventata affatto il “super-stato” che avrebbe imposto il monopolio della violenza sulla Spagna, sull’Austria e su tutti gli Stati con i quali collaborava. Se poi si va a guardare la storia recente, si nota con facilità che il “super-stato” è sempre meno vicino. Il numero di annessioni è minore del numero delle secessioni. Gli organismi “sovranazionali” non funzionano, non hanno poteri reali e non hanno eserciti da comandare.

La realtà ci mostra che le relazioni tra Stati Nazionali, sono giusnaturaliste e anarco-capitaliste

 Sono anarcocapitaliste? Si perché è “rispettata la proprietà privata e la vita”. Infatti ben duecento stati si riconoscono tra loro e generalmente (la perfezione non è umana)  non si dichiarano guerra. Le Nazioni in pace tra loro sono sempre molte di più delle nazioni in guerra.

Possiamo anche osservare che il concetto di “proprietà privata” è SUPERIORE allo Stato e non è “creato e definito dallo Stato”:

Tra loro, gli Stati hanno confini. E ciascuno Stato SA BENISSIMO quali sono i confini e cosa significano. Senza nessun “superStato” che gentilmente definisca cosa è un confine.

Quindi il concetto di proprietà privata, esistendo AL DI FUORI dello Stato ed essendone lo Stato stesso soggetto … viene ontologicamente prima e gli è superiore.

Ogni Stato vede riconosciuto il suo “diritto alla vita” (che ovviamente non significa che nessuno mai cercherà di aggredirlo). Una aggressione da uno Stato ad un altro, è vista COMUNQUE da tutta la comunità come una VIOLAZIONE del diritto alla vita dello Stato aggredito e non è giudicata un atto giusto da NESSUNO (o quasi) degli altri individui della comunità (gli altri Stati).

Anche se non c’è il monopolio della violenza.

La proprietà privata di tutto ciò che è prodotto all’interno di ciascuno Stato sovrano, è rispettata da tutti gli altri Stati. Nessuno si sogna di dire che la Bolivia ha diritto ad una parte del grano coltivato in Russia. SE Russia e Bolivia sono in buoni rapporti, possono fare accordi commerciali per permette alla Bolivia di ottenere grano Russo. La Russia potrebbe PERFINO decidere di regalarglielo. Nelle relazioni tra Stati, la solidarietà torna volontaria. Strano eh?

Sono tutti SCAMBI VOLONTARI. Gli Stati, guarda un pò, si gestiscono tra di loro con scambi volontari, senza NESSUNO che imponga loro di fare o non fare determinati scambi e senza nessuno che imponga loro di pagare tasse. E pensate: oguno si fa le strade sulla sua proprietà…. E noi per magia possiamo fare Lisbona – Pechino in macchina. Le strade si costruiscono pure con gli scambi volontari.

Vale la pena osservare che anche qualora un gruppo di Stati finanziasse un ente sovranazionale, lo fa in ragione di accordi precedentemente presi in maniera VOLONTARIA con altri Stati.

Quindi solo scambi volontari e rispetto della proprietà privata.

La realtà è che TUTTI GLI STATI sono fautori dell’anarcocapitalismo quando si tratta di scegliere CHI GOVERNA LORO. E, ovviamente, TUTTI GLI STATI sono socialisti quando si tratta di decidere su chi devono governare.

E badate bene che sostanzialmente sono le stesse persone a predicare socialismo interno e anarcocapitalismo all’estero.

La stessa Unione Europea, ha più volte dimostrato che è un’area di anarcocapitalismo, viste le differenze di vedute e di fatti tra tedeschi francesi, italiani  per esempio sull’immigrazione. Unione Europea che tra l’altro, ovviamente, non ha neanche l’esercito.

E’ veramente necessario che vi spieghi PERCHE’ l’Unione Europea non ha un esercito? Perché invece la difesa è definita da un patto VOLONTARIO E BILATERALE chiamato NATO? ??

Ed è necessario che vi faccia notare che il suddetto patto, si fondi sul principio di non aggressione verso gli stati contraenti e invece si rifiuti di essere valido nel caso di aggressione da parte degli stati contraenti verso nazioni terze?

Gli Stati Nazionali…… Non sono una bellissima e funzionante comunità anarcocapitalista?

La società anarco-capitalista degli Stati Nazionali sfata anche il famoso ritornello secondo il quale “in un sistema capitalista la ricchezza si accentra sempre più”.

E’ invece vero il contrario: l’Italia perde ricchezza e la Cina e l’India, un tempo poverissime, si stanno arricchendo. L’America, un tempo ricchissima, è sempre meno ricca comparativamente agli altri.

Ancora: nella società anarcocapitalista degli Stati Nazionali, la collaborazione volontaria è sempre vieppiù vantaggiosa rispetto alle aggressioni, e sono spessissimo i rapporti commerciali tra Stati un freno ancora maggiore della “potenza militare” allo scoppio di ostilità. Gli svantaggi della non cooperazione superano di gran lunga i vantaggi di una aggressione

Tutto questo in una società ANARCOCAPITALISTA senza un monopolio della forza.

Stati piccolissimi e ricchissimi vivono spensierati senza che nessuno li aggredisca. San Marino, Singapore,il Principato di Monaco, la stessa Svizzera… Sarebbero prede facili… eppure sono lì, piene di ricchezza… e indipendenti…

Amici cari, non solo il sistema anarcocapitalista si adatta bene all’indole umana. Ma è anche il sistema preferito per relazionarsi tra loro delle duecento entità più potenti del Mondo.

E non crediate… Il Governo Mondiale non si farà mai. Nessuno Stato vuol vedersi comandato da altri che da sé, nessun governo americano è così idiota da farsi governare da un misto di cinesi e indiani (per restare al sistema di governo democratico).

 Infine, si potrebbe obbiettare che nell’attuale sistema anarcocapitalista ci sono diverse guerre che andrebbero fermate e sanzionate e che quindi un “superStato” sarebbe comunque auspicabile.

Ma neanche questa ipotesi sembra reggere alla realtà. Con un superStato mondiale non ci sarebbero ovviamente guerre con terzi, non esistendo “terzi”. Ma ci sarebbero (e tantissime) guerre interne, guerre civili… e stragi.   Nel corso della Storia del resto, il maggior numero di vittime, gli Stati Nazionali li hanno mietuti AL PROPRIO INTERNO. Stalin e Mao uccisero per lo più loro concittadini. Pol Pot pure. Gli ebrei nei campi erano in gran parte residenti in Germania.  E’ perfino OVVIO che sia così, un sistema anarco-capitalista rispetta la “proprietà privata”. E siccome con le tue cose fai quel che vuoi, le reazioni sono meno avverse.  Il problema è che sono adusi definire “cosa loro”, tutto ciò che esiste sulla loro estensione territoriale. In primis gli uomini.

Il fatto che il sistema anarco-capitalista non venga adottato all’interno degli Stati Nazionali da nessuno è quindi un fatto storico, non sistematico. Anche perché, in questa “gerarchia sociale” frattale, possiamo anche andare all’indietro.

Se per 200 stati nazionali funziona bene l’anarco-capitalismo, è plausibile che funzionerà bene anche per 400. Perché non 1000? Perché non 10000?

Se ogni città del Globo fosse una San Marino, un Monaco, un Singapore indipendente… perché la cosa dovrebbe avere un inversione di utilità? Se pensate ad una delle migliori epoche vissute dal territorio italiano: il Rinascimento, non potete non accorgervi che il territorio era partizionato in diversi piccole entità territoriali e, non di rado quelle più fiorenti erano quelle più piccole.

E’ quindi secondo me, anche facilmente immaginabile un mondo formato da UN MILIONE di Stati diversi. Si può forse arrivare a 7 miliardi di Stati diversi? Ovvero uno stato per ogni individuo, ovvero l’assenza totale di Stato?

Benché la cosa sembri utopica e di impervia realizzazione pratica, non c’è alcun argomento che possa negarne la possibilità di funzionamento. C’è un limite massimo di Stati Nazionali? Nessuna legge economica o fisica lo stabilisce. E le cose sembrano funzionare vieppiù meglio quando l’estensione del monopolio della violenza si riduce territorialmente. E se è ipotizzabile un mondo di Stati grandi come Comuni, con regole anarco-capitaliste funzionanti applicate tra loro, rimane ipotizzabile e sicuramente auspicabile un mondo di Monarchie Assolute di estensione territoriale pari alla proprietà privata del Monarca.

 

 

 

 

 

 

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Per Bylund: La legge di Say

Questo post è la traduzione di un articolo  scritto per Mises.org.

La traduzione è made in LibertyFighter

07/10/2017Per Bylund
[nota dell’editore:Il ministro dell’Energia Rick Perry ha dichiarato Giovedi: “Tira fuori l’offerta e la domanda seguirà”. Sembra che Perry stia cercando di invocare la Legge di Say, e molti economisti professionisti ed esperti hanno subito cominciato a deridere Perry e la Legge di Say, perché fanno asserzioni contrarie all’ortodossia Keynesiana. Di seguito l’economista Per Bylund, illustra cosa dice veramente la legge di Say, e perché é corretta]
Pochi concetti sono stati così male interpretati come la Legge di Say. In parte, questo è a causa di John Maynard Keynes, che aveva bisogno di sbarazzarsene per fare spazio a politiche interventiste. Come fai a sbarazzarti di una “Legge” che è stata il fondamento degli economisti nella comprensione  dell’economia di mercato per 150 anni?
La rappresenti in maniera sbagliata. I fantocci sono molto più semplici da abbattere che le cose reali.
Quindi, la “Legge di Say è conosciuta attualmente, in termini Keynesiani come “la produzione crea la sua propria domanda”, che è ovviamente sbagliato.
Originariamente però, il significato era diverso. Aveva pure un nome differente. Gli economisti antecedenti a Keynes, tendevano a riferirsi ad essa come alla “Legge dei Mercati”, perché questa descrive in termini veramente semplici i fondamentali di come funziona un mercato.
Jean Battista Say fu quello che formulò la legge nella maniera più semplice, e forse è per questo che ha finito per prendere il suo nome.
Say disse che: “non appena un prodotto viene creato che, da quell’istante, può permettersi di comprare altri prodotti per il massimo del suo proprio valore.”

 Questo significa: Siccome ognuno di noi può solo acquistare la produzione di altre persone con le proprie produzioni, siccome il valore che possiamo comprare è uguale al valore che possiamo produrre, più uomini possono produrre, più essi possono acquistare.

In altre parole, la produzione precede il consumo e la domanda di ciascuno è costituita dall’offerta.

La Legge dei Mercati quindi illustra la natura delle azioni di mercato dove la produzione è attuata sotto la divisione del lavoro. Specificatamente, noi produciamo per vendere, con l’intenzione  di usare i ricavi per comprare ciò che realmente vogliamo. La produzione nel mercato è in altre parole indiretta e non intrapresa per soddisfare direttamente i propri bisogni. Produciamo per soddisfare i bisogni degli altri e poter quindi soddisfare i nostri comprando ciò che gli altri producono.

Il beneficio è che c’è una separazione tra quel che voglio consumare e cosa produco, che significa che ognuno di noi può specializzarsi producendo qualcosa che sappiamo produrre relativamente bene, invece di produrre solo ciò che vogliamo consumare. Questo significa anche che possiamo specializzarci nella produzione di una sola cosa invece che di una moltitudine, tagliando quindi i costi per cambiare la produzione, sviluppando abilità ed esperienza e conseguentemente, aumentando la produzione.

Ma mentre l’universale specializzazione sotto la divisione del lavoro significa che la produzione globale viene significativamente aumentata, questo significa anche che diventiamo tutti dipendenti da ciascun altro. Non solo abbiamo bisogno di vendere ciò che produciamo agli altri, in modo da rifornisci dei mezzi di cui necessitiamo, ma abbiamo anche bisogno di commerciare con coloro che producono ciò di cui noi abbiamo bisogno. Diventiamo interdipendenti. Ecco perché Mises sentenziò che “La Società è divisione e combinazione di lavoro. Nella sua capacità di essere un animale agente (che agisce n.d.t), l’uomo diventa un animale sociale.

Questo “animale sociale”, trae beneficio, si impegna, e sostanzialmente nasce dalle (inter)azioni di mercato.

Siccome possiamo trarre beneficio per noi stessi solo allineando coerentemente i nostri sforzi produttivi su ciò che gli altri vogliono, noi siamo obbligati a comprendere gli altri. Facendo questo, possiamo capire prima quali necessità e desideri hanno e quindi occuparci di procurare loro questi beni. E siccome la produzione richiede tempo, la produzione deve precedere la domanda.

Siccome la domanda è sconosciuta, la produzione è necessariamente speculativa e imprenditoriale. L’attuale domanda sarà scoperta quando i beni saranno presentati ai potenziali compratori. Gli imprenditori sono quindi “preveggenti”, valutatori di progetti e prenditori di rischi; in una economia avanzata loro anticipano i fondi ai proprietari di lavoro, terra e capitale e recuperano questo investimento se hanno successo nel vendere il prodotto.

Nello stesso tempo, i consumatori possono comprare solo se si sono impegnati in produzioni che soddisfano i bisogni degli altri—- perché altrimenti loro avrebbero solo la voglia, ma non la possibilità di comprare (e questa NON è Domanda). Questo non è un argomento circolare, ma una spiegazione della crescita economica. L’abilità di vendere beni nel mercato e quindi impegnarsi in produzione specializzata, richiede un investimento produttivo. Così, per specializzarsi uno ha bisogno prima di produrre beni richiesti in eccesso rispetto a ciò che sono i suoi bisogni. Lo stesso è vero oggi: lo sviluppo di un nuovo bene, richiede un investimento e, questo investimento è speculativo in quanto l’attuale domanda per il bene in questione non può esssere conosciuta fino a quando non sarà troppo tardi.

L’implicazione è che non ci potrà mai essere un generale surplus nell’economia e quindi nessuna carenza nella domanda aggregata. E’ certamente possibili che ci sia un surplus o un deficit di un bene particolare, cosa che succede regolarmente  quando gli imprenditori sbagliano nell’anticipare e quindi incontrare la domanda, ma questo solo a breve termine.

Siccome tutte le produzioni sono intraprese per vendere i beni prodotti, per poi comprare i beni che meglio soddisfano i desideri del produttore,l’incapacità di vendere diventa una incapacità di domanda. Non possiamo comprare se prima non produciamo i mezzi per comprare (n.d.T in inglese il termine è “demand” domanda).  E quindi  il fatto che qualcuno sia impossibilitato a vendere ciò che produce e quindi non può comprare beni nel mercato, non è una mancanza di domanda.  E’ piuttosto un fallimento produttivo che causa la riduzione della domanda. Un fallimento imprenditoriale.

Se il governo “stimola la domanda”, sta solo sussidiando quei beni che sono stati prodotti ad un prezzo troppo alto. Conseguentemente, gli errori imprenditoriali vengono sostenuti economicamente e la produzione quindi rimane disallineata dalla domanda.

E’ quindi facile vedere perché i sostenitori dell’interventismo hanno voluto sbarazzarsi della Legge dei Mercati. Se la domanda non fosse costituita dall’offerta, allora i mercati non potrebbero ripulirsi e il governo dovrebbe salvare noi da noi stessi.

 

 

 

 

 

 

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Supponenza, ignoranza e approssimazione

Chiacchierando tra “liberali” su Facebook, mi viene consigliato questo post, scritto da un sedicente liberale che però evidentemente ha le idee tanto tanto confuse, anche se si rifiuta di ammetterlo.

Il che non sarebbe grave, quel che è grave è che se lo riprendi e gli fai notare che probabilmente non ci ha capito granché, la sua risposta è “tu non capisci, travisi i pensieri degli altri, lasciamo perdere”. Per poi girare l’etere raccontando che i libertari sono dogmatici e oltranzisti. Ora, non è questione di essere dogmatici e oltranzisti. E’ questione di capire una cosa, oppure non averla capita.

Il post in questione è questo.

L’autore è tal Gian Piero De Bellis.

Il post parte con la famosa frase di Proudhon: “la proprietà è un furto“.

L’autore ci fa notare che lo stesso Proudhon dice successivamente che        “la proprietà è la libertà

Ora, una persona normale applicando la proprietà transitiva, deduce che la “libertà è un furto”   (dim. (A = B) (A = C) ====> B=C )

Per quel discorso vetusto e obsoleto del principio di identità e non contraddizione che starebbe alla base della logica umana.  Un altro tipo di persona,  si limiterebbe a dire che Proudhon è un dissociato mentale e terminerebbe qui la questione. Probabilmente il posto giusto sarebbe un manicomio, a meno che non intenda costui veramente affermare che la libertà è un furto e che quindi la schiavitù è qualcosa di buono.

Il nostro autore invece si lancia nell’impossibile dimostrazione che le due proposizioni possano coesistere.

La prima affermazione è perentoria:

Innanzitutto va affermato che la proprietà non è un diritto e tanto meno un diritto naturale

BOOOM. Però tranquilli che adesso ce la spiega. Mica ci lascia così.

Però prima di lanciare la chicca, si attarda in due affermazioni condivisibili. Probabilmente è una strategia retorica per farti bere la puttanata successiva. Non ne ho la certezza ovviamente…. I motivi per cui abbia messo due affermazioni sensate prima di una puttanata cosmica esulano dal mio sapere. I fini, come ben sapete, sono personali.

Comunque. Giustamente afferma che lo Stato non è alla base dei diritti e che i diritti positivi sono una stronzata.

Chapeau. Mentre leggevo queste affermazioni, facevo veramente fatica a capire come potessero giustificare l’affermazione “tanto meno un diritto naturale”. Ma poi arriva il terzo capoverso. La bomba. Bomba che va riportata integralmente affinché anche voi che non volete leggervi l’articolo completo possiate gioire di cotanta arguzia mentale.

Indebita estensione: quando utilizziamo l’espressione diritto naturale, facciamo capire a tutti che stiamo parlando di un diritto pre-statuale e pre-welfare state che nulla ha a che fare con lo stato; se poi riteniamo lo stato come una entità istituita per opprimere e sfruttare, il diritto naturale è l’unico che consideriamo accettabile (a parte norme e regolamenti prodotti autonomamente da gruppi interessati). Ma il diritto naturale garantisce diritti inalienabili che sono intrinseci alla persona fin dalla sua nascita (ad es. life, liberty and the pursuit of happiness – la vita, la libertà e la ricerca della felicità); includere tra questi il diritto alla proprietà mi sembra una estensione indebita. Infatti nessuno nasce con il diritto naturale alla proprietà ma solo con il diritto naturale al libero accesso alla proprietà, che sarà conseguita a seguito di determinati comportamenti produttivi. Altrimenti rimarremmo nella situazione presente in cui anche gli sfaccendati e i parassiti rivendicano il loro “diritto naturale” alla proprietà, ed espropriano con la tassazione una quota delle proprietà di coloro che si sono dati da fare con il loro impegno e i loro sforzi.

Et voila. Indebita estensione. Ancora un accenno a definizioni corrette. “il diritto naturale è l’unico che consideriamo accettabile”  seguito addirittura dalla presentazione di diritti naturali inalienabili intrinseci alla persona (life liberty and pursuit of happiness).

Ma poi frana. E frana fragorosamente. A lui estendere i “diritti naturali” alla proprietà sembra una estensione indebita. INVENTA di sana pianta il concetto di “diritto naturale al libero accesso alla proprietà”.

Concetto quanto mai vago, spiegato di merda, e probabilmente che non sta né in cielo né in terra. Che cazzo significa? Che uno nasce con il diritto ad accedere liberamente alla proprietà… di chi?  Libero accesso DOVE? A casa mia? Che può usare la mia motozappa? Che ha il libero accesso alla mia macchina?  Non si sa, nessuno lo sa, non lo spiega, però da per scontato che questo sia un diritto naturale. Mica la proprietà, che invece è una “estensione indebita”…   La spiegazione del perché invece la proprietà NON SIA UN DIRITTO NATURALE è data con l’affermazione idiota per cui se lo fosse, gli sfaccendati e i parassiti rivendicherebbero il “diritto naturale” alla proprietà (altrui) ESPROPRIANDO (tassando) la proprietà altrui.

Quindi in pratica per questo signore qua, un diritto naturale si esercita privando gli altri del proprio diritto naturale. Il fatto che per lui (e anche per me) chi non fa un cazzo non ha diritto alla proprietà (altrui), fa scadere il diritto naturale a un qualcosa di ambiguo che lui definisce “fatto naturale”. 

Questo accade quando non ci hai capito un cazzo. Perché il diritto NATURALE è un diritto che deve valere PER OGNI ESSERE UMANO. Si distingue dal “diritto alla casa”, proprio perché questo secondo presuppone che qualcuno deve espropriare qualcun altro per garantirlo a sé stesso. Ed è per questo che non è un diritto ma una puttanata. La proprietà privata è un diritto naturale proprio perché vale per tutti. Ma se vale per tutti è lapalissiano che nessuno può, in nome di questo, violare il diritto naturale alla proprietà di un altro. Siamo tutti uguali, Cristo. Quindi tu hai diritto alla proprietà quanto ne ho io, ragion per cui IO non ho alcun diritto di esproprio e TU nemmeno.  Sembrano discorsi semplici, ma evidentemente non lo sono, se persone che riescono a capire che lo Stato non è la fonte di alcun diritto, poi non riescono a capire che cosa significa che un diritto deve valere PER TUTTI. Se non si capisce questo, è possibile dimostrare che neppure i “diritti naturali” che ha identificato prima, sono diritti naturali. Perché per esempio, un tizio che reclami il “diritto alla vita” avente bisogno di un trapianto di cuore, potrebbe reclamare il cuore di un altro, ucciderlo e innestarselo. E’ giusto no? Ho o non ho “diritto alla vita?” Beh mi serve un cuore. Tu ce l’hai e me lo prendo. Peccato però che quello a cui lo strappi, dovrebbe avere lo stesso tuo diritto alla vita… Prendiamo il diritto a perseguire la propria felicità. Se io mi diverto e mi sento felice lanciando sassi dal cavalcavia contro le auto in corsa, ho diritto di farlo, perché è ho “diritto di perseguire la mia felicità”. Esticazzi se quell’altro sbanda e crepa (violando il diritto alla vita). Io “reclamo il mio diritto alla felicità” che per me è lanciare sassi dal cavalcavia. Cazzo vuoi?  

Se questo ragionamento avesse un senso quindi, non solo il diritto alla proprietà sarebbe un “fatto naturale” e non un “diritto naturale”, ma neppure il diritto alla vita e il diritto di perseguire la propria felicità sarebbero “diritti naturali”.  Non si capisce quindi su quali contorte basi logiche l’autore definisca il primo un “non diritto” e gli altri due dei “diritti naturali”.  

L’ignoranza e la superficialità di analisi sono dei peccati. Ma non sono gravissimi, se non vengono abbinati alla supponenza di chi, di fronte a coloro che gli mostrano gli errori concettuali e logici commessi, si nasconde dietro un “voi tutti travisate”. Tu puoi pure essere un praticone con un pò di letture sulle spalle. Ma lo devi essere con umiltà, pronto a considerare l’ipotesi che sia tu quello che va contromano in autostrada e non tutto il resto del traffico.

 

 

Dialoghi coi Keynesiani.

Pubblico una mia risposta, direi più uno sbrocco, in risposta ai soliti keynesiani, che Dio Mio, fanno a gara per sembrare deficienti.

Lasciate pure perdere il discorso sul quale si discuteva, godetevi il commento che mi ha scritto:

La moneta non è una merce, semmai è la promessa, la garanzia di corrispondere una merce, un contratto. Ipotizziamo che io voglia produrre uva per 100 euro, e un altro contadino grano per 100 euro. Nessuno di noi due ha prodotto alcunché, e quindi non ha nessuna merce da scambiare. Però se ci conosciamo, ed io gli dico: «io ti produco uva per 100 euro, tu producimi grano per 100 euro» entrambi abbiamo una motivazione per produrre. Quando il grano è pronto a luglio lui mi dà il grano e io in cambio non gli do assolutamente nulla, se non la promessa di dargli qualcosa in cambio a ottobre. Ad ottobre, nel momento in cui gli do l’uva, il debito è ripianato. Il tutto avviene senza che nessuno avesse accumulato oro o qualche altro metallo prezioso per pagare il debito. Storicamente i debiti nascono prima della moneta. In un piccolo villaggio, dove tutti si conoscono, non c’era bisogno di usare la moneta per onorare i debiti. La moneta nasce nel momento in cui sorgono i commerci internazionali, che non funzionavano su un rapporto di fiducia, perché non ci si può fidare degli sconosciuti. Pertanto si usavano delle merci con del valore intrinseco. Oggigiorno ci sono istituzioni che garantiscono che i debiti vengano onorati senza dover ricorrere ai metalli preziosi. Il valore di una moneta Fiat è piú stabile del prezzo dell’oro o dei metalli preziosi. Lo Stato democratico è uno strumento per coordinare le decisioni individuali, se lo Stato decide di diluire il valore della moneta è perché gl’individui hanno votato un governo che lo faccia. Una cosa molto piú sensata rispetto all’essere sottoposti alle variazioni casuali di un metallo prezioso.

 

Potete immaginare il mio stato d’animo alla lettura di tutte queste oscenità. Vi chiedo quindi scusa per il turpiloquio che purtroppo ogni tanto travalica. Ecco la mia, of course, lunga risposta.

 

 

Il tuo ragionamento finisce dopo tre righe. Perché tu ed il tuo amico in questa ipotetica situazione siete morti dopo una settimana di fame e sete. Allora, ripartiamo. Se non hai capitale, puoi solo che fare caccia a mani nude e raccolta di frutta. Non puoi pensare di scambiare alcunché né di fare agricoltura. Altro che “aspetta luglio che è pronto il grano”. Questa cosa è talmente vera, che l’umanità ha passato diverse centinaia di migliaia di anni allo stato brado facendo caccia e raccolta di frutta.
Gli scambi avvengono dopo che si è RISPARMIATO ed accumulato CAPITALE. Siano essi 2 conigli che non ti sei mangiato dopo averli schiattati a mani nude, siano essi 2M euro. I prestiti, che nascono temporalmente DOPO il baratto e DOPO lo scambio monetario, avvengono comunque in condizioni in cui uno ha il capitale (e non promesse di uva a ottobre) e l’altro non ce l’ha, ma magari ha garanzie.
Punto numero 2. Nessun cazzo di contadino, già in possesso di uva o grano da scambiare e non di fantomatiche promesse, dirà mai “voglio che tu produca 100 euro di grano”. Ti dirà “voglio che tu produca 10 quintali di grano. Userà il “quintale” o la “tonnellata”, perché sono MISURE DI BENI, e non termini inventati. Lui vuole una definita quantità di grano, non “cento euro”… Quindi, anche nel caso di un baratto, avrebbero usato quintali e tonnellate ed a nessuno sarebbe sbattuto uno stracazzo di misurare in “euro”, in modo da far scegliere l’unità di misura a Terzi.

Punto numero 3. La gente non passa il tempo a fare debiti. La gente scambia beni che ha. A masturbarvi di debiti siete rimasti solo voi keynesiani. La moneta poi non è una forma di debito. Non può esserlo perché se é un “pagherò” alle buone intenzioni, ognuno potrebbe firmarne infiniti. Se devo dare ad un tizio un foglietto con su scritto “ti fornirò 100 euro di uva”, non è necessario che me lo guadagni prima. Prendo e lo scrivo. Invece io per prendere cento euro, PRIMA faccio un lavoro (scambio un bene che ho: tempo e soldi), ricevo IN CAMBIO un altro BENE che non è una fottuta promessa, perché pure quello che me l’ha dato, PRIMA ha scambiato un altro bene. Etc etc etc. Fino alla banca centrale che non fa un cazzo e trucca la moneta. Io ci sono nato in un piccolo villaggio. Col cazzo che tutti facevamo debito. E ci conoscevamo tutti. Ma tutti tutti tutti tutti. E gli scambi con l’esterno erano pochi pochi pochi. E pure nel 3000 avanti cristo, quando andavi dal sacerdote per la benedizione, gli portavi un pollo. Non un “prometto che ti porterò un fottuto pollo a giugno 2999 a.C.” Per lo stesso identico motivo per cui sono morti i tuoi due coltivatori. Lo sciamano deve mangiare. Il capotribù deve mangiare, tutta la tribù deve mangiare.
Ma siccome sono tutti a scambiarsi pagherò su beni futuri, non c’è un cazzo da mangiare.

Punto 4
La moneta nasce come bene facilmente divisibile ed inalterabile. Non per onorare i tuoi cazzo di debiti. L’umanità è campata 5000 anni facendo pochissimi debiti sul volume di affari. Siete solo voi cancro dell’umanità con la sega “debito è bello”.
Il Sale, inalterabile e molto ben divisibile è stata una delle più antiche monete, quando il termine “scambio internazionale” non era neanche concepito.
2 pecore = 7 Kg di Sale
1 pecora = 3.5 Kg di Sale
1 coniglio = 500 g di Sale.

Ma attenzione. La pecora era vera e il sale pure. Nessun cazzo di pagherò.

Poi, ad un certo punto hanno detto: perché portarmi dietro la bilancia per ogni acquisto in Sale che devo fare? Suddividiamo il sale in pacchetti da 10g l’uno, sarà più facile contarli.
Poi, grave errore, hanno detto: invece di 10g di Sale, chiamiamolo Dollaro, è più semplice che dire 50 decine di grammi di Sale.
Ecco come è nata la moneta.

Punto 5
“Il valore di una moneta Fiat è piú stabile del prezzo dell’oro o dei metalli preziosi”

AHAHHHHHHHHHHHHAHAHAHAAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAH

Vediamo. Oro contro Dollaro.

1998 1 oncia di oro == 300 $
2008 1 oncia di oro == 920 $
2014 1 oncia di oro == 1267 $

Minchia. Aspetta, però tu mi dirai che gli ultimi 16 anni non bastano. Però la moneta fiat fiat, non è che ha tantissimi anni. E’ dal 1971 che ha le briglie sciolte. Non mi puoi portare certo l’andamento dell’oro nell’800 ad esempio.

Però forse è l’oro. Vediamo argento/Dollaro
1998 1 oncia di argento == 6 $
2008 1 oncia di argento == 16 $
2014 1 oncia diargento == 20 $

Evito di controllare il platino o il rame rispetto alla stabilissima moneta fiat.
Allora sarebbe giusto dire che la moneta fiat DECRESCE IN MANIERA PIU’ STABILE rispetto all’oro ed ai metalli preziosi

” Lo Stato democratico è uno strumento per coordinare le decisioni individuali, se lo Stato decide di diluire il valore della moneta è perché gl’individui hanno votato un governo che lo faccia. Una cosa molto piú sensata rispetto all’essere sottoposti alle variazioni casuali di un metallo prezioso.”

 

Questa poi è l’apoteosi, la fiera, la festa delle stronzate allineate e coperte, in fila per 3 con il resto di 2.

IL SISTEMA DEI PREZZI è LO strumento, l’UNICO FOTTUTO STRUMENTO per coordinare le decisioni individuali di miliardi di persone. Quattro pagliacci mentecatti ladri eletti a testa o croce NON SONO IN GRADO NE’ LO SARANNO MAI di coordinare le decisioni neanche di 100 persone, figurarsi l’interazione uomo-uomo.
Il sistema dei prezzi ci riesce perché è un sistema di controllo distribuito e retroazionato. Non sono 100 persone. E’ un sistema di controllo distribuito e retroazionato. Gli individui votano ogni giorno governi che poi fanno quello che vogliono con tanto di leggi a favore tipo “nessun vincolo di mandato”, che equivale a dire che i cittadini votano perché sono obbligati e votano solo tra quelli che gli dicono loro, e poi i governi fanno il cazzo che vogliono. Compreso diluire la moneta, che non è “diluire la moneta”. E’ RUBARE. E tu mi stai dicendo che gli individui hanno coscientemente votato qualcuno che li derubi. Ed è pure “più sensata” di lasciarsi governare dalle oscillazioni (meglio la caduta libera) dei metalli preziosi.

C’era l’oste che diceva che la gente lo pagava per annacquare il vino. E’ finito appeso

 

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Tutte le idiozie sul PIL

Qualche giorno fa, mentre commentavo sul giornale meno peggio italiano (IlGiornale), unico che permette di leggere pezzi di liberali autentici alla Lottieri e Stagnaro, tra i pochi a nominare Croce ed Einaudi, mi sono imbattuto in un commentatore che, alla mia affermazione su quanto un abbassamento della spesa pubblica facesse bene all’economia e facesse aumentare il PIL, mi ha risposto che IO sono ignorante perché è risaputo che se elimini spesa pubblica, il PIL si abbassa.

Purtroppo i commenti dei giornali non sono il miglior posto per discutere, in quanto tra una moderazione e l’altra rischi di aspettare qualche giorno prima di una risposta che difficilmente andrà a segno perché dispersa in un mare di altri commenti.

Ho deciso quindi di fare qui una analisi riguardante il concetto di PIL, in maniera che nel futuro, qualche ricerca google possa permettere a individui ignoranti perché ignorano, di capire la verità.

Che cos’è il PIL. Il PIL è Prodotto Interno Lordo (GDP in inglese). L’esatto conteggio del PIL di una nazione è affetto da svariati parametri, ma grossolanamente possiamo dire che il PIL conteggia la produzione (destinata al consumo) di tutte le attività  presenti nel paese.

Se consideriamo una persona, il PIL di questa persona è proporzionale alla quantità di denaro incassata a seguito dei servizi che offre agli altri cittadini.

Nel caso di una persona singola quindi, il PIL misura con una certa imprecisione la sua produttività  annuale. Quanto questo individuo ha prodotto nel corso di un anno. Il PIL si misura ovviamente in moneta e quindi il “quanto” è espresso dal conto economico.

La prima cosa da notare è che perfino quando parliamo di un solo individuo, il PIL non è un indicatore di ricchezza. Per esserlo manca ad esempio lo Stato Patrimoniale.

Giovanni produce e vende merce incassando 1000 euro al mese. Luigi non fa nulla, ma ha un capitale accumulato di 2 milioni di euro e sette case. Il PIL  di Giovanni è 1000. Quello di Luigi è 0. Eppure Luigi è ricco sfondato e Giovanni no.  Da questo si evince chiaramente che il PIL non misura la ricchezza.

Di conseguenza un popolo che ogni anno radesse al suolo tutto ciò che ha faticosamente costruito e l’anno dopo lo ricostruisse solo per distruggerlo ancora, come per magia avrebbe un PIL altissimo e sarebbe assurdamente considerato “ricco” o “economicamente florido”. Ad aggravare la situazione c’è il fatto che pagando gente per distruggere tutto, questa distruzione figurerebbe come una variazione positiva di PIL. Perfino 2000 funerali dopo una strage di bambini, provocano un aumento del PIL: i bambini non producono nulla, quindi se sono vivi non fanno PIL. Il PIL non considera lo Stato Patrimoniale e quindi neppure il CAPITALE UMANO rappresentato dai bambini. Però le agenzie funebri nel nostro caso fanno un sacco di PIL, che senza la strage di bambini non avrebbero fatto.

Ecco quindi che se si desse retta a questo indicatore, Erode era un valente economista e benefattore, mentre i Palestinesi non avrebbero da lamentarsi se bombe e droni gli falciano tutti i bambini. Il PIL aumenta. Inoltre, con tutte le case da ricostruire è chiaro che diventano floridissimi.

Inoltre, considerate una sorta di paradiso terrestre in cui praticamente tutti i beni fossero abbondanti e non scarsi, dove nessuno debba produrre alcunché perché c’è già tutto ciò che ci viene in mente di poter volere. Se al PIL associamo la ricchezza ecco che è più ricca la palestina che il paradiso terrestre.

Il PIL, già vale poco come indicatore quando lo applichiamo al singolo. Quando lo applichiamo ad una Nazione, semplicemente non significa nulla. Non distingue la situazione in cui Luigi produce 100000 e altre 10 persone producono zero, da una situazione in cui 11 persone producono in tutto 100000. Ha senso? E’ la stessa realtà economica? Si può dire che tra le due società non ci sono differenze? Che sono ricche uguale??

Come se non bastasse già questo per inserire il PIL all’interno delle ecumeniche stronzate dette e scritte dall’umanità nel corso dei secoli, arriva la questione AZIENDE PUBBLICHE.

Il PIL di un privato è il frutto di uno scambio volontario che, come sappiamo, produce un aumento di valore in entrambi i contraenti. E’ chiaro quindi che il PIL in questo caso dà una indicazione di una ricchezza prodotta. Ricchezza prodotta e riconosciuta come tale da chi l’ha acquistata liberamente. E’ possibile dire che se Giovanni ha prodotto un PIL di Xmila euro, ha effettivamente arricchito la società (nella persona di lui e di tutti coloro che hanno acquistato i prodotti di Giovanni).

Ma quando andiamo a calcolare il prodotto di una azienda pubblica, tutte le  considerazioni misesiane sull’impossibilità del calcolo economico in regime socialista ci colpiscono come un macigno. Nessuno compra volontariamente i prodotti dell’azienda pubblica. Spesso non si capisce neppure che prodotto fornisca la tale azienda: che prodotto fornisce una Comunità Montana? E l’ufficio dell’anagrafe? Fornisce servizi che non vuol nessuno e che diventano necessari solo in virtù di una legislazione che li rende obbligatori. Che prodotto fornisce un politico? E il 40000esimo forestale siculo, quanto produce?

La risposta a questa domanda non c’è e, caso strano, se ne sono accorti perfino gli economisti. Allora cosa hanno ben pensato di fare? Hanno deciso che, così, d’arbitrio e senza alcuna motivazione, il PIL di una azienda pubblica è pari alle proprie spese. Quindi se sei una persona normale, produci PIL  solo SE riesci a vendere i tuoi beni, SE lo fai ad un prezzo maggiore di quello che hai speso, SE investi oculatamente, SE non ti spendi tutto in droga e ragazze.

Se invece per caso sei una azienda pubblica, ricevi i soldi altrui (impedendo loro di provare a fare il PIL precedente, quello dei SE), e come per magia, anche se sei chiuso, anche se li butti a mare, anche se lasci aperta l’aria condizionata in un ufficio deserto, anche se ci paghi solo stipendi e ristorante di tutti quelli che NON lavorano lì, perché in realtà non vanno neppure al lavoro, anche in questo caso, tutti i soldi rubati ai privati si trasformano in PIL.

Se sei un dirigente pubblico e ti intimano di produrre “ricchezza” ovvero “PIL”, la sola cosa che devi fare è comprare 300 bocce di tavernello a 300 euro l’uno coi soldi degli altri. Oppure affittare sventolatrici d’aria per te stesso. Tutto questo, magicamente, per gli economisti fa PIL. Ricchezza, per come la definiscono loro, della società.

Il PIL di una azienda pubblica è semplicemente non conoscibile. Quanto valgano i suoi servizi può essere definito solo da scelte volontarie di acquisto o meno. Non significa che non esista a priori. Una percentuale delle spese probabilmente diventa veramente produzione utile e quindi PIL buono. E’ il caso di un ospedale pubblico. Produce qualcosa. Quanto è indefinibile, sicuramente meno dell’equivalente di libero mercato. Viceversa un ufficio burocratico è probabile che non abbia alcuna utilità in un libero mercato e che quindi il PIL sia proprio nullo.

Il buon Rothbard sulla questione della spesa pubblica ha una posizione molto particolare, che sicuramente approfondirò nel tempo. Secondo lui, la spesa pubblica andrebbe catalogata completamente in “consumo”, in quanto caratteristica di un investimento produttivo è che l’imprenditore investe non seguendo i suoi interessi, ma seguendo gli interessi del consumatore. Viceversa l'”investimento  pubblico” segue gli interessi dell’imprenditore pubblico e non del consumatore. Siccome le spese fatte nell’interesse personale sono propriamente consumi, la spesa pubblica potrebbe essere ragionevolmente considerata totalmente consumo.

Il fatto di considerare qualunque spesa pubblica come incremento di PIL cagiona una serie di perversioni economiche assurde, secondo cui è sempre conveniente che i soldi vengano gestiti dal pubblico, perché sono talmente bravi da trasformare il 100% delle risorse a loro destinate in aumento di ricchezza. Non è vero, non sarà mai vero, ma è il motivo per cui ci dicono di non tagliare la spesa pubblica.

 

 

 

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A proposito di IVA: Rothbard

Il brano che segue appartiene al libro forse più devastante di Murray Newton Rothbard: Power and Market. Il libro ovviamente non è mai uscito in Italia, mai tradotto per ovvi motivi di opportunità. In questo libro Rothbard si limita a dimostrare in maniera puntuale che qualsiasi tipo di intervento governativo ad ostare la libera collaborazione tra persone ha effetti dannosi. La traduzione del brano in questione è mia, chiedo scusa per eventuali “libertà” o imprecisioni nella traduzione

Uno dei più antichi problemi connessi con la tassazione è: Chi paga la tassa?

Sembrerebbe che la risposta sia chiara, dal momento che il governo conosce la categoria che va a tassare. Il problema però non è chi paga la tassa immediatamente, ma  chi lo fa nel lungo periodo: il problema è cioè se la tassa possa o meno essere spostata dal pagatore immediato a qualcun altro. Lo spostamento avviene se l’immediato pagatore è in grado di alzare il suo prezzo di vendita per coprire la tassa,in modo da spostarne il carico sull’acquirente, o se viceversa è in grado di abbassare il prezzo di acquisto di qualcosa che compra, così spostandone il carico su un altro venditore.

In aggiunta al problema dell’incidenza della tassazione, vi è il problema di analizzare gli altri effetti economici di vari tipi e vari livelli di tassazione.

La prima legge dell’incidenza può essere introdotta immediatamente ed è una legge piuttosto radicale: nessuna tassa può essere spostata in avanti. In altre parole, nessuna tassa può essere spostata da un venditore ad un acquirente e via fino all’ultimo consumatore. Più avanti vedremo come questa legge si applica specificatamente ad accise e tasse sulle vendite, che si pensa comunemente vengano traslate agli acquirenti. E’ generalmente accettato che ogni  tassa sulla produzione o sulle vendite, aumenta il costo di produzione e quindi viene spiegata come un aumento dei prezzi al consumatore. I prezzi però, non sono mai determinati dai costi di produzione, ma piuttosto è vero il contrario. Il prezzo di un bene è determinato dal suo stock totale esistente e dalla sua domanda sul mercato. Ma la domanda non è influenzata per nulla dalla tassa. Il prezzo di vendita è scelto da qualunque azienda al punto di massimo guadagno netto e qualunque prezzo più alto, rimanendo fissa la domanda, farà semplicemente decrescere il guadagno netto. Una tassa quindi, non può essere scaricata sul consumatore.

E’ vero che una tassa può essere scaricata in avanti, in un caso: se la tassa causa la diminuzione delle scorte del bene in questione e quindi un aumento del prezzo sul mercato. Questo però difficilmente può essere chiamato “spostamento” di per sé:  uno spostamento implica che la tassa è passata senza , o con pochi problemi da parte del produttore. Se qualche produttore deve andare in fallimento, affinché la tassa sia “spostata”, questo difficilmente è uno spostamento nel vero senso della parola, ma dovrebbe essere definito nella categoria degli ulteriori effetti della tassazione.

Una tassa generale sulle vendite è il classico esempio di una tassa sui produttori che si crede essere spostata in avanti. Immaginiamo che il governo imponga una tassa del 20% su tutte le vendite al dettaglio.

Nel nostro esempio assumeremo  che questa tassa possa essere imposta con uguale efficienza in tutte le categorie di negozi.  Per molta gente, sembra ovvio che le aziende semplicemente aggiungeranno il 20% ai loro prezzi di vendita limitandosi ad agire come mero esattore per il governo.

Il problema però non è così semplice. Nei fatti, come abbiamo visto, non c’è alcuna ragione di credere che i prezzi possano essere alzati.

I prezzi sono già al punto di massimo guadagno netto, lo stock non è decresciuto e la domanda non è cambiata. Quindi i prezzi non possono venire aumentati. Inoltre, se guardiamo all’insieme generale dei prezzi, questi sono determinati dall’offerta e dalla domanda di moneta. Affinché il livello generale dei prezzi si alzi, deve esserci un aumento dell’offerta di moneta o una diminuzione della domanda di moneta o entrambi.     Nessuna di queste alternative si è verificata tramite questa tassa. La domanda di moneta non è diminuita, l’offerta di beni disponibili contro moneta non è diminuita e l’offerta di moneta è rimasta costante.

In queste condizioni  non c’è alcuna possibilità di ottenere un aumento generale dei prezzi.

Dovrebbe essere evidente che se i commercianti fossero stati in grado di passare l’aumento di tassazione sulle spalle dei consumatori sotto  forma di prezzi più alti, avrebbero aumentato questi prezzi da soli, senza attendere l’impulso di un aumento di tassazione. I commercianti non si adagiano deliberatamente al minor prezzo di vendita che essi riescono a trovare. Se lo stato della domanda avesse permesso prezzi più alti, le aziende si sarebbero avvantaggiate di questo fatto molto tempo prima. Si potrebbe obbiettare che un aumento di tassazione sulle vendite è generale e quindi che tutte le imprese insieme possano ancora spostare la tassa. Ma ogni impresa segue la curva di domanda per il proprio prodotto e nessuna di queste curve di domanda è cambiata.

Un aumento di tassazione non fa nulla per rendere più conveniente aumentare i prezzi.

Il mito che una tassa sulle vendite possa essere spostata in avanti è comparabile al mito che un aumento salariale imposto dai sindaati possa essere spostato sui consumatori tramite prezzi più alti, quindi causando inflazione.

Non c’è modo che il livello generale dei prezzi possa essere alzato e l’unico risultato di questo aumento salariale sarà sempre e solo una disoccupazione di massa

Molte persone vengono fuorviate  dal fatto che il prezzo che i consumatori pagano deve necessariamente includere la tassa. Quando qualcuno va  al cinema e legge preventivamente che il costo di $1 di biglietto copre un prezzo di 85 centesimi e una tassa di 15 centesimi, egli tende a concludere che la tassa è stata semplicemente aggiunta al  prezzo. Ma $1 è il prezzo, non 85 centesimi. Quest’ultima somma è il reddito appartenente all’impresa dopo la tassazione. Questo reddito è stato ridotto per permettere il pagamento delle tasse.

In effetti questo è precisamente l’effetto di una  tassa generale sui consumi. Il suo impatto immediato è di abbassare il reddito lordo delle imprese dell’ammontare della tassa. Nel lungo termine ovviamente, le imprese non pagano la tassa perché la loro perdita di reddito lordo è propagata all’indietro verso il reddito da interesse dei capitalisti, sugli stipendi e sulla redditività dei fattori originali di produzione: lavoro e terra. Una diminuzione nel reddito lordo delle imprese al dettaglio è propagato all’indietro da una diminuzione della domanda per i prodotti di tutte le aziende di ordine più alto. Tutte le imprese comunque, tenderanno, nel lungo termine, ad un ritorno in interessi uniforme.

Qui sorge una differenza tra una tassa generale sulle vendite e una tassa sui redditi aziendali. Non c’è stato alcun cambiamento nelle preferenze temporali o nelle altre componenti del tasso di interesse.

Mentre una tassa sui redditi provoca una abbassamento percentuale dei ritorni da interessi, una tassa sulle vendite può e sarà scaricata completamente dagli investimenti indietro fino ai fattori originali di produzione. Il risultato di una tassa generale sulle vendite è una riduzione generale nel reddito netto prodotto dai fattori originali: di tutti i salari e delle rendite dei terreni.

La tassa sulle vendite è stata scaricata all’indietro fino ai redditi dei fattori originali. Ogni fattore originario di produzione non guadagna più il valore marginale del prodotto: adesso i fattori di produzione guadagnano meno del  loro DMVPs (discounted marginal value products n.d.T), la riduzione consiste nella tassa sulle vendite pagata al governo.

E’ necessario adesso integrare questa analisi dell’incidenza di una tassa generale sulle vendite con la nostra precedente e generale analisi dei benefici e degli oneri della tassazione. Questo può essere fatto ricordando che i ricavi della tassazione sono, di volta in volta, spesi dal governo. Sia che il governo spenda i soldi per risorse per la sua propria attività o che semplicemente trasferisca i soldi a gente che sussidia, il risultato è quello di spostare la domanda di consumi e investimenti da mani private a quelle del governo, o a quelle di individui supportati dal governo, dell’ammontare  della tassa.  In questo caso, la tassa è stata in via definitiva applicata ai redditi dei fattori originali e la moneta trasferita dalle loro mani a quelle del governo.

Il reddito del governo e/o di coloro che sussidia è stato aumentato alle spese di coloro che son stati tassati e quindi consumo e investimenti nel mercato sono stati spostati dai primi ai secondi dell’ammontare della tassa. Come conseguenza, il valore dell’unità monetaria rimane inalterato ( escludendo una differenza tra la domanda di moneta dei taxpayers e quella dei taxconsumers), ma il set dei prezzi sarà spostato in accordo con lo spostamento nelle domande.

Quindi, se il mercato stava spendendo in maniera pesante nell’abbigliamento e il governo usa i proventi per la maggior parte nell’acquisto di armi, ci sarà una caduta nel prezzo dei vestiti,  un aumento nel prezzo delle armi e una tendenza,  per i fattori di produzione non specifici a spostarsi dal settore dell’abbigliamento a quello della produzione degli armamenti.

Come risultato, non ci sarà, come potrebbe credersi, un caduta proporzionale del 20% sulla redditività di tutti i fattori di produzione come risultato di una tassa del 20% sulle vendite.  I fattori specifici in industrie che hanno perso mercato dal risultato dello spostamento della domanda dal privato al pubblico, perderanno proporzionalmente più reddito. I fattori specifici nelle industrie che hanno guadagnato mercato grazie alla scelta pubblica, perderanno di meno, qualcuno può guadagnare abbastanza da ritrovarsi con un guadagno assoluto come risultato dell’intromissione governativa.

I fattori di produzione non specifici non saranno influenzati così proporzionalmente, ma anche essi perderanno e guadagneranno in accordo con le differenze che i cambiamenti della domanda provocano nella loro produttività marginale.

La conoscenza che le tasse non possono essere scaricate in avanti è conseguenza dell’adesione alla analisi del valore “Austriaca”:  che i prezzi sono determinati dalla domanda  ultima per gli stock e non in alcun modo dal “costo di produzione”. Sfortunatamente, tutte le precedenti discussioni  sull’incidenza della tassazione sono stati guastati da sbornie di teoria classica del “costo di produzione” e dall’incapacità di adottare un approccio “Austriaco” consistente. Gli economisti  austriaci stessi non hanno mai applicato realmente le loro dottrine alla teoria dell’incidenza delle tasse, quindi questa discussione apre nuovi orizzonti.

La dottrina dello spostamento in avanti è stata adesso  portata alle sue logiche e assurde conclusioni : i produttori scaricano le tasse sui consumatori e i consumatori a sua volta possono spostarla ai loro impiegati e così via all’infinito con nessuno che realmente paghi alcuna tassa.

Bisogna attentamente notare che una tassa generale sulle vendite è un fulgido esempio di fallimento di una tassa sul consumo. Si crede comunemente che una tassa sulle vendite penalizzi il consumo più che il reddito o il capitale. Ma abbiamo visto che la tassa sulle vendite riduce non soltanto il consumo, ma la produttività, il reddito dei fattori originali.  La tassa generale sulle vendite è una tassa sul reddito, sia pure di tipo piuttosto casuale, poiché non c’è modo di rendere uniforme il suo impatto sulle classi di reddito. Molti economisti “di destra” hanno sostenuto una tassazione sulle vendite come opposta ad una tassazione sui redditi, sulla base che la prima tassasse il consumo ma non i risparmi e gli investimenti; molti economisti di sinistra si sono invece opposti alla tassa sulle vendite per le stesse ragioni.

Entrambi sbagliano, la tassa sulle vendite è una tassa sul reddito, seppure molto casuale e di impatto incerto. L’effetto principale della tassa sarà quella di una tassa sul reddito: la riduzione del consumo E dei  risparmi/investimenti  dei contribuenti.

Siccome, come vedremo, la tassa sui redditi  per sua natura si abbatte in maniera più pesante sui risparmi/investimenti che sul consumo , raggiungiamo la conclusione paradossale e importante che una tassa sui “consumi” si abbatterà ugualmente in maniera pesante sui consumi e gli investimenti.

 
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Pubblicato da su 6 settembre 2013 in articoli economici, economia austriaca, tasse

 

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FMI, Standards and Poor, Gesù Cristo e gli Alieni

Mentre aspetto fiducioso la dimostrazione che qualsivoglia governo quantunque di “larghe intese” e a “larga maggioranza”, non sia in grado di fare una sola riforma a favore della libertà e del libero scambio, registro che l’idea che in Italia venga abolità l’IMU per la prima casa (e i capannoni industriali che non vuole più nessuno?), e l’IVA venga mantenuta all’enorme, abominevole, scabroso valore del 21%, pare non piacere a diverse categorie di persone.

Pare che si sia espresso in tal senso il FMI e addirittura, udite udite, che Standards and Poor abbia declassato per l’ennesima volta l’Italia proprio perché vorrebbe eliminare l’esproprio di stato almeno sulla abitazione principale e perché non vuole aumentare di un altro punto l’IVA.

Pare dico, perché diverse cose non mi convincono. Prima di tutto il rating. L’abbassamento del rating italiano è ovvio, che il paese fallirà a breve lo sanno tutti, figurati se una agenzia di rating ignora il fatto.

D’altra parte è altrettanto ovvio che l’IMU e l’aumento dell’IVA NON possono salvare l’Italia dal fallimento e quindi non possono certo rendere più sicuri i titoli del debito italiano. L’unica cosa che si può fare con queste due tasse maggiorate è diminuire ancor di più il valore delle case, finir di distruggere il settore edilizio e contrarre ancora di più i consumi.

Quindi è chiaro che l’abbassamento di rating deve essere completamente scorrelato dalle ipotetiche, molto ipotetiche, modifiche alla tassazione che questo governo delle intenzioni intenderebbe forse un domani prendere.

Il Fondo Monetario Internazionale invece, essendo un organismo prettamente politico, espleta la sua funzione di organo politico: fare danni alle persone. Da questo punto di vista quindi, sarebbe plausibile che per danneggiare un numero sufficiente di persone proponga la mancata abolizione di tasse. Però …

A rigor di logica e facendo finta di credere che questo organo politico abbia un senso, chiaro che quel che conterebbe per lui è il saldo positivo tra ingressi ed uscite. Anche qui è probabile, se sono in buona fede, che di fronte all’abbattimento della spesa pubblica e della tassazione non possano avere nulla da ridire. Certo, se invece si presuppone un abbassamento fiscale finanziato a debito, allora le cose cambiano.

Rimane il dubbio amletico. Il paese più burocratico e incancrenito al mondo, con la tassazione più alta e in cui ogni singolo balzello introdotto anche come temporaneo, cresce si alimenta e diventa bandiera nazionale, ad un certo punto si mette in testa di abbassare le tasse e, come per magia, spunta fuori il FMI, poi ST&P, poi interviene pure Gesù Cristo in apparizione mistica ad una giovane contadina, poi Superman, poi gli XMen e infine, si narra che perfino i Grigi, dall’Area 51 abbiano espresso parere contrario  all’eliminazione di alcune tasse…

Non sarà forse che il governo, il paragoverno, i paraculi in generale, si stiano appellando a tutto pur di non tagliare? Non è che magari la scusa “volevamo tanto tagliare le tasse, ma purtroppo i cattivoni ESTERNI non ce lo permettono”  è particolarmente comoda?

Oppure, potrei postulare che una Italia che torni competitiva possa dare fastidio ad un FMI composto da persone di altre nazioni o stipendiate comunque da entità diverse che i cittadini italiani. E che quindi, siccome l’abbassamento della spesa pubblica e della tassazione sono una misura efficace per ridare competitività all’Italia, questo sia inviso a tutti coloro che hanno preso il suo posto nei vari mercati mondiali. 

Consiglio spassionato. Lasciate perdere gli amorevoli consigli esteri, se esistono. Togliere l’IMU porta solo benefici, perché l’esproprio legalizzato provoca solo danni economici. Non è possibile sbagliare togliendo una tassa di proprietà e se si vuole fare di meglio è sufficiente toglierla del tutto e non solo per l’unico fabbricato destinato ad uso abitativo principale.

E’ parimenti IMPOSSIBILE sbagliare non aumentando l’IVA dal 21% al 22% o 23%, perché il pagamento del pizzo su ogni cosa acquistata è una estorsione e l’estorsione legalizzata provoca solo danni economici. Altrimenti in Sicilia e in Campania vivrebbero tutti nel lusso più sfrenato grazie alla Doppia Dose di Protezione accordata sia dallo Stato che dalle varie mafie locali.

Non c’è da interrogarsi, non c’è da pensare, c’è solo da decidere quali sanguisughe statali lasciare a secco per coprire le tasse abolite.

Il compito di questo governo, per paradosso è piuttosto semplice, perché non c’è appunto da individuare alcuna strategia particolarmente geniale per risolvere la crisi. La ricetta funzionante è una sola e la conosce qualsiasi massaia da quando è iniziato il mondo e la cooperazione tra individui. Non devono inventare nulla. Non c’è alcuna possibilità di sbagliare applicando questa ricetta. Tagliare Spesa, Diminuire Tasse. Qualunque riforma in questa direzione, migliora l’economia nel paese. Qualunque riforma nell’altra direzione, peggiora l’economia e spinge ancor di più verso il fallimento, la guerra civile e l’impiccagione compulsiva di tutta la classe politica.

 

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