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Per Bylund: La legge di Say

Questo post è la traduzione di un articolo  scritto per Mises.org.

La traduzione è made in LibertyFighter

07/10/2017Per Bylund
[nota dell’editore:Il ministro dell’Energia Rick Perry ha dichiarato Giovedi: “Tira fuori l’offerta e la domanda seguirà”. Sembra che Perry stia cercando di invocare la Legge di Say, e molti economisti professionisti ed esperti hanno subito cominciato a deridere Perry e la Legge di Say, perché fanno asserzioni contrarie all’ortodossia Keynesiana. Di seguito l’economista Per Bylund, illustra cosa dice veramente la legge di Say, e perché é corretta]
Pochi concetti sono stati così male interpretati come la Legge di Say. In parte, questo è a causa di John Maynard Keynes, che aveva bisogno di sbarazzarsene per fare spazio a politiche interventiste. Come fai a sbarazzarti di una “Legge” che è stata il fondamento degli economisti nella comprensione  dell’economia di mercato per 150 anni?
La rappresenti in maniera sbagliata. I fantocci sono molto più semplici da abbattere che le cose reali.
Quindi, la “Legge di Say è conosciuta attualmente, in termini Keynesiani come “la produzione crea la sua propria domanda”, che è ovviamente sbagliato.
Originariamente però, il significato era diverso. Aveva pure un nome differente. Gli economisti antecedenti a Keynes, tendevano a riferirsi ad essa come alla “Legge dei Mercati”, perché questa descrive in termini veramente semplici i fondamentali di come funziona un mercato.
Jean Battista Say fu quello che formulò la legge nella maniera più semplice, e forse è per questo che ha finito per prendere il suo nome.
Say disse che: “non appena un prodotto viene creato che, da quell’istante, può permettersi di comprare altri prodotti per il massimo del suo proprio valore.”

 Questo significa: Siccome ognuno di noi può solo acquistare la produzione di altre persone con le proprie produzioni, siccome il valore che possiamo comprare è uguale al valore che possiamo produrre, più uomini possono produrre, più essi possono acquistare.

In altre parole, la produzione precede il consumo e la domanda di ciascuno è costituita dall’offerta.

La Legge dei Mercati quindi illustra la natura delle azioni di mercato dove la produzione è attuata sotto la divisione del lavoro. Specificatamente, noi produciamo per vendere, con l’intenzione  di usare i ricavi per comprare ciò che realmente vogliamo. La produzione nel mercato è in altre parole indiretta e non intrapresa per soddisfare direttamente i propri bisogni. Produciamo per soddisfare i bisogni degli altri e poter quindi soddisfare i nostri comprando ciò che gli altri producono.

Il beneficio è che c’è una separazione tra quel che voglio consumare e cosa produco, che significa che ognuno di noi può specializzarsi producendo qualcosa che sappiamo produrre relativamente bene, invece di produrre solo ciò che vogliamo consumare. Questo significa anche che possiamo specializzarci nella produzione di una sola cosa invece che di una moltitudine, tagliando quindi i costi per cambiare la produzione, sviluppando abilità ed esperienza e conseguentemente, aumentando la produzione.

Ma mentre l’universale specializzazione sotto la divisione del lavoro significa che la produzione globale viene significativamente aumentata, questo significa anche che diventiamo tutti dipendenti da ciascun altro. Non solo abbiamo bisogno di vendere ciò che produciamo agli altri, in modo da rifornisci dei mezzi di cui necessitiamo, ma abbiamo anche bisogno di commerciare con coloro che producono ciò di cui noi abbiamo bisogno. Diventiamo interdipendenti. Ecco perché Mises sentenziò che “La Società è divisione e combinazione di lavoro. Nella sua capacità di essere un animale agente (che agisce n.d.t), l’uomo diventa un animale sociale.

Questo “animale sociale”, trae beneficio, si impegna, e sostanzialmente nasce dalle (inter)azioni di mercato.

Siccome possiamo trarre beneficio per noi stessi solo allineando coerentemente i nostri sforzi produttivi su ciò che gli altri vogliono, noi siamo obbligati a comprendere gli altri. Facendo questo, possiamo capire prima quali necessità e desideri hanno e quindi occuparci di procurare loro questi beni. E siccome la produzione richiede tempo, la produzione deve precedere la domanda.

Siccome la domanda è sconosciuta, la produzione è necessariamente speculativa e imprenditoriale. L’attuale domanda sarà scoperta quando i beni saranno presentati ai potenziali compratori. Gli imprenditori sono quindi “preveggenti”, valutatori di progetti e prenditori di rischi; in una economia avanzata loro anticipano i fondi ai proprietari di lavoro, terra e capitale e recuperano questo investimento se hanno successo nel vendere il prodotto.

Nello stesso tempo, i consumatori possono comprare solo se si sono impegnati in produzioni che soddisfano i bisogni degli altri—- perché altrimenti loro avrebbero solo la voglia, ma non la possibilità di comprare (e questa NON è Domanda). Questo non è un argomento circolare, ma una spiegazione della crescita economica. L’abilità di vendere beni nel mercato e quindi impegnarsi in produzione specializzata, richiede un investimento produttivo. Così, per specializzarsi uno ha bisogno prima di produrre beni richiesti in eccesso rispetto a ciò che sono i suoi bisogni. Lo stesso è vero oggi: lo sviluppo di un nuovo bene, richiede un investimento e, questo investimento è speculativo in quanto l’attuale domanda per il bene in questione non può esssere conosciuta fino a quando non sarà troppo tardi.

L’implicazione è che non ci potrà mai essere un generale surplus nell’economia e quindi nessuna carenza nella domanda aggregata. E’ certamente possibili che ci sia un surplus o un deficit di un bene particolare, cosa che succede regolarmente  quando gli imprenditori sbagliano nell’anticipare e quindi incontrare la domanda, ma questo solo a breve termine.

Siccome tutte le produzioni sono intraprese per vendere i beni prodotti, per poi comprare i beni che meglio soddisfano i desideri del produttore,l’incapacità di vendere diventa una incapacità di domanda. Non possiamo comprare se prima non produciamo i mezzi per comprare (n.d.T in inglese il termine è “demand” domanda).  E quindi  il fatto che qualcuno sia impossibilitato a vendere ciò che produce e quindi non può comprare beni nel mercato, non è una mancanza di domanda.  E’ piuttosto un fallimento produttivo che causa la riduzione della domanda. Un fallimento imprenditoriale.

Se il governo “stimola la domanda”, sta solo sussidiando quei beni che sono stati prodotti ad un prezzo troppo alto. Conseguentemente, gli errori imprenditoriali vengono sostenuti economicamente e la produzione quindi rimane disallineata dalla domanda.

E’ quindi facile vedere perché i sostenitori dell’interventismo hanno voluto sbarazzarsi della Legge dei Mercati. Se la domanda non fosse costituita dall’offerta, allora i mercati non potrebbero ripulirsi e il governo dovrebbe salvare noi da noi stessi.

 

 

 

 

 

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Bisogna recuperare risorse dall’Evasione Fiscale

Si devono recuperare risorse dall’Evasione Fiscale.

Quante volte avete sentito questa affermazione?

E’ praticamente il mantra di ogni politico ed è un’idea che è ormai profondamente insita nella testa di tante persone. Purtroppo non è un qualcosa di fattibile. Non nel mondo reale, dove vigono le leggi della fisica, della chimica, della prasseologia.

L’ affermazione è un’altra PANZANA che vi propinano GOVERNI e GURU LADRI per giustificare i loro insuccessi.

Innanzi tutto non si può assolutamente quantificare, né stimare con basso margine di errore la quantità di scambi in nero, quindi i numeri che vi bevete sui telegiornali sono campati in aria.

SECONDO E PIU’ IMPORTANTE. Fatta 100 la supposta evasione totale, questa esiste se e solo se permangono le condizioni che la generano. In pratica prezzi più bassi grazie all’assenza di tassazione. L’idraulico che chiede 50 euro senza fattura non avrebbe MAI gli stessi clienti che se chiedesse 100, ma molti di meno, dipendendo da quanti sono disposti a pagare 100 quel servizio. Che sono DI MENO di quelli che sono disposti a pagarlo 50 euro.  Quindi, una volta stimato (e non è possibile) il volume degli scambi i nero, si deve stimare la forma della curva domanda/offerta per ogni singolo stimato tipo di merce, pesato per la stima della percentuale di volume di quegli scambi, pesato a loro volta per ogni singola stimata realtà territoriale dove questi scambi avvengono.

In pratica sappiamo con certezza che molti meno scambi avverrebbero, ma non possiamo assolutamente stimare un numero da poter sottrarre al volume totale degli scambi in nero (sempre stimati).

A questo punto dobbiamo pensare a come viene distorto il mercato rispetto all’attuale. Ovverosia, coloro che pagheranno 100, avranno ovviamente 50 in meno da spendere in altri generi. Questi altri generi subiranno anche loro una flessione. Ci sono coloro che si sono astenuti dallo spendere 100, che hanno più capacità di spesa rispetto a se avessero acquistato il servizio a 50, ma hanno un problema non risolto (l’idraulico, l’elettricista, il dentista), e non sappiamo se spendano o meno quei soldi: se li spendono è probabile che scelgano un servizio di minor pregio sostitutivo del primo. Quindi idraulico scarso, elettricista incapace, dentista scarso.

Entrano adesso in gioco le imprese marginali. Quelle che stentavano. Quella parte di evasione che evadeva per non fallire e quelle che pur non evadendo stentavano negli altri generi di cui abbiam parlato poc’anzi. Queste falliscono e il loro apporto al budget statale si riduce a ZERO. Non X+ evasione. Zero.

La somma di tutti questi eventi non è detto che dia segno positivo sugli introiti statali già di per sé.  E’ plausibile che lo sia per economie molto efficienti, a bassa tassazione, bassa regolamentazione, in cui il numero di aziende che potrebbero dover chiudere pagando tutti gli oneri fiscali è relativamente basso. In Italia, col 70% della tassazione effettiva, è un crimine contro l’umanità, oltre ad essere sicuramente a segno negativo.

A questo si devono aggiungere le ingenti spese sostenute per la stessa lotta all’evasione fiscale e tutto il PIL non prodotto a causa delle regolamentazioni atte a controllare la stessa evasione.

Se adesso, per amor di discussione, supponiamo che ciononostante l’ammontare complessivo dell’esazione fiscale nel nuovo quadro fiscale, tralasciando i danni sul capitale dovuti al transiente, sia ancora superiore allo stato iniziale, di qualche zero virgola, attribuite voi la probabilità che questo zero virgola venga destinato a:

  1. Nuove Auto blu
  2. Nuovi privilegi politici
  3. Nuove assunzioni forestali in Sicilia
  4. Banchetti e voli di stato
  5. Puttane e Cocaina
  6. Assunzione di zii e parenti raccomandatissimi in società pubbliche inutili
  7. Privilegi o sussidi per lobby di pressione (De Benedetti, Moratti, Sindacati, Stampa Nazionale,etc. etc.)
  8. Fondi per la sanità
  9. Aumento delle pensioni
  10. Abbassamento delle tasse
  11. Abbattimento del debito
  12. Pagamento dei debiti delle PA

“Volevo salutare Francesco P. che mi ha scritto un sms al quale non ho potuto replicare: il mio cellulare si rifiuta di mandare sms verso il suo. Strana cosa, sarà l’NSA ? Inoltre non ho avuto il tempo di chiamarlo per scusarmi.

 
 

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Ignoranza (economica) in servizio permanente effettivo.

Il magico mondo di L’aura

Nella mia quotidiana lotta per far comprendere la realtà a più persone possibile, mi sono ritrovato sul blog di Marcello Foa a commentare il post “Sei sicuro di essere ancora libero“. Pezzo molto interessante, che evoca la scontata risposta NO sono sicuro di NON ESSERE PER NULLA LIBERO.

Comunque, mentre si dialogava tra i vari commentatori, il vostro prode ha provato a spiegare due o tre concetti base ad alcuni altri commentatori. Tra le altre cose, mi sono permesso di dire che la domanda non crea l’offerta, e citare Robinson Crusoe, che di domanda ne aveva tanta, ma l’offerta non si è creata da sola. Ricevo un commento da tal  “L’aura”, che non so bene come trattare. Dovrebbe essere offensivo nei miei confronti, ma dice talmente tante amenità che sono qui a riproporvelo con il duplice intento di farci due tristi risate su quanto si possa essere ignoranti e arroganti al tempo stesso e su quanto questo paese sia spacciato se il livello di conoscenza della realtà è quello di questa signora/signorina qua.

Ecco il commento integrale, con le mie considerazioni.

valoroso combattente per la libertà, a me non interessano i discorsi sui dobloni d’oro nei forzieri, non abito a paperopoli.
fuori da fumetti e cartoni animati siamo passati da una quarantina d’anni alla moneta fiat.

Questo prende spunto da un altro commento particolarmente intelligente, al quale avevo risposto. Noterete che la saccenza degli ignoranti è sempre presente:

bgzz bzzzzz
e noi Supremi-Cervelloni rispondiamo / che problema c’è / se il debito dello stato non serve non serve / se non serve non si fa / è scientifico / ripetiamo: scien-ti-fi-co / lo stato incassa 100 e spende 70 / virtuosamente / come dice monti / va a quota + 30 / in surplus di bilancio / si mette i dobloni d’oro nei forzieri / e i cittadini lo fanno loro il debito con gli interessi per pagare le tasse”

La ragazza aveva già scritto amenità, dando per acclarato senza alcuna spiegazione che se lo stato spende MENO di quanto incassa, allora i cittadini fanno debito per pagare le tasse. Logica stringente. Quando gli fai notare che ha detto una cazzata, cominciano a non interessarLe più i Dobloni, perché da quaranta anni siam passati alla moneta fiat. Come se cambiasse qualcosa se entrate-uscite lo fai in dobloni, in euro, o in patate. Noto poi che a paperopoli usano i dobloni. Devono aver cambiato da poco tempo, perché io ricordo i dollari.  

tantomeno mi interessa il surplus di bilancio, e neanche il pareggio di bilancio. stipi la testolina con tante informazioni che poi non sai collegare fra loro e te la prendi con gli altri? chiediti piuttosto chi ha promosso le idee di pareggio e surplus di bilancio, dai che magari ci arrivi, mai perdere la speranza, impavido guerriero.

Non le interessa però con la logica stringente di prima mi spiega che se non fai deficit pubblico lo fanno i privati. Ma questo senza che le interessi pareggio o surplus. Le interessa solo il deficit. Ce ne vuole eh. In compenso, sono io che mi devo chiedere chi ha promosso tali idee. La parte più divertente di questo paragrado è che la stessa persona che due righe più su scrive: lo stato incassa 100 e spende 70 / virtuosamente / come dice monti / va a quota + 30 / in surplus di bilancio / si mette i dobloni d’oro nei forzieri / e i cittadini lo fanno loro il debito con gli interessi per pagare le tasse”    viene poi da me a dire che stipo troppe informazioni e non so collegarle. Sorvolando sulla grammatica e la semantica: io avrei detto stipi NELLA testa tante informazioni. Lei invece stipa la testa con le informazioni. Non si sa dove le stipi entrambe, ma va bene così.

chissà da dove li prendono i soldi, coloro che prima risparmiano per creare poi gli investimenti, da altri risponderai tu, e questi da altri ancora, certo, si può andare avanti così per un po’. ma poi i soldi finiscono se lo stato fa il pareggio di bilancio, vanno tutti in tasse, quindi che vuoi risparmiare?

Dunque, se lo stato fa il pareggio di bilancio, i soldi vanno tutti in tasse. Torna nuovamente questo logico assioma talmente lampante che non necessita neppure di essere argomentato. 

ci vuole la spesa a deficit, ma immagino che ciò sia contrario ai tuoi solenni giuramenti ideologici e alla tua mistica fede nel gold standard, prode guerriero.

E beh si, se fai il pareggio i soldi vanno tutti in tasse, quindi ovvia conseguenza fare la spesa a deficit. Fila. Tutto fila. Che c’entri poi il gold standard con il pareggio di bilancio, non ci è dato di sapere, a noi prodi guerrieri e combattenti.

per favore lascia perdere robinson crosue sull’isola deserta che non aveva risparmi e quindi non poteva investire, è troppo ridicolo!!! se avesse avuto tanti bigliettoni, tutt’ al più gli sarebbero serviti per accendere il fuoco. mi sa che lo confondi con qualche personaggio dell’isola dei famosi.

Qui L’aura ci dà proprio il meglio di sé, chiamando risparmio solo quello monetario, scagando completamente il risparmio di beni capitali e di consumo. Per lei se compri dieci uova e ne mangi solo cinque, non stai risparmiando, perché non ci sono i bigliettoni. Non si risparmia il tempo, non si risparmia la carta, non si risparmia la benzina non si risparmia un cazzo, solo bigliettoni. Strano però che si sia accorta che su un’isola deserta i bigliettoni servono solo a dargli fuoco. Non la pensavo in grado di fare una simile lineare scoperta. Ancora non capisco quando dalla domanda di beni di Crusoe, si passa all’offerta di beni. Ma il problema deve essere che Crusoe, sbagliando non fa deficit di bilancio. 

ciao eh, continua a combattere per la libertà di saccheggio! ps. attento a non consumarti le dita sulla tastiera durante la durissima battaglia!!!

La conclusione è ovviamente dello stesso valore: frase buttata lì in cui mi si accusa di essere per la libertà di saccheggio (io, non chi indebita la popolazione) con il solito scopo di screditare chi ti dimostra che sei un pezzente e patetico tentativo di presa per il culo che naufraga nella pochezza delle affermazioni.

A me diverte molto questo fatto che esista gente che ragiona così ed ha pure il coraggio di aprire bocca, diverte perché tanto ormai i danni sono relativi, l’Italia è condannata già, in compenso io posso aggiornare il mio blog con queste perle di saggezza e far divertire i miei lettori. Il tutto gratis e per lungo tempo, perché questa mica andrà a nascondersi, continuerà a deliziarci con questi capolavori e io non dovrò far altro che copiaincollarli qui e cominciare a ridere. 

Solo un pensiero mi sovviene. Forse ho sbagliato a fare l’ingegnere elettronico. Questa gente qua va sfruttata: li cerchi, li trovi, gli vendi un tappeto di plastica dicendo che vola e loro te lo pagano 10000 euro. Oppure gli vendi la macchina del moto perpetuo a 100000 euro. In qualche senso i politici non hanno tutti i torti. A che serve lavorare se c’è gente così malmessa?

 
 

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Tutte le idiozie sul PIL

Qualche giorno fa, mentre commentavo sul giornale meno peggio italiano (IlGiornale), unico che permette di leggere pezzi di liberali autentici alla Lottieri e Stagnaro, tra i pochi a nominare Croce ed Einaudi, mi sono imbattuto in un commentatore che, alla mia affermazione su quanto un abbassamento della spesa pubblica facesse bene all’economia e facesse aumentare il PIL, mi ha risposto che IO sono ignorante perché è risaputo che se elimini spesa pubblica, il PIL si abbassa.

Purtroppo i commenti dei giornali non sono il miglior posto per discutere, in quanto tra una moderazione e l’altra rischi di aspettare qualche giorno prima di una risposta che difficilmente andrà a segno perché dispersa in un mare di altri commenti.

Ho deciso quindi di fare qui una analisi riguardante il concetto di PIL, in maniera che nel futuro, qualche ricerca google possa permettere a individui ignoranti perché ignorano, di capire la verità.

Che cos’è il PIL. Il PIL è Prodotto Interno Lordo (GDP in inglese). L’esatto conteggio del PIL di una nazione è affetto da svariati parametri, ma grossolanamente possiamo dire che il PIL conteggia la produzione (destinata al consumo) di tutte le attività  presenti nel paese.

Se consideriamo una persona, il PIL di questa persona è proporzionale alla quantità di denaro incassata a seguito dei servizi che offre agli altri cittadini.

Nel caso di una persona singola quindi, il PIL misura con una certa imprecisione la sua produttività  annuale. Quanto questo individuo ha prodotto nel corso di un anno. Il PIL si misura ovviamente in moneta e quindi il “quanto” è espresso dal conto economico.

La prima cosa da notare è che perfino quando parliamo di un solo individuo, il PIL non è un indicatore di ricchezza. Per esserlo manca ad esempio lo Stato Patrimoniale.

Giovanni produce e vende merce incassando 1000 euro al mese. Luigi non fa nulla, ma ha un capitale accumulato di 2 milioni di euro e sette case. Il PIL  di Giovanni è 1000. Quello di Luigi è 0. Eppure Luigi è ricco sfondato e Giovanni no.  Da questo si evince chiaramente che il PIL non misura la ricchezza.

Di conseguenza un popolo che ogni anno radesse al suolo tutto ciò che ha faticosamente costruito e l’anno dopo lo ricostruisse solo per distruggerlo ancora, come per magia avrebbe un PIL altissimo e sarebbe assurdamente considerato “ricco” o “economicamente florido”. Ad aggravare la situazione c’è il fatto che pagando gente per distruggere tutto, questa distruzione figurerebbe come una variazione positiva di PIL. Perfino 2000 funerali dopo una strage di bambini, provocano un aumento del PIL: i bambini non producono nulla, quindi se sono vivi non fanno PIL. Il PIL non considera lo Stato Patrimoniale e quindi neppure il CAPITALE UMANO rappresentato dai bambini. Però le agenzie funebri nel nostro caso fanno un sacco di PIL, che senza la strage di bambini non avrebbero fatto.

Ecco quindi che se si desse retta a questo indicatore, Erode era un valente economista e benefattore, mentre i Palestinesi non avrebbero da lamentarsi se bombe e droni gli falciano tutti i bambini. Il PIL aumenta. Inoltre, con tutte le case da ricostruire è chiaro che diventano floridissimi.

Inoltre, considerate una sorta di paradiso terrestre in cui praticamente tutti i beni fossero abbondanti e non scarsi, dove nessuno debba produrre alcunché perché c’è già tutto ciò che ci viene in mente di poter volere. Se al PIL associamo la ricchezza ecco che è più ricca la palestina che il paradiso terrestre.

Il PIL, già vale poco come indicatore quando lo applichiamo al singolo. Quando lo applichiamo ad una Nazione, semplicemente non significa nulla. Non distingue la situazione in cui Luigi produce 100000 e altre 10 persone producono zero, da una situazione in cui 11 persone producono in tutto 100000. Ha senso? E’ la stessa realtà economica? Si può dire che tra le due società non ci sono differenze? Che sono ricche uguale??

Come se non bastasse già questo per inserire il PIL all’interno delle ecumeniche stronzate dette e scritte dall’umanità nel corso dei secoli, arriva la questione AZIENDE PUBBLICHE.

Il PIL di un privato è il frutto di uno scambio volontario che, come sappiamo, produce un aumento di valore in entrambi i contraenti. E’ chiaro quindi che il PIL in questo caso dà una indicazione di una ricchezza prodotta. Ricchezza prodotta e riconosciuta come tale da chi l’ha acquistata liberamente. E’ possibile dire che se Giovanni ha prodotto un PIL di Xmila euro, ha effettivamente arricchito la società (nella persona di lui e di tutti coloro che hanno acquistato i prodotti di Giovanni).

Ma quando andiamo a calcolare il prodotto di una azienda pubblica, tutte le  considerazioni misesiane sull’impossibilità del calcolo economico in regime socialista ci colpiscono come un macigno. Nessuno compra volontariamente i prodotti dell’azienda pubblica. Spesso non si capisce neppure che prodotto fornisca la tale azienda: che prodotto fornisce una Comunità Montana? E l’ufficio dell’anagrafe? Fornisce servizi che non vuol nessuno e che diventano necessari solo in virtù di una legislazione che li rende obbligatori. Che prodotto fornisce un politico? E il 40000esimo forestale siculo, quanto produce?

La risposta a questa domanda non c’è e, caso strano, se ne sono accorti perfino gli economisti. Allora cosa hanno ben pensato di fare? Hanno deciso che, così, d’arbitrio e senza alcuna motivazione, il PIL di una azienda pubblica è pari alle proprie spese. Quindi se sei una persona normale, produci PIL  solo SE riesci a vendere i tuoi beni, SE lo fai ad un prezzo maggiore di quello che hai speso, SE investi oculatamente, SE non ti spendi tutto in droga e ragazze.

Se invece per caso sei una azienda pubblica, ricevi i soldi altrui (impedendo loro di provare a fare il PIL precedente, quello dei SE), e come per magia, anche se sei chiuso, anche se li butti a mare, anche se lasci aperta l’aria condizionata in un ufficio deserto, anche se ci paghi solo stipendi e ristorante di tutti quelli che NON lavorano lì, perché in realtà non vanno neppure al lavoro, anche in questo caso, tutti i soldi rubati ai privati si trasformano in PIL.

Se sei un dirigente pubblico e ti intimano di produrre “ricchezza” ovvero “PIL”, la sola cosa che devi fare è comprare 300 bocce di tavernello a 300 euro l’uno coi soldi degli altri. Oppure affittare sventolatrici d’aria per te stesso. Tutto questo, magicamente, per gli economisti fa PIL. Ricchezza, per come la definiscono loro, della società.

Il PIL di una azienda pubblica è semplicemente non conoscibile. Quanto valgano i suoi servizi può essere definito solo da scelte volontarie di acquisto o meno. Non significa che non esista a priori. Una percentuale delle spese probabilmente diventa veramente produzione utile e quindi PIL buono. E’ il caso di un ospedale pubblico. Produce qualcosa. Quanto è indefinibile, sicuramente meno dell’equivalente di libero mercato. Viceversa un ufficio burocratico è probabile che non abbia alcuna utilità in un libero mercato e che quindi il PIL sia proprio nullo.

Il buon Rothbard sulla questione della spesa pubblica ha una posizione molto particolare, che sicuramente approfondirò nel tempo. Secondo lui, la spesa pubblica andrebbe catalogata completamente in “consumo”, in quanto caratteristica di un investimento produttivo è che l’imprenditore investe non seguendo i suoi interessi, ma seguendo gli interessi del consumatore. Viceversa l'”investimento  pubblico” segue gli interessi dell’imprenditore pubblico e non del consumatore. Siccome le spese fatte nell’interesse personale sono propriamente consumi, la spesa pubblica potrebbe essere ragionevolmente considerata totalmente consumo.

Il fatto di considerare qualunque spesa pubblica come incremento di PIL cagiona una serie di perversioni economiche assurde, secondo cui è sempre conveniente che i soldi vengano gestiti dal pubblico, perché sono talmente bravi da trasformare il 100% delle risorse a loro destinate in aumento di ricchezza. Non è vero, non sarà mai vero, ma è il motivo per cui ci dicono di non tagliare la spesa pubblica.

 

 

 

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Le agevolazioni al credito non sono una misura liberale

E’ allo studio, almeno a detta di Zanonato, una serie di misure per far ripartire l’economia italiana. Per quanto riguarda le imprese, oltre ad un taglio delle bollette elettriche di cui ancora non si sa come avverrà, spicca la seguente intenzione:

Per le imprese arriveranno dalla Cassa Depositi e Prestiti “cinque miliardi di credito agevolato, ad un tasso dimezzato rispetto a quello di mercato”, per chi rinnoverà “il processo produttivo acquistando nuovi macchinari, fino a 2 milioni di euro”.

Ecco, questo è il tipico modo di agire della congrega farabutto-statale. Le imprese falliscono per troppo esproprio tassatorio. Significa che gli incassi non coprono le spese. Perché appunto gli incassi netti sono scarsi a causa delle tasse e le spese pure. In questa situazione non conviene investire, punto e basta. Non sono due aziende in crisi per mancanza di mezzi di produzione o di capitale da investire, mentre le altre sono floride. La stragrande maggioranza delle nostre aziende soccombe. Vogliamo forse credere che siano tutte obsolete nei macchinari e che non ci sia un problema sistemico di tassazione che semplicemente, rende impossibile imprendere?

Ma allora che senso ha agevolare l’indebitamento di aziende già sufficientemente all’avanguardia? Se l’aumento di produttività e competitività che si ottiene dall’acquisto di nuovi macchinari è troppo poco per compensare gli interessi (dimezzati) più il buco di bilancio causato dalla tassazione omicida, cosa accade?

Ovvio, che regaliamo un’altra azienda alla cricca bancaria. Nuovo trasferimento di denaro verso quel 10% di persone che ha il 90% della ricchezza italiana (a voler credere a certi sondaggi): banchieri e politici

Quella che può sembrare una misura di alleggerimento del carico fiscale per le imprese quindi, è in realtà un doppio tranello. Prima di tutto le spinge ad indebitarsi nell’acquisto di nuovi macchinari che rischiano di non risolvere il problema strutturale. Secondo, le mantiene sotto il ricatto dell’elemosina di Stato.

Io non riconosco che non sia giusto espropriarti del 75% di ciò che guadagni e non mi sogno di abbassare le pretese, tutt’al più ti restituisco una elemosina del maltolto che posso revocarti quando voglio. Io sono il signore tuo Dio e non avrai altro Dio al di fuori di me.

Un pò blasfemo lo Stato ?

Che se ne debba occupare Francesco ?

Le uniche misure liberali sono Abbassare le pretese. Abbassare le tasse.

Non agevolazioni fiscali per qualunque cosa venga loro in mente, non cercare di pilotare il risparmio o quel che ne resta verso ciò che Loro e non i titolari del risparmio credono sia l’allocazione giusta. Idee del genere sono tutt’altro che idee di libertà. Sono sprezzanti elemosine.

 

 

 
6 commenti

Pubblicato da su 14 giugno 2013 in liberalismo, politica, socialismo, tasse

 

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Cosa NON è l’Economia, e cosa NON è la Logica.

Uno degli articoli più letti e apprezzati di questo blog, è “Capire l’economia per capire la realtà“, articolo in cui spiegavo in maniera molto semplice il significato di valore, il suo essere soggettivo e da cui estraevo le prime conseguenze di questo fatto.

Quello è un articolo di economia. L’economia, come ben dovreste sapere, si coniuga uno ad uno con i principi logici di identità, non contraddizione e col principio di causa ed effetto. Questo perché sono i principi cardine attraverso i quali l’individuo agisce: essendo l’economia una scienza che studia l’Azione Umana, non può certo prescindere dalla comprensione dei metodi attraverso i quali i miliardi di individui pensano ed agiscono.

Ma per alcuni articoli economici seri, tipo il succitato, esiste nel mondo una variegata quantità di merda, spacciata a più riprese come studi economici, con finalità diverse, diversissime da quelle della comprensione della realtà e dell’azione umana.

E’ il caso di quest’articolo, comparso sul peggior giornale italiano per distacco, quale è Repubblica.

Non fosse altro che poi la gente tende a credere a qualunque idiozia gli venga propinata, a maggior ragione se con l’imprimatur di “studi economici”, non varrebbe neppure la pena di commentarlo, quanto è sconclusionato.

Il titolo dell’articolo è già tutto un programma: “nel mercato sopravvivono i cattivi”. L’incipit è il solito concentrato di frasi senza alcun senso economico, ma pregne di buonismo e politically correct:

IL LAVORO minorile è uno scandalo, lo sfruttamento degli operai cinesi un’ingiustizia, la morte di mille persone nel crollo del palazzo di Dacca grida vendetta.

Tutte e tre queste frasi sono palesi idiozie. Il lavoro minorile non era uno scandalo quando lo ha fatto mio nonno, il padre di mio nonno, il nonno di mio nonno e le rispettive future mogli. Per un sufficiente periodo di tempo, conclusosi da poco grazie alle politiche governative, siamo stati in grado di permetterci di non utilizzarlo, grazie al CAPITALE ACCUMULATO precedentemente, CAPITALE che ha permesso ai genitori di mantenere i figli fino all’arbitraria età decisa dallo Stato nel quale diveniva lecito farli entrare nel mondo del lavoro. Non esiste alcunché di etico nel non far lavorare i ragazzi fino ad una certa età (decisa da Terzi). E’ semplicemente un fattore economico che ti permette di farlo o meno, che lo rende sostenibile o insostenibile.

Lo sfruttamento degli operai cinesi andrebbe spiegato meglio. Dove? In Cina o in Italia? Quello in Italia non può certo essere definito sfruttamento, visto che ci vengono apposta dalla Cina per praticarlo, visto che NON si presentano in nessun corpo di polizia per farsi rimpatriare onde non essere più sfruttati e visto che addirittura pagano somme dell’ordine dei diecimila euro per poter scappare dal paradiso cinese per poter venire ad essere sfruttati in Italia. Bisogna perciò, seguendo semplici deduzioni logiche, desumere che lo sfruttamento di cui si parla avviene nella loro madrepatria. La Cina. Ora, che in Cina i lavoratori siano sfruttati può essere vero o non vero, l’articolo non spiega certo il perché lo sarebbero. Di certo non si può desumere che siano sfruttati facendo un confronto con i salari occidentali: la struttura dei prezzi è completamente diversa e per tale motivo lo è anche l’utilità marginale del lavoro dipendente. Nè tantomeno lo si può desumere, per motivi analoghi, dal numero di ore lavorative rispetto a quelle italiane. In ogni caso, pur volendo ob torto collo credere all’affermazione iniziale, cosa c’entri la condizione dell’operaio dipendente cinese in Cina, con una situazione di mercato libero non ci è dato saperlo.

La Cina attualmente, secondo l’ IEF è 136esima   nella classifica delle libertà economiche, con un risibile punteggio nel caposaldo delle economie di mercato: il rispetto della proprietà privata, dove ottiene un punteggio di 20 (su un massimo di 100).

Gli operai cinesi si spostano dalla Cina verso nazioni più libere e più mercatiste. Lo fanno scientemente proprio perché più la nazione è libera più si vive bene. Per loro lo schifo italiano (83°) è molto meglio dello schifo cinese.

Terzo punto. La famosa fabbrica in Bangladesh. In Bangladesh. Il Bangladesh è un altro di quei posti famosi per essere il faro delle economie liberali: 132esima con un punteggio di difesa di diritti di proprietà analogo alla Cina.  Crolla una fabbrica in un posto del genere e sarebbe colpa del mercato???? E’ chiaro poi che gli incidenti accadono molto di più in posti in cui si lavora e si agisce che in posti in cui si sta fermi a rigirarsi i pollici. Per tale motivo è chiaro che è più probabile che crolli una fabbrica piuttosto che un ufficio governativo. Collegamenti col “mercato”??? Nessuno. Non solo, ma il sistema che il branco di coglioni che considera il Bangladesh una nazione ad alto contenuto mercatista, si dimentica un pò troppo spesso che la LORO soluzione è far costruire le fabbriche come la CASA DELLO STUDENTE dell’Aquila (STRUTTURA PUBBLICA), o la SCUOLA MATERNA DI SAN GIULIANO.

Ma andiamo avanti.

Questo “economista”  fa un esperimento veramente geniale. Prende un pò di persone e le mette davanti a delle cavie di laboratorio. Chiede loro se vogliono che vivano e, piuttosto ovviamente, tutti rispondono di si.

Poi comincia ad offrire loro dei soldi per sopprimerli ed ha scoperto, cosa inaudita, che la vita dei topi di laboratorio ha un valore che si aggira mediamente intorno alla decina di euro.

Grossa scoperta. Se fosse andato al mercato avrebbe scoperto che la vita di un pollo si aggira intorno ai 3 euro e la vita di un coniglio altrettanto. Questo, per quanto riguarda i normali clienti. Il valore del pollo per l’allevatore di polli è inferiore. Egli è disposto a farli uccidere e portarli via per molto meno. Il valore della vita di una acciuga è ancora molto molto inferiore.

Insomma, esperimentone degno di nota.    Da questo geniale esperimento scientifico, il nostro “economista” e  la giornalaia in questione derivano conclusioni allucinate. Chi opera nel mercato viola continuamente la sua etica.

Questa frase è un condensato di strafalcioni. Primo. L’etica è un comportamento personale. Dire che qualcuno viola la sua etica è assurdo. La propria etica è, coincide col proprio comportamento assunto liberamente. Tu puoi violare la tua etica se sei costretto con la forza  a fare qualcosa. Non di certo se puoi liberamente decidere se agire o meno. Quando agisci liberamente, per costruzione rispetti la tua etica. Il problema casomai è che il nostro presunto economista non ha capito quale fosse l’etica di ogni partecipante. Il fatto che senza alcun corrispettivo monetario nessuno degli astanti fosse disposto a far ammazzare un topo, non significa che la vita dei topi fosse il primo elemento nella loro scala valoriale. Significa semplicemente che valutano la vita di un topo  in maniera maggiore di zero. Significa che la vita del topo ha valore e significa che nessuno degli astanti provava gusto per una uccisione immotivata.

Il fatto che avendo qualcosa da guadagnare molti abbiano scelto di sopprimere il topo è indicativo solo e soltanto del fatto che per queste persone il guadagno era superiore al valore che davano alla vita del topo. NON che il malvagio dio denaro abbia traviato i loro puri cuori di asceti mistici.

Se andate dall’allevatore di polli di prima e gli dite:  “ti dispiace se scanno una decina dei tuoi polli?”

La risposta sarà sempre e comunque ovvia. Ma l’allevatore è ben disposto a lasciarveli scannare dietro ricompensa. Anzi, è proprio il suo lavoro. Lo fa per campare. Nulla lo ha traviato, come nulla ha traviato i partecipanti all’esperimento.

Certo se poi si è sufficientemente idioti o maldisposti da trasformare un “non sono disposto a far ammazzare un topo senza aver nulla in cambio” con un “non sono disposto a far ammazzare un topo in nessun caso al mondo e per nessuna ricompensa immaginabile”,  beh allora si può dire di tutto o di più. Ma questa non è scienza. E’ tutt’al più cinema e varietà. Crozza può farlo, un economista e una giornalista no.

E’ ovvio che la vita di un topo abbia un valore ed è ovvio che superato tale valore, la gente sia disposta a farlo uccidere. Succede per qualunque animale e non si capisce a quale “morale” si attenga l’economista. Non si capisce perché derivi che questo tipo morale sia la stessa degli altri, secondo cui non solo ci sarebbero dei fini “non valutabili”, ma che addirittura tra questi fini ci sia la vita di una cavia da laboratorio. Queste sono follie mentali.

Visto che però né il signor Falk, l’ “economiere” in questione, né la giornalaia di BananasRepublica pare abbiano capito nulla di come funziona l’azione umana, rammento loro che l’uomo agisce cercando di giungere da una situazione meno soddisfacente ad una più soddisfacente, secondo i suoi personali FINI. Questa è l’unica “morale” o “etica” che conta nell’agire. L’insoddisfazione iniziale è maggiore dell’insoddisfazione (presunta) finale, altrimenti non agirei in tal modo.

Il fatto che l’uomo generalmente non rubi o non uccida altri uomini non deriva assolutamente da considerazioni morali di natura collettiva o sovrumana. E’ il calcolo di vantaggi e svantaggi derivanti da ogni atto , visto dagli occhi dell’uomo agente, che fa sì che una azione venga intrapresa o meno.

L’uomo generalmente non uccide un altro uomo né gli ruba qualcosa perché valuta gli svantaggi superiori ai vantaggi. Svantaggi nei quali sicuramente rientra anche la questione “morale”, ovvero l’insoddisfazione generata dal semplice atto di prevaricazione , ma nei quali rientra anche l’effetto che tale atto avrà nella vita futura.

Se la società non punisse l’omicidio e non punisse il furto, se gli amici delle vittime di omicidio non cambiassero atteggiamento  nei confronti dell’omicida, se i derubati non tendessero a non collaborare più con i ladri etc etc, il furto e l’omicidio sarebbero all’ordine del giorno ancor di più di quanto lo sono adesso.

Tornando allora all’esperimento topi. Se il nostro valente “economiere” avesse proposto sì, di dare dieci euro ad ogni persona che avesse deciso di sopprimere un topo, ma contestualmente di fargli fare un anno di carcere, sono certo che, come per magia, le stesse persone sarebbero state “etiche” e “morali” nonostante il fattore economico. Tutto questo almeno fino a quando la cifra offerta non sarebbe stata valutata sufficientemente alta da compensare ampiamente l’anno di carcere E l’insoddisfazione causata dall’atto di soppressione.   Che in assenza di adeguati svantaggi le persone intraprendano abitualmente azioni violente come furti e omicidi è facilmente dimostrabile in tutti quei campi in cui gli svantaggi o non ci sono o sono notevolmente alleviati.

Per esempio in POLITICA.  Un politico può rubare soldi a tutti i propri cittadini tramite un procedimento chiamato “legislazione”, che gli permette di farlo senza pagare le conseguenze che la società riserva a qualunque altro tipo di persona che compisse lo stesso furto. Il risultato è che diventa usuale rubare soldi e la tassazione infatti arriva ben oltre il 50%.  Anche in questo caso non c’è nessuna “morale” che ferma la mano del politico. Le uniche considerazioni sono quelle riguardanti vantaggi e svantaggi. Il politico si ferma se e solo se vede che aumentare la percentuale di furto mette al rischio il suo guadagno futuro (default, crack del sistema, rivoluzione civile).

Alla stessa maniera, quando un dittatore può uccidere persone senza pagarne il fio, ma avendone solo  vantaggi, ecco che questa azione viene intrapresa in maniera ripetuta, perché valutata a saldo positivo nella rincorsa ai mezzi per raggiungere i propri fini.

Da questo cosa si può dedurre?

In primo luogo che l’etica  e la morale sono concetti soggettivi e che comunque non hanno un valore infinito.

In secondo luogo è che gli atti di prevaricazione vengono limitati dagli svantaggi che la società riserva a coloro che li compiono e non da un ente estraneo chiamato “Morale Collettiva” o “Etica” o qualche altro concetto avulso dal calcolo dei pro e dei contro.

In terzo luogo che non è opportuno finanziare pubblicamente l’economia

In quarto luogo che non è opportuno finanziare pubblicamente l’editoria

E infine che sarebbe opportuno comprare, coi soldi risparmiati da tali finanziamenti, numero DUE zappe da spedire al signor Falk e alla signora Elena Dusi, in modo tale che si possano specializzare in un mestiere più adatto alla loro statura intellettiva.

Date le particolari conoscenze economiche brillantemente mostrate da entrambi, sconsiglio vivamente che il campo da zappare sia di loro proprietà, ma che possano svolgere tale lavoro da dipendenti pagati un tot a colpo di zappa. Gestire un intero podere, con tali rudimenti economici, potrebbe portarli velocemente alla rovina economica.

 

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Il caso Montepaschi di Siena.

Il caso montepaschi di Siena è la dimostrazione lampante dei disastri che solo il connubio politica – economia- politica monetaria, può generare. Se MPS non fosse stata posseduta dalla politica non ci sarebbe stato alcun “bene superiore” rispetto al criterio economico nel perseguire gli investimenti. Se la politica non avesse avuto il potere di fottere i soldi altrui per gestirli per “beni superiori”, come non far crollare la banca del PD, e se la politica non si fosse arrogata il diritto di impegnare i vostri culi e quelli dei vostri figli tramite BTP, tutto questo non sarebbe potuto succedere. Per il racconto dei fatti, mi affido all’ottimo sito del  Movimento Libertario, e a questo preciso articolo di Giovanni Gabriele Vecchio. Mi limito a ricordare che coloro che sono soleti gestire così l’economia e le banche, sono gli stessi (Bersani, Bindi, D’Alema, …) che adesso avrebbero trovato un piano economico con cui salvare l’Italia. Quando dissi che se sei di sinistra non puoi parlare di economia, intendevo proprio questo. Il problema semmai è che neppure gli altri sono molto più svegli. E pure Monti è di sinistra, quindi non capisce un cazzo per definizione. Con o senza la laurea, magari pagatagli dal MPS

MPS BENE COMUNE: STORIA DI UNA BANCA E DEL PARTITO CHE L’HA AFFOSSATA

Gia’ squillano le trombe dell’ “attacco speculativo” al Monte dei Paschi di Siena, ennessima vittima degli eccessi di liberismo che ammorbano questo povero Paese. E’ doveroso in questo caso ricordare la storia del Monte e capire come si e’ arrivati alla gravissima situazione attuale.

Negli anni ’90, si cerco’ di ridurre il peso delle fondazioni bancarie nei Consigli di Amministrazione delle banche obbligando le fondazioni a ridurre le loro quote nel capitale delle banche stesse. Tutte le fondazioni scesero, anche di molto, tant’e’ che oggi in molte banche le fondazioni rivestono un ruolo simili a quello di molti altri azionisti. Tutte tranne una: la Fondazione Monte dei Paschi di Siena. In questo caso la Fondazione non scese sotto il 50% +1 del capitale per non perdere il controllo storico sulla banca. Va ricordato che le fondazioni bancarie sono organi para-pubblici, i cui vertici vengono nominati dal mondo politico. Il controllo politico della Banca la porterà a fare gravissimi errori. Ma procediamo per punti.

Introduzione. Anni Novanta: la Banca opera principalmente su scala regionale in Toscana e in Umbria. Ma il suo presidente Mussari e’ un uomo ambizioso e la politica sembra molto favorevole alle fusioni tra banche. Circola infatti la bislacca idea che i problemi del sistema finanziario italiano siano dovuti alle scarse dimensioni degli operatori. Vengono incentivate le fusioni tra banche per costruire “campioni nazionali” in grado di competere con le grandi banche estere.

1. Durante il primo decennio del nuovo millennio, il sistema bancario italiano si consolida enormemente. MPS procede con l’acquisto di numerosissimi sportelli in tutta Italia e, nel 2007, acquista a cifre folli Banca Antonveneta. Tutti gli analisti sconsigliavano l’operazione ma Mussari non era interessato a costruire una banca sana, era interessato a costruire una banca “grossa”, che potesse competere con gli altri big italiani – UniCredit e Intesa San Paolo – e dare lustro ai politici che approvarono Mussari e la sua operazione. L’acquisto scellerato viene finalizzato a cifre astronomiche, Mussari lascia MPS in trionfo e viene nominato capo dell’Associazione Bancaria Italiana. Bravo!

2. Pochi mesi dopo, scoppia la crisi finanziaria. MPS registra pesanti perdite su Banca Antonveneta ma gli amministratori successivi, nominati dal Partito Democratico senese attraverso la Fondazione, provano in tutti i modi a nasconderle tramite artifici contabili. Intanto, il management non si dimentica di chi gli ha permesso di arrivare dov’e’:  Mussari dona a PdS-DS-PD quasi 700mila euro in nove anni.

3. Nel frattempo, il PD in Comune continua con una vecchia e consolidata pratica: usare i soldi del Monte per erogare prestazioni di para-welfare nel territorio e comprarsi cosi il consenso a livello locale. Chiunque abbia vissuto a Siena avra’ notato che li quasi tutto e’ finanziato coi soldi della Banca o della Fondazione. Ristrutturazione di teatri o siti storici, eventi culturali, concerti, etc. Ad esempio, per molti anni, la Fondazione MPS ha versato 200mila euro alla fondazione Liberal di Adornato oggi con Lista Civica Monti. Insomma, appare chiaro come i soldi generati dal Monte venissero sistematicamente impiegati per gestire il consenso a livello locale. Non e’ una pratica nuova ma l’ipotesi che i soldi potessero finire non scalfisce minimamente il Sindaco Maurizio Cenni – che ha governato initerrottamente per due mandati dal 2001 al 2011 – e i membri della Giunta.

4. I soldi invece iniziano a finire. Il dividendo scende e i cash flows dalla Banca alla Fondazione crollano. Per far fronte alle sue prestazioni, la Fondazione potrebbe vendere delle azioni MPS ma decide di non farlo per non perdere il controllo della Banca. Contrae invece dei prestiti strutturati e usa quei soldi per continuare ad erogare prestazioni sul territorio.

5. Nel 2011 scoppia l’emergenza spread: le banche straniere vendono BTP italiani. C’e’ urgentemente bisogno di compratori ma nessuno si fida. Il Monte dei Paschi interviene, come molte altre banche italiane, e si imbottisce di BTP. Vediamo qui all’opera il classico esempio di crowding out del debito pubblico sul debito privato: per finanziare le esigenze di liquidita’ dello Stato, si dirottano soldi che invece avrebbero potuto finanziare le famose Piccole e Medie Imprese, in piena crisi economica.

6. Nel 2012 la strategia di rimandare i problemi – in USA direbbero kicking the can down the road – arriva al capolinea. Emergono perdite multimilionarie sui contratti di finanziamento strutturati fatti dalla Banca e dalla Fondazione. La Fondazione e’ costretta a vendere e scende sotto la soglia del 50%+1, la Banca ha bisogno di soldi e prova a fare un’aumento di capitale. Infine, interviene il Governo Monti il quale “presta” a MPS 3.5 miliardi di euro. Intanto, anche il Comune di Siena finisce i soldi e piomba nel caos. Il sindaco Franco Ceccuzzi si dimette e il Governo Monti nomina un commissario straordinario, Enrico Laudanna, per gestire l’emergenza.

7. In questi giorni sono emerse altre perdite su contratti conclusi all’epoca dell’affare Antonveneta. Il tutto proprio mentre, a Milano, gli ispettori del Fondo Monetario Internazionale stanno conducendo un’analisi sulla solidita’ del sistema bancario italiano. Un caso? Non lo sappiamo. Sappiamo che il titolo e’ crollato in Borsa del 10% in due giorni e che Mussari si e’ finalmente dimesso dal suo incarico all’ABI.

Non possiamo sapere come si evolvera’ la situazione. L’impressione e’ che il Monte dei Paschi abbia moltissimi scheletri nell’armadio e che probabilmente avra’ bisogno di un’ulteriore aumento di capitale o di un ennesimo salvataggio coi soldi dei contribuenti. Una lezione mi pare pero’ chiara. Il caso MPS racchiude in se tutti i mali storici della scarsa competitivita’ dell’economia italiana: un management incapace, amministratori pubblici corrotti, un’eccessiva capacita’ di gestione di risorse pubbliche e private da parte della politica, capacita’ che traborda ogni buon senso, e compiacenza degli organi di vigilanza (Banca D’Italia, AntiTrust e Consob in primis). La soluzione a questo porcile e’ una sola: cacciare la politica dalle banche ed iniettare una massiccia dose di competizione nel settore bancario italiano, abbattendo le barriere all’ingresso e permettendo la nascita di molti nuovi operatori, indipendenti, puliti ed efficienti. Come dice bene Luigi Zingales: “Il libero mercato e la competizione sono il disinfettante contro la corruzione”.

 

 

 
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Pubblicato da su 24 gennaio 2013 in banche, cronaca, politica

 

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