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La Lettera di Michele

Michele adesso non c’è più. Copio e incollo la lettera che ha pubblicato IlGiornale perché, oltre che toccante, dice diverse cose sacrosante e che meritano di rimanere nell’Etere.

Oltre al fatto che il ragazzo sembrava essere veramente in gamba e conscio di tutto ciò che dice. Insomma. Mi ha talmente colpito che ho ripubblicato qualcosa sul blog dopo anni.

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Tutte balle.

Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile. A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo.

Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino. Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità.

Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

 
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Pubblicato da su 7 febbraio 2017 in Uncategorized

 

Supponenza, ignoranza e approssimazione

Chiacchierando tra “liberali” su Facebook, mi viene consigliato questo post, scritto da un sedicente liberale che però evidentemente ha le idee tanto tanto confuse, anche se si rifiuta di ammetterlo.

Il che non sarebbe grave, quel che è grave è che se lo riprendi e gli fai notare che probabilmente non ci ha capito granché, la sua risposta è “tu non capisci, travisi i pensieri degli altri, lasciamo perdere”. Per poi girare l’etere raccontando che i libertari sono dogmatici e oltranzisti. Ora, non è questione di essere dogmatici e oltranzisti. E’ questione di capire una cosa, oppure non averla capita.

Il post in questione è questo.

L’autore è tal Gian Piero De Bellis.

Il post parte con la famosa frase di Proudhon: “la proprietà è un furto“.

L’autore ci fa notare che lo stesso Proudhon dice successivamente che        “la proprietà è la libertà

Ora, una persona normale applicando la proprietà transitiva, deduce che la “libertà è un furto”   (dim. (A = B) (A = C) ====> B=C )

Per quel discorso vetusto e obsoleto del principio di identità e non contraddizione che starebbe alla base della logica umana.  Un altro tipo di persona,  si limiterebbe a dire che Proudhon è un dissociato mentale e terminerebbe qui la questione. Probabilmente il posto giusto sarebbe un manicomio, a meno che non intenda costui veramente affermare che la libertà è un furto e che quindi la schiavitù è qualcosa di buono.

Il nostro autore invece si lancia nell’impossibile dimostrazione che le due proposizioni possano coesistere.

La prima affermazione è perentoria:

Innanzitutto va affermato che la proprietà non è un diritto e tanto meno un diritto naturale

BOOOM. Però tranquilli che adesso ce la spiega. Mica ci lascia così.

Però prima di lanciare la chicca, si attarda in due affermazioni condivisibili. Probabilmente è una strategia retorica per farti bere la puttanata successiva. Non ne ho la certezza ovviamente…. I motivi per cui abbia messo due affermazioni sensate prima di una puttanata cosmica esulano dal mio sapere. I fini, come ben sapete, sono personali.

Comunque. Giustamente afferma che lo Stato non è alla base dei diritti e che i diritti positivi sono una stronzata.

Chapeau. Mentre leggevo queste affermazioni, facevo veramente fatica a capire come potessero giustificare l’affermazione “tanto meno un diritto naturale”. Ma poi arriva il terzo capoverso. La bomba. Bomba che va riportata integralmente affinché anche voi che non volete leggervi l’articolo completo possiate gioire di cotanta arguzia mentale.

Indebita estensione: quando utilizziamo l’espressione diritto naturale, facciamo capire a tutti che stiamo parlando di un diritto pre-statuale e pre-welfare state che nulla ha a che fare con lo stato; se poi riteniamo lo stato come una entità istituita per opprimere e sfruttare, il diritto naturale è l’unico che consideriamo accettabile (a parte norme e regolamenti prodotti autonomamente da gruppi interessati). Ma il diritto naturale garantisce diritti inalienabili che sono intrinseci alla persona fin dalla sua nascita (ad es. life, liberty and the pursuit of happiness – la vita, la libertà e la ricerca della felicità); includere tra questi il diritto alla proprietà mi sembra una estensione indebita. Infatti nessuno nasce con il diritto naturale alla proprietà ma solo con il diritto naturale al libero accesso alla proprietà, che sarà conseguita a seguito di determinati comportamenti produttivi. Altrimenti rimarremmo nella situazione presente in cui anche gli sfaccendati e i parassiti rivendicano il loro “diritto naturale” alla proprietà, ed espropriano con la tassazione una quota delle proprietà di coloro che si sono dati da fare con il loro impegno e i loro sforzi.

Et voila. Indebita estensione. Ancora un accenno a definizioni corrette. “il diritto naturale è l’unico che consideriamo accettabile”  seguito addirittura dalla presentazione di diritti naturali inalienabili intrinseci alla persona (life liberty and pursuit of happiness).

Ma poi frana. E frana fragorosamente. A lui estendere i “diritti naturali” alla proprietà sembra una estensione indebita. INVENTA di sana pianta il concetto di “diritto naturale al libero accesso alla proprietà”.

Concetto quanto mai vago, spiegato di merda, e probabilmente che non sta né in cielo né in terra. Che cazzo significa? Che uno nasce con il diritto ad accedere liberamente alla proprietà… di chi?  Libero accesso DOVE? A casa mia? Che può usare la mia motozappa? Che ha il libero accesso alla mia macchina?  Non si sa, nessuno lo sa, non lo spiega, però da per scontato che questo sia un diritto naturale. Mica la proprietà, che invece è una “estensione indebita”…   La spiegazione del perché invece la proprietà NON SIA UN DIRITTO NATURALE è data con l’affermazione idiota per cui se lo fosse, gli sfaccendati e i parassiti rivendicherebbero il “diritto naturale” alla proprietà (altrui) ESPROPRIANDO (tassando) la proprietà altrui.

Quindi in pratica per questo signore qua, un diritto naturale si esercita privando gli altri del proprio diritto naturale. Il fatto che per lui (e anche per me) chi non fa un cazzo non ha diritto alla proprietà (altrui), fa scadere il diritto naturale a un qualcosa di ambiguo che lui definisce “fatto naturale”. 

Questo accade quando non ci hai capito un cazzo. Perché il diritto NATURALE è un diritto che deve valere PER OGNI ESSERE UMANO. Si distingue dal “diritto alla casa”, proprio perché questo secondo presuppone che qualcuno deve espropriare qualcun altro per garantirlo a sé stesso. Ed è per questo che non è un diritto ma una puttanata. La proprietà privata è un diritto naturale proprio perché vale per tutti. Ma se vale per tutti è lapalissiano che nessuno può, in nome di questo, violare il diritto naturale alla proprietà di un altro. Siamo tutti uguali, Cristo. Quindi tu hai diritto alla proprietà quanto ne ho io, ragion per cui IO non ho alcun diritto di esproprio e TU nemmeno.  Sembrano discorsi semplici, ma evidentemente non lo sono, se persone che riescono a capire che lo Stato non è la fonte di alcun diritto, poi non riescono a capire che cosa significa che un diritto deve valere PER TUTTI. Se non si capisce questo, è possibile dimostrare che neppure i “diritti naturali” che ha identificato prima, sono diritti naturali. Perché per esempio, un tizio che reclami il “diritto alla vita” avente bisogno di un trapianto di cuore, potrebbe reclamare il cuore di un altro, ucciderlo e innestarselo. E’ giusto no? Ho o non ho “diritto alla vita?” Beh mi serve un cuore. Tu ce l’hai e me lo prendo. Peccato però che quello a cui lo strappi, dovrebbe avere lo stesso tuo diritto alla vita… Prendiamo il diritto a perseguire la propria felicità. Se io mi diverto e mi sento felice lanciando sassi dal cavalcavia contro le auto in corsa, ho diritto di farlo, perché è ho “diritto di perseguire la mia felicità”. Esticazzi se quell’altro sbanda e crepa (violando il diritto alla vita). Io “reclamo il mio diritto alla felicità” che per me è lanciare sassi dal cavalcavia. Cazzo vuoi?  

Se questo ragionamento avesse un senso quindi, non solo il diritto alla proprietà sarebbe un “fatto naturale” e non un “diritto naturale”, ma neppure il diritto alla vita e il diritto di perseguire la propria felicità sarebbero “diritti naturali”.  Non si capisce quindi su quali contorte basi logiche l’autore definisca il primo un “non diritto” e gli altri due dei “diritti naturali”.  

L’ignoranza e la superficialità di analisi sono dei peccati. Ma non sono gravissimi, se non vengono abbinati alla supponenza di chi, di fronte a coloro che gli mostrano gli errori concettuali e logici commessi, si nasconde dietro un “voi tutti travisate”. Tu puoi pure essere un praticone con un pò di letture sulle spalle. Ma lo devi essere con umiltà, pronto a considerare l’ipotesi che sia tu quello che va contromano in autostrada e non tutto il resto del traffico.

 

 

Legal ashtray

Quando uno statalista ed un liberale si incontrano e dibattono, il liberale sostiene che lo stato non è necessario, o al limite necessario in misura minima, mentre lo statalista sostiene  l’opposto.

L’obiezione tipica dello statalista sarà che una società ha bisogno di regole. Lo statalista darà per scontato che ovviamente sarà lo stato a doverle dettare. Lo statalista è affetto da un complesso d’inferiorità permanente che lo porta a desiderare un “qualcuno” a lui superiore” il quale decida le regole per tutti, ma contemporaneamente è anche contagiato da un complesso di furbizia che lo porta a pensare uno stato indispensabile per alleviargli la fatica di dover lavorare per vivere. Lo statalista è una figura contraddittoria e schizofrenica. Lo statalista pensa che lo stato rappresenti la società, che la interpreti, che sia la coscienza della società e quindi abbia il potere di dettare le sue regole che fa diventare legge. A quel punto chiunque trasgredisca la legge dello stato diventa sanzionabile. Quella sanzione la incasserà e avvantaggerà lo stato, quindi secondo lo statalista, la società. Resta da capire come un individuo di quella società possa godere di un vantaggio dall’essere sanzionato. Anche secondo il liberale la società ha bisogno di regole, secondo lui però il procedimento per determinare quelle regole lo adotta naturalmente la società. Secondo il liberale non esiste “superiorità” o “inferiorità” di qualcuno nell’imporre o subire una regola. Se una regola serve, nascerà da sola. Se non serve non nascerà mai. Un liberale davanti ad un negozio troverà un portacenere, lo troverà anche davanti al bar, davanti al tabaccaio e così via, non si interrogherà sull’esistenza di un politico così intelligente da aver imposto una regola per il portacenere. No. Ogni volta che il liberale ne vedrà uno apprezzerà la sensibilità e l’iniziativa del singolo gestore che ha risolto individualmente un’esigenza. Tanti negozianti che condividono lo stesso pensiero e la stessa attenzione per il prossimo agiscono SPONTANEAMENTE e liberamente nello stesso modo mettendo a disposizione il portacenere. Quella moltitudine di azioni diventano nel tempo una regola non scritta della società. In quel caso a nessuno viene ordinato o impedito nulla, succede che quella regola esiste perché nasce dalla società. Ma a questo punto cosa potrebbe fare lo statalista nel constatare l’inutilità dello stato nel dettare regole alla società? Nulla di nulla, se non prenderne atto e preoccuparsi. Una regola libera non scritta non prevede obblighi, non prevede sanzioni monetarie, non prevede che uno debba sborsare forzatamente denaro per comprare un portacenere a “norma di legge” e nemmeno che lo debba cambiare magari dopo cinque anni perché è cambiata la norma. Niente giro di soldi per lo stato e niente soldi per lo statalista. Una regola libera prevede solo che persone libere, individualmente ed in silenzio giudichino e scelgano. Diventa legittima la preoccupazione del mantenuto (lo statalista). Non ci sarebbe da stupirsi se a questo punto lo stato rendesse obbligatori i portacenere, che già ci sono, magari regolamentandone le dimensioni, le forme, il colore, i materiali, le posizioni per la loro allocazione, che rendesse obbligatoria la certificazione degli stessi e che autorizzasse solo qualche azienda a lui vicino a produrli e commercializzarli. Sarebbe un bel giro di denaro, lo statalista potrebbe porre fine al suo stato d’ansia da mancanza d’ossigeno e procedere nell’automantenimento a mezzo legge statale.

 
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Pubblicato da su 23 novembre 2015 in Uncategorized

 

CINEMATOGRAFIA AUSTRIACA

Le etichette a volte sono devastanti ed improprie. Prendiamo il caso della definizione “spaghetti western”, evoca qualcosa di divertente, leggero, basico, tarocco, superficiale.
Un indiscusso capolavoro di Sergio Leone -Il Buono il Brutto e il Cattivo- , a volte, non si capisce bene il perché e da chi, viene etichettato in quel modo.
Non ripeto la definizione perché provo vergogna anche solo ad associarla a quello che è uno dei migliori film mai prodotti dalla civiltà umana, fino ad ora.
Le meravigliose musiche, la fotografia, la regia, e la recitazione dei protagonisti sono la parte più evidente e spettacolare che hanno contribuito al successo di quel film.
Quel film però è molto di più, è di una profondità grandiosa che probabilmente sfugge ai più, ma di sicuro non ad un anarco-capitalista.
La trama di quel film è solo un pretesto, un contenitore, per poter inserire innumerevoli mondi, concetti e meccanismi che sono la vera profonda essenza del film.
Ci sono racchiusi tutti gli argomenti degni di nobiltà come il rispetto degli accordi, la giustizia, lo scambio, la soggettività del valore, la scarsità, la libertà, l’indipendenza, l’ordine spontaneo e sono in contrapposizione, spesso in un modo palesemente critico, spietato e cinico con il potere politico statuale, la debolezza umana, l’incoerenza, la stupidità e la meschinità.
In quel film tutto ruota intorno ai soldi (in quel caso d’oro e scarsi) in modo scontato, giusto e naturale: è naturale che il Biondo e Tuco Pacifico Benedicto Juan Maria Ramirez si associno per trarre profitto dalla condizione di ricercato di quest’ultimo, è naturale che Sentenza paghi un bicchiere di Whiskey per un informazione al “mezzo soldato” ed è naturale che Bill Carson paghi 200 mila dollari d’oro per un sorso d’acqua.
Ci sono battute che, lette in chiave statalista o antistatalista, riescono comunque a far riflettere, come quando Tuco ammanettato alla stazione ed accompagnato dal sergente nello spiegare orgogliosamente ad un soldato senza un braccio che sulla sua testa pende una taglia di 3 mila dollari gli chiede: “…e a te per questo braccio quanto ti hanno dato?”.
Oppure l’ammissione stessa di quel capitano incaricato di proteggere un inutile ponte “una cacca di mosca sulle carte dell’alto comando” spendendo quotidianamente ed inutilmente le vite dei suoi soldati.
Quel capitano dice anche un’altra frase particolarmente interessante: “chi ha più Whiskey per ubriacare i suoi soldati vince” e prosegue mostrando una bottiglia “perché questa è l’arma più potente…”. Eh beh.., diventa impossibile non notare in quella metafora le analogie con le attuali droghe di stato come per esempio l’informazione o la moneta fiat, ed è deprimente constatare come il meccanismo descritto da quel capitano rimanga tutt’ora invariato.
Quel capitano in punto di morte è rassicurato dalla promessa del Biondo: “..facciamo un po’ di rumore”: è un tacito accordo tra due persone che si trovano formalmente su sponde opposte ma si comprendono alla perfezione e si scambiano fiducia. Aspetterà quel “po’ di rumore” come una notizia.
Quella notizia sarà per lui liberatoria: lo riscatterà dall’essere schiavo dello stato, dall’essere fallito come uomo -consapevolmente- e debole moralmente.
La sua liberazione arriverà da un’azione che va contro la legge dello stato ma a favore del principio.
Quel brano del film è emozionante e commovente.

Dal lato degli statalisti, il personaggio più squallido e rappresentativo è Sentenza.
Sentenza si avvale di un potere di derivazione statuale e, semplicemente per suo tornaconto (come è normale che sia) se lo vende. Tutta la sua sicurezza ed arroganza deriva da quel potere, Sentenza è un politico raffinato dei più disonesti.
La strafottenza e la sicumera di Sentenza emerge forse nel modo più evidente quando durante un confronto con un militare idealista, utopista ed onesto, che vorrebbe far processare Sentenza per le sue porcherie, gli risponde con tono oltreché strafottente anche formale “le auguro di riuscirci…”.
Sentenza è il prodotto vincente dello stato. Vincente significa che tra i prodotti dello stato si affermano solo i più schifosi. È tristemente così.

Tuco è il prodotto dell’umanità, è una “bestia”, è apparentemente contraddittorio ma coerente nell’affermare il suo interesse, lo fa individualmente senza che gli venga regalato o rubi alcun potere, il potere politico individuale di Tuco è ridicolo, diventa persin comico quando, per esempio, cerca di convincere il Biondo disidratato a farsi dire il nome della tomba, non ce la farà mai perché Tuco si ritrova sempre in una posizione di debolezza economica: non capisce il valore delle carte che ha in mano e di solito le spreca, è lo stesso motivo per cui Tuco ha preso le botte da Sentenza mentre il Biondo no.
Tuco rispetta il principio solo per convenienza, è ignorante ed è solo, la forma non fa per lui, lui è solo sostanza.
Ma in tutto questo suo essere “bestia” ha il senso della giustizia (ovviamente sempre interessata): “vado, l’ammazzo e torno”.

Il Biondo è l’austriaco per eccellenza: rispetta i contratti: nella scena finale del film abbiamo la dimostrazione di come il Biondo, organizzatosi le dovute precauzioni del caso, rispetti l’accordo di spartizione dei dollari con Tuco. Il Biondo tiene alla vita, è intelligente, è pragmatico, rivendica la sua indipendenza: “ho deciso di sciogliere la società, perché un ladro di polli come te non varrà mai più di 3 mila $”, sfugge (come anche Tuco) alla guerra -con le distruzioni di vite e materiali che questa comporta-, sfugge alle regole dello stato ma non al principio, è coerente ed è umano. La sua umanità è in buona parte conseguenza dell’interesse ed è a tratti anche irrazionale, come quando fa fumare un soldato in punto di morte e gli lascia il poncho come coperta anche dopo morto.
Insomma il Biondo è buono perché è umano e mette la sua intelligenza al servizio del proprio interesse tenendo sempre ben presente il principio, in quel modo costruisce ricchezza di cui anche gli altri potranno avvantaggiarsi, ma solo se anch’essi rispetteranno il principio.

“Il Buono, il Brutto e il Cattivo” è un film che periodicamente andrebbe rivisto, possibilmente usando occhiali con lenti austriache, ci sono infiniti dettagli che visti in quell’ottica sono chiarissimi, io lo considero un capolavoro sopratutto per questo motivo: perché ci sono cose che anche se non son del tutto evidenti sono potentissime. Ci sono.

P.s. Alla fine del film Sentenza viene eliminato…

 
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Pubblicato da su 27 ottobre 2015 in Uncategorized

 

Egoista! Certo! Perché no…?

Vasco proseguiva: “quando c’ho il mal di stomaco, ce l’ho io mica tu, o no?”
Un concetto tanto ovvio quanto scontato.
È male essere egoisti? Pare di sì.
Tutta l’architettura cattocomu si basa sul promuovere un’ideologia che esalta l’altruismo e condanna l’egoismo.
Naturalmente poi nei fatti non funziona poiché l’essere umano è contemporaneamente sia egoista che altruista, come in economia è al tempo stesso sia produttore che consumatore.
Tornando all’egoismo, uno dei miei esempi preferiti che dimostrano la sua necessità prioritaria è di derivazione aeronautica.
L’esempio dimostra anche che l’egoismo è indispensabile e precedente all’altruismo.
Molti di voi avranno sicuramente sentito, nei momenti precedenti al decollo di un aereo di linea, dei consigli che riguardano la sicurezza.
Uno di questi dice che “nel caso di de-pressurizzazione della cabina si renderanno disponibili (grazie ad un sistema automatico) le maschere per l’ossigeno”, prosegue poi dicendo che “è necessario indossare la maschera e respirare PRIMA di aiutare gli altri”.
Sacrilegio! Egoismo puro! La compagnia aerea mi sta invitando prima di tutto ad essere egoista, roba da far impallidire qualsiasi radical-chic o prete.
Ma persino loro, se smettessero per un istante i panni dei predicatori casti e puri comprenderebbero il senso logico di quel comportamento egoista, difatti se dovessi morire per mancanza di ossigeno sarebbe matematicamente impossibile qualsiasi mia azione altruista volta ad aiutare il prossimo.
L’egoismo è quindi, non solo precedente all’altruismo, ma anche positivo poiché è grazie alla sua spinta che posso successivamente diventare altruista. Mentre non può avvenire il contrario.
Proviamo ad immaginare due poveri che siano SOLO altruisti, quei due poveri non hanno nulla da mangiare se non un bellissimo pesce, grosso e fresco. Quei due poveri però sono così altruisti da continuare a regalarselo a vicenda finché quel pesce diventa marcio.
I due altruisti muoiono entrambi di fame.
Se uno dei due poveri fosse stato anche un pochino egoista avrebbe potuto tenersi il pesce, venderlo e comperarsi una canna da pesca, dopo quindi avrebbe avuto la possibilità di disporre di più pesci, e quindi avrebbe potuto essere anche altruista.
Se invece uno dei due poveri fosse stato SOLO egoista l’altro sarebbe morto di fame lo stesso.
Bilancio comunque positivo ed a favore dell’egoismo, poiché nella situazione precedente avevamo due morti per fame mentre ora solo più uno.
Se tutti e due fossero stati egoisti avrebbero potuto scambiarsi lavoro (pescare) e capitale (canna da pesca e pesci) mangiando entrambi. Bilancio nettamente positivo a favore dell’egoismo: nessun morto di fame.

 
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Pubblicato da su 14 maggio 2015 in Uncategorized

 

Perché il Quantitative Easing è sempre un furto.

Benché il motivo per cui il QE, ovverosia l’inflazione monetaria ( l’aumento della massa monetaria tramite creazione della moneta dal nulla) sia un furto  dovrebbe essere lapalissiano ed evidente a tutti, nella società moderna, imbevuta di cazzate socialiste e stataliste,  questa evidenza sfugge ai più. In questo articolo mi propongo di fornire una serie di dimostrazioni che, se lette con un pizzico di attenzione dovrebbero fugare tutti i dubbi di coloro che ancora non riescono a rendersene conto.  Non c’è infatti nulla di più triste di vedere gente osannare coloro che li depredano perché convinti invece di star ricevendo dei benefici.

DIMOSTRAZIONE INDUTTIVA SEMPLIFICATA

Consideriamo, per semplicità e senza perdita di generalità che tutti i beni in una data area sottoposta a corso forzoso, moneta fiat e quantitative easing,  siano rappresentati da una torta. Supponiamo, sempre senza perdita di generalità e per semplicità  che la società intera sia composta da dieci individui, di cui uno, che chiameremo Bank, sia colui che ha il potere di inflazionare la moneta. Dovendo partire da una situazione di beni in possesso di qualcuno, per semplicità supporremo che la torta sia divisa in dieci fette e che ognuno sia proprietario di una fetta.  Infine, supporremo che all’istante iniziale (d’ora in avanti t0) ognuno dei dieci individui componenti la società sia in possesso di una banconota, per un totale di dieci banconote tutte di taglio uguale.

All’istante t0  1/10 della massa monetaria rappresenta 1/10 dei beni esistenti nella nostra area e, a parità di altre condizioni, ognuno può vendere la sua fetta di torta per 1 banconota agli altri. All’istante t0 quindi abbiamo tutti gli appartenenti alla società nelle stesse condizioni.

Supponiamo adesso che Bank sia in grado di stampare altre 10 banconote, e lo faccia. All’istante t1, istante in cui Bank crea 10 nuove banconote, la massa monetaria diventa 20 banconote, le quali, rappresentano ugualmente tutta la quantità di beni in circolazione che, non essendo cambiato nulla fuorché lo stampaggio di massa monetaria, sono ancora la torta di prima.

Quindi, adesso ogni banconota rappresenta solo 1/20 dei beni esistenti al mondo ed ogni persona che sia rimasta con una banconota, si trova improvvisamente ”proprietario” di  1/20 dei beni esistenti.  Questo è vero per tutti tranne per  Bank. Bank, improvvisamente si trova in possesso di  11 banconote sulle 20 esistenti al mondo e quindi si trova “proprietario” di poco più della metà dei beni esistenti. Diciamo poco più di mezza torta.

Il motivo per cui la parola proprietario è tra virgolette è perché fino a che non si concretizza uno scambio monete per fette di torta, la proprietà non cambia e non è detto che gli altri siano disposti a cedere la loro fetta di torta per lo stesso numero di banconote di prima.

In ogni caso, Bank, che ha inflazionato la moneta, si ritrova nella possibilità di forzare la mano a tutti gli altri proponendo prezzi di mercato per la loro fetta di torta che sono molto più alti di quelli di tutti gli altri e quindi in caso di volontà, da parte di uno dei partecipanti di vendere i propri beni, Bank si avvantaggia potendo offrire di più. Paolo, uno dei restanti 9 vorrebbe comprare la fetta di torta da Mario, che vuole vendere. Ma può offrire solo ed esclusivamente 1 banconota, quella che aveva prima.  Anche Giovanni può offrire solo una banconota, ma invece Bank può offrire fino ad 11 banconote (che non si è guadagnato almeno le successive 10) e quindi Mario finirà per vendere la sua torta a Bank per un prezzo diciamo di 2 banconote.

Quel che è accaduto è che l’aumento di massa monetaria ha reso de facto colui che l’ha stampata più ricco di prima, ma siccome la torta non è aumentata, almeno nell’immediato (e per dimostrare il furto NON E’ NECESSARIO andare più in là dell’immediato), la ricchezza in più che si ritrova BANK, è pari alla somma della ricchezza PERSA dagli altri partecipanti.

Tutto questo è valido a tempo zero, non è necessario stimare i vari effetti che la stampa di moneta causerà nel tempo (aumento del prezzo della torta, disponibilità da parte di BANK di prestare moneta creata ad interesse guadagnando così sugli altri, distorsioni del  mercato causato dall’afflusso di denaro in tutto ciò che piace a BANK e dalla mancanza di fondi in tutto ciò che NON piace a BANK). Questi effetti ci sono, appaiono nel tempo e in gradazioni diverse a seconda delle regole che stabilisce BANK nell’utilizzo del denaro nuovo fresco stampato.   Ma il passaggio di potere di acquisto, dagli altri 9 verso BANK si concretizza nell’istante stesso in cui BANK ha fatto QE. Siccome tale passaggio di potere di acquisto non è frutto di uno scambio volontario, ma di uno scambio forzato da parte di BANK, questo atto rientra perfettamente nella definizione di  Furto.   CVD.

 SECONDA DIMOSTRAZIONE: Dimostrazione per assurdo.

Le dimostrazioni per assurdo sono un tipo particolare di dimostrazioni matematiche. Si confuta la tesi che si vuole dimostrare e si fa vedere che tale confutazione porta ad un assurdo logico. Essendo la deduzione assurda è chiaro che la tesi non può essere falsa e quindi si ottiene la dimostrazione voluta.

Supponiamo quindi che la tesi che voglio dimostrare sia falsa.

IL QE NON E’ un FURTO.

Se il QE non è un furto, ciò significa che non è uno scambio forzato in cui si toglie qualcosa a qualcuno per darlo a qualcun altro senza possibilità da parte del possessore di rifiutarsi.

Ma se non si sta togliendo nulla a nessuno i casi sono due. O il QE non cambia assolutamente nulla (è neutro, se volete inutile), oppure arricchisce qualcuno SENZA impoverire altri.

Se il caso fosse uno di questi due, discenderebbe che una serie di QE uno dopo l’altro non impoverirebbero nessuno.  Supponiamo quindi di far tendere l’aumento della massa monetaria ad infinito. Vale a dire, se nell’esempio di prima abbiamo raddoppiato la massa monetaria, invece adesso stampiamo talmente tante banconote da avere una massa monetaria infinita o praticamente infinita per i nostri scopi. Significa azzerare la domanda di moneta. Significa che la moneta è come l’aria, un bene che non è più economico perché ce ne sta in abbondanza per tutti tanto da non competere più per tale bene.  Ora, il fatto che il bene moneta diventi  “non economico” dovrebbe già far aprire gli occhi sul fatto che il valore della singola banconota per massa monetaria che tende ad infinito, tende a zero.   D’altra parte,  la massa monetaria globale rappresenta la quantità globale di beni che può essere comprato e scambiato.  Siccome la quantità globale dei beni non tende ad infinito come la massa monetaria, accade che ogni banconota comincia a rappresentare    1/Massa monetaria  * BENI TOTALI.    Se fate il limite di questa formula per Massa Monetaria infinita, ottenete che ogni banconota non compra più nulla.

In altri termini il valore del conto in banca e dei soldi nel  vostro portafogli,  diventa NULLO, perché voi possedete solo una quantità finita di moneta che è una frazione di un infinito, ovvero ZERO.  D’altra parte, chi ha stampato INFINITA MASSA MONETARIA, si ritrova ad avere  INFINITO – Sommatoria(q)

    dove la sommatoria è la somma della quantità di moneta di tutti voi, quella che non possiede colui che stampa. Ma essendo una quantità finita, sottratta ad infinito non scalfisce per nulla la quantità di moneta che chi ha fatto QE possiede. Ovviamente non è necessario arrivare ad infinito, tali considerazioni sono validissime pure se semplicemente la quantità di moneta stampata sia molto molto maggiore di quella presente nel mercato.

In questa situazione, SENZA il corso forzoso che obbliga la gente ad usare la moneta, avviene semplicemente il fallimento della stessa.  Nel caso in cui il corso forzoso ci sia e funzioni, si ottiene che chi ha fatto QE possiede tutta la ricchezza esistente (è in grado di comprare tutto a qualsiasi prezzo), mentre tutti gli altri si ritrovano senza alcun valore reale.  La dimostrazione di quel che avviene quando la massa monetaria diventa infinita è questa e non necessiterebbe di ulteriori conferme. Per gli amanti delle statistiche storiche, è sufficiente andare a vedere cosa è successo in tutti quei posti in cui la massa monetaria è esplosa.  Dalla Germania post prima guerra mondiale fino allo Zimbabwe dei nostri giorni.

Ma l’ipotesi iniziale della nostra dimostrazione era che tramite il QE  nessuno veniva derubato, ma al limite qualcuno si arricchiva senza che altri venissero privati della loro ricchezza. Invece tramite una serie di QE sufficientemente lunghi e pesanti siamo arrivati alla situazione in cui tutti hanno perso tutto e colui che fa QE è in grado di comprare tutto il mondo.  Questo è un assurdo logico e quindi la tesi “IL QE non è un furto” DEVE essere per forza FALSA.

E’ appena il caso di osservare nuovamente che tutto questo avviene senza neppure definire COME vengano investiti da parte del banco i soldi che si è alacremente stampato. Non sono una variabile interessante né utile per la dimostrazione in corso. L’affermazione “Il QE è un furto” si dimostra a prescindere dal successivo utilizzo della stessa moneta, che come già spiegato, può portare a diverse conseguenze che vanno dall’aumento generale dei prezzi al consumo, alle bolle economiche in settori particolari, alle più o meno gravi distorsioni del mercato e della libera volontà delle persone.

Questa osservazione è importante, anzi direi decisiva da tenere a mente, per controbattere tutti  coloro che per dolo o ignoranza spostano l’attenzione su che giro fa la nuova moneta creata.  Non importa se la immetti nel mercato dei prestiti, se la usi per infrastrutture pubbliche, se la dai in beneficienza, se ci ripaghi debiti pregressi o quant’altro. Non importa neppure se la usi come reddito di cittadinanza.

In ogni caso, e per qualunque destinazione d’uso, il QE rimane un furto. Che si sostanzia nel momento stesso in cui crei la moneta e non successivamente per un uso che taluni possono ritenere sbagliato.

DIMOSTRAZIONE COMPLICATA

Sia B la quantità totale di beni scambiabili esistenti all’istante t0 in una data area e sia T il totale delle persone interessate dal processo di scambio presenti nell’area in oggetto.  Sia  D(B,T,t|t0) la distribuzione dei beni B tra le T persone all’istante iniziale t=t0;

Sia M0 la quantità totale di moneta circolante a t=t0 nell’area in questione.

Supponiamo che in tale area ci sia una entità chiamata BANK che sia in grado di aumentare arbitrariamente M, passandolo da M0 ad M0+QE  in un dato istante t1, con QE > 0.

Essendo M0 la quantità di moneta che all’istante t0 rappresentava la totalità di B,  nell’istante t1 in cui M diventa M1, si ha che BANK ottiene una maggiore quantità di moneta per partecipare al processo di scambio che produce la distribuzione D. Se sostituiamo a B il valore  M0 che rappresenta tutti i beni espressi in moneta corrente abbiamo che :

D(B,T,t|t0) = D(M0,T,t|t0)  per t=t0

Un epsilon prima del QE abbiamo la seguente identità:

D(B,T,t|t1-e) = D(M0,T, t|t1-e)

Un istante dopo avremo:

D(B,T,t|t1) = D(M0+QE,T,t!t1)

Potendo supporre B e T costanti nel periodo  e  o comunque non variati significativamente, otteniamo  che B= M0+QE ovvero che i beni esistenti all’istante del quantitative easing vengono redistribuiti su un numero di monete che adesso è maggiore, essendo QE maggiore di zero.   Siccome QE è in mano a qualcuno, ne deriva che questo qualcuno ha diminuito la quantità di beni  che M0 era in grado di rappresentare , facendone rappresentare una parte a QE, che è di sua proprietà. In pratica, i possessori di M0 hanno perso beni  reali a beneficio del  creatore di QE, tramite un passaggio forzato e non volontario. Un furto. CVD

DIMOSTRAZIONI ACCESSORIE

Qualcuno potrebbe obiettare che la moneta non rappresenti la quantità totale di beni scambiabili esistenti nella società. Per rispondere ad una tale asserzione è sufficiente provare a pensare al potere di acquisto di una moneta in una società in cui non ci sono affatto beni. Non c’è nulla. In tal caso, qualunque moneta  e qualunque quantità di moneta non vale nulla, a prescindere dal valore nominale che può riportare su di essa.  Induttivamente, una società in cui tutti i beni scambiabili fossero   1 (supponiamo una bicicletta),  a prescindere dalla quantità di moneta, siano esse una dieci cento, millemilamiliardi di banconote, esse permettono di acquistare al massimo (e solo) una bicicletta. La moneta rappresenta per forza beni reali e solo beni reali, perché le persone sono interessate ai beni reali e non ad un numero arbitrario scritto su un foglio di carta. Vogliono possedere ciò che puoi ottenere con una data quantità di moneta, non una data quantità di moneta  a prescindere da ciò che essa possa comprare.

 
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Pubblicato da su 10 maggio 2015 in Uncategorized

 

L’evasione prioritaria

Ci sono infinite buone ragioni per non farsi estorcere denaro dallo stato, la più ovvia e naturale è che una persona degna di questo nome non potendo disporre di soldi a sufficienza provvede prima di tutto a comprare il pane per sé e per i propri cari.
Oppure perché non si è disposti a rendersi complici nel finanziare aggressioni ai propri simili, come per esempio le guerre, anche quando vengono definite strumentalmente “missioni di pace”.
O per la consapevolezza del danno provocato all’economia dal dirigismo statale.
O magari perché semplicemente non si necessita o desidera i servizi che lo stato impone.
O ancora, perché la propria coscienza ecologica vede nelle politiche economiche statali keynesiane un ingiusto ladrocinio e relativo spreco di risorse che produrranno inevitabilmente un inquinamento per nulla necessario al nostro benessere.
Di ragioni sacrosante e nobili per non dare soldi allo stato ce ne saranno infinite, ed ognuno di noi può avere le proprie, tutte assolutamente degne di considerazione e rispetto.
Volendo semplificare si può dire semplicemente: “perché ogni soldo dato allo stato mi si ritorcerà contro”.
In quest’ottica vale poi la pena sviscerare ed approfondire i distinti percorsi che prenderanno quei denari rubati e stilare una classifica a più ampio raggio sulla dannosità di quei soldi relativamente a cosa andranno a finanziare.
Stiamo parlando di un danno non immediatamente percepibile, che in certi casi non andrà ad interessarci direttamente ma potrà riguardare le generazioni future, quelle dei nostri figli, nipoti, pronipoti ecc., in pratica si tratta del danno che procura nel tempo l’informazione di stato.
Mi rendo conto che “informazione” sia una parola grossa, e che molti di voi la tradurranno a ragione in PROPAGANDA.
La propaganda è inesorabile, è subdola, colpisce maggiormente le persone passive e superficiali, nemmeno le persone più critiche ne sono completamente immuni, e nel medio/lungo periodo può dare i suoi velenosissimi frutti.
Troviamo la sua presenza sin dalla nostra più tenera età nella scuola di stato, nell’editoria sovvenzionata, e nella tv di stato.
E adesso arriviamo al dunque di tutto il discorso:
quale che sia la nostra personale classifica in fatto di priorità evasive abbiamo il problema della non tracciabilita’ dei soldi che ci vengono estorti; essi finiscono infatti in quell’unica cesta bucata che va poi a finanziare i vari organi propagandistici non permettendoci di distinguere con esattezza “quanto” andrà a “chi”.
Ma c’è una eccezione: il canone Rai. Sappiamo esattamente che quel canone andrà a foraggiare direttamente la tv e la radio, e sappiamo che chi paga quel canone va ad ingrassare direttamente quella macchina efficientissima preposta al lavaggio del cervello. Io pago per farmi lavare il cervello, è l’equivalente di buttare cianuro nell’acqua che bevo e che farò bere ai miei figli.
In quel caso non pagare è forse più che mai una questione di amor proprio e logica, oltreché di principio.

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2015 in Uncategorized